di Marianna Mandato – “Ma che razza di persona sei?”. “Ogni persona va rispettata per quello che è, sappiatelo”.
Già, ogni persona.
Vi siete mai soffermati a pensare che cosa voglia indicare la parola “persona”?
Ascolta “Il significato della parola “persona”” su Spreaker.
Ne facciamo uso quotidiano, e senza dubbio pensiamo di sapere che cosa stiamo dicendo quando parliamo di persone. Ma se ora, all’istante, qualcuno ci chiedesse di darne una definizione, di spiegare a cosa ci si riferisce quando parliamo di persone, siamo certi che molti di noi rimarrebbero con poche parole in bocca. O semplicemente a bocca aperta.
Proviamo. Come sempre, è vietato sbirciare su internet. Dove pare ci sia proprio tutto tutto quel che ci occorre.
Andiamo invece per gradi e ragioniamo.
Chiediamoci innanzitutto quali sono i genitori della parola persona. Come è arrivata fino a noi?
Col solito rewind, superiamo addirittura i latini e stavolta ci blocchiamo ai greci, agli etruschi e agli indi. Ebbene,
i genitori greci incarnano (si fa per dire) una parola particolare e simpatica che è prōsopón, quelli etruschi la parola phersu e quelli indi la parola phersuna. Incredibile, non si può non notare la somiglianza col nostro “persona”.
E che cosa volevano dire queste parole? Reggetevi forte, volevano dire in tutti i casi maschera.
Per i greci serviva in più ad indicare il viso. Insomma, una parola che indicava una maschera che andava messa sul viso.


Ai latini questa parola piacque molto e perciò la usarono anche loro, la adottarono, ma la resero ancora più esplicita. I soliti furbetti.
Phersu diventò così personár che voleva anche indicare il risuonare, il passare attraverso. Ma attraverso che cosa? Attraverso una maschera di legno che amplificava il tono della voce degli attori che si esibivano sui palchi dell’antica Italia, semplice.
Erano maschere che ingrandivano di proposito i tratti somatici del volto, come la bocca o gli occhi, per attrarre l’attenzione degli spettatori. Del pari, enfatizzavano il tono di voce, amplificandolo. Si sa che il legno fa da cassa armonica. In questo caso, per la voce.
Ora, come sempre, pensiamo alla parola persona come fosse un palloncino. Di che tipo di sostanza lo riempiremmo? Abbiamo più volte sottolineato che un palloncino vola se riempito di un gas come elio, e resta a terra se viene riempito di aria. Anche le parole sono così, si “comportano” diversamente nella realtà a seconda di cosa ci mettiamo dentro.
Affinché una parola abbia per tutti lo stesso significato, e possa guidare il comportamento di tutti coloro che la usano nella realtà allo stesso modo, allora la sostanza di cui si “riempie” deve essere la stessa per tutti.


Sicuramente, individuo, essere umano, qualcuno con dei diritti e doveri, un uomo o una donna con un corpo e una mente, un singolo, un soggetto con delle proprie caratteristiche caratteriali.
Insomma, quando pensiamo a una persona, immediatamente pensiamo a un corpo con delle qualità fisiche, psichiche, con la sua peculiare capacità di essere nel mondo insieme ad altre persone, di interagire e costruire rapporti con loro
Eppure, siamo certi che se dicessimo che le persone in realtà sono tutte maschere, allora si penserebbe all’istante che ci stiamo riferendo alla tendenza “tipicamente umana” di non essere (o non riuscire ad essere) se stessi e di essere tendenzialmente individui ipocriti e falsi.
Ma andiamo avanti con la nostra riflessione.
Può dalla parola persona derivare un verbo? “Ni”. Personare non esiste, certo, ma attenzione, abbiamo un verbo molto interessante che è figlio di persona: impersonare. Un verbo che la dice veramente lunga.
Parrebbe proprio che per prendere consistenza nella realtà, per realizzarsi nella realtà, una persona, con la parola che la indica e le dà sostanza, debba impersonare qualcosa. Ma che cosa?
Per dare una risposta, mettiamo insieme tutti i pezzi della nostra riflessione. Quel che possiamo trarne è molto intrigante.
Una persona è un qualcuno che indossa una maschera, anzi, per l’esattezza, una persona è quella stessa maschera. Le serve per recitare su un palco molto speciale, quello della realtà.
Insomma, ogni persona è un attore che impersona se stesso sul palco della realtà. Solo che la realtà, ohinoi, non è unica. Meglio, la realtà si compone di tanti ambienti, luoghi, circostanze diverse in cui noi agiamo, ci muoviamo, viviamo ogni giorno. In ciascuno di questi luoghi noi siamo sia il noi stessi che non appare in quel luogo sia quel qualcuno che interpreta il ruolo adatto a quel luogo o circostanza.
Come è possibile?
Ebbene, per quanto la parola maschera oggi abbia assunto una connotazione piuttosto negativa, se riferita a una persona, in effetti, è proprio quello che caratterizza e dà sostanza a ogni persona. Già. Essere “uno, nessuno e centomila”, come diceva il ben noto Pirandello, è tipico di ogni persona.
Attenzione a non confondere “se stesso” con “persona”. Cosa che invece tendiamo a fare spesso.
Ogni se stesso può interpretare molteplici persone, ossia diversi contenuti di sé che esprime a seconda delle circostanze.
Per far risuonare nel modo migliore se stessi in ognuna di queste circostanze, occorre la “maschera” giusta.
Ciascuno di noi non conosce tutte le persone che potrebbe essere. Quello che “sente” di essere nel profondo e che i famosi “altri” ci incitano ad essere sempre (“sii sempre te stesso”, “vuoi essere te stesso o no?”) ha a che vedere con un aspetto psichico che non riguarda la parola persona.
Adottiamo dei “filtri”, sia nel rapporto con altre persone sia in un certo ambiente. Un po’ come se indossassimo un costume adatto ad ogni circostanza e poi interpretassimo il ruolo richiesto da quel costume. Un costume da spiaggia, non lo indosseremmo mai ad un cocktail in città, a meno che non ci fosse un invito esplicito a farlo.


Quando si afferma “togliti quella maschera, ma che razza di persona sei”, in realtà stiamo dicendo che quell’interpretazione non ci è piaciuta, e che quel personaggio che qualcuno ha interpretato non è stato in linea con quanto richiedeva lo “spettacolo”, magari sulla base di alcuni criteri di giustizia, di etica o di morale socialmente condivisibili. E maschera diventa sinonimo di ipocrita, individuo spregevole, ambiguo.
Anche a Carnevale ci sono le maschere.
Voi che personaggio famoso vorreste interpretare rimanendo voi stessi? Io credo che ci metterò la faccia.


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