di Valerio Carbone – A volte sembra essere davvero una maledizione, altre soltanto una crudele coincidenza ma sarà capitato a molti di chiedersi perché ci si ammali proprio quando iniziano le vacanze (il discorso vale anche per il tempo libero in generale e i fine settimana).
Per questo credo sia importante provare a spiegare scientificamente la leisure sickness, quel fenomeno per cui ci ammaliamo non appena ci concediamo quel po’ di sano riposo, quando cioè lo stress accumulato cala in modo repentino.
Il relax improvviso sembra essere la condizione perfetta affinché emergano tutti quei sintomi di cui non avevamo sentore mentre trascorrevamo le nostre giornate più impegnative, fatte di turni e di scadenze, di pasti veloci, stanchezza e sonno ridotto. È proprio per questo che, non appena si stacca la spina, possono tornarci a trovare il nostro consueto mal di testa, oppure una strana spossatezza, dei disturbi muscolari o gastro-intestinali, una febbriciattola o il solito mal di gola.
Quando il corpo ha la possibilità di esprimersi imparerà a farlo proprio nel momento in cui siamo più inclini ad ascoltarlo.


Secondo un importante studio olandese della Tilburg University (2000), circa il 3% della popolazione (sia uomini, sia donne) riferiva di ammalarsi proprio nei momenti di riposo. Ma il problema non è mai il relax in sé, piuttosto il passaggio repentino dalla modalità stress alla modalità di recupero (Vingerhoets, 2007).
Lo stress ci porta infatti a resistere alle sollecitazioni ambientali più del dovuto.
Ci adattiamo (senza accorgercene) a una serie di stressor che ci mantengono performanti: ovvero più attenti, più attivi. Il corpo aumenta così la produzione di adrenalina e di cortisolo, ormoni che ci aiutano a trattenere le infiammazioni e i dolori fisici e a sollecitare oltremisura il sistema immunitario. Dopo giorni, settimane, addirittura mesi di stress cronico e continuo, l’organismo è abituato a sostenere ritmi frenetici e recupero ridotto.
Uno degli aspetti centrali della leisure sickness è propriamente la difficoltà di transizione, poiché non viviamo quasi mai il recupero in modo graduale. Tutti i sistemi psicobiofisici che hanno sostenuto il carico di stress impiegano infatti tempo per tornare ai livelli basali, mentre il cervello continua a comportarsi come se ci fosse qualcosa da fare (la sensazione di “non riuscire a staccare”), anticipando, di fatto, inconsapevolmente, lo stress futuro.


Ciò che ci fa ammalare è proprio il let-down effect, ovvero l’effetto di rilascio: quando i livelli di cortisolo e adrenalina crollano verticalmente, quando i vasi sanguigni cerebrali, rimasti contratti si dilatano di colpo (questa repentina variazione vascolare è la causa della classica emicrania da weekend). Con il rilascio di tutte le infiammazioni latenti, i dolori accumulati e i virus che erano stati tenuti a bada dalla biochimica dello stress, emergono contemporaneamente. Altre volte, più semplicemente, siamo invece noi che cominciamo a renderci conto di quanto il corpo, pur senza sintomi evidenti, stava già esprimendo.
Dipende dalla cosiddetta distrazione cognitiva, l’atteggiamento della mente di focalizzarsi solo su alcuni segnali, trascurandone altri: durante i giorni di lavoro è facile attenzionare le task e i compiti da concludere senza rendersi conto di ciò che il corpo ci sta già raccontando, ovvero ciò che gli sta accadendo a livello di accumulo (di stress psicofisico).


Il già citato studio di Vingerhoets (2007) traccia il profilo psicologico completo delle persone esposte alla leisure sickness (gli stessi con inclinazioni al burnout e all’ansia cronica): sono individui particolarmente responsabili, perfezionisti, che faticano a delegare, stakanovisti. Inoltre, sono particolarmente esposte le persone con tratti ansiosi e autocolpevolizzanti, che faticano a non pensarsi sempre utili, performanti e produttive.
Il malessere può anche essere una risposta inconscia a sentimenti di colpa o di vuoto associati al tempo libero. In un contesto culturale come il nostro che valorizza, ahimè, sempre e solo l’operosità e l’efficienza, l’otium viene spesso percepito come “tempo sprecato”, non produttivo e il rilassarsi troppo una vera e propria colpa!
“Non mi sembra un uomo libero quello che non ozia di tanto in tanto” (Marco Tullio Cicerone)


Da quanto si è detto, per smussare questi malesseri è pertanto importante attenuare il crollo ormonale, il non passare da 100 a zero in modo improvviso e repentino:
si può imparare ad alleggerire il carico di lavoro, qualora possibile, negli ultimi giorni, evitare cioè di tenere ritmi folli fino all’ultimo secondo.
È inoltre importante introdurre momenti di recupero già all’interno dell’ultima settimana lavorativa, rispettando maggiormente i ritmi biologici, provando a dormire gradualmente di più prima dello stacco per le vacanze, preparandosi progressivamente ad attività più lente e distaccate, smaltendo l’adrenalina accumulata magari con l’aiuto della respirazione consapevole e dell’attività fisica.
Esistono, di fatto, molti accorgimenti salutari per una transizione più dolce verso la vacanza, il weekend e il più che meritato riposo.
Se hai necessità di un aiuto o di un supporto psicologico per il tuo benessere, non esitare a contattarmi.
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