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Home B.I.N. - Bellezza Interna Netta

La vendetta dell’impepata di cozze

Raccontino di Ferragosto - molto piccante e molto surreale - di Massimo Lavena

di Massimo Lavena
15 Agosto 2026
in B.I.N. - Bellezza Interna Netta
Tempo di Lettura: 6 mins read
44 3
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"Il vulcano Cozza" - AI - by Irene Maria Lavena 2026

"Il vulcano Cozza" - AI - by Irene Maria Lavena 2026

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38°, caspita 38°, e sono le sette del mattino. Stanotte non s’è chiuso occhio, e per fortuna che i muri della casa erano spessi e di pietra: se invece di un casolare del ‘700 fossimo stati in una moderna villetta costruita in blocchetti di cemento, di noi, oggi, sarebbero rimaste solo le ombre di sudore sul meraviglioso letto matrimoniale con baldacchino a tutto soffitto e damaschi rosso sangue, con zanzariere spesse mezzo metro che avrebbero bloccato anche i denti di Vlad Tepes, ma non le zanzare di San Nicola allo Sprofondo.

Ascolta “La vendetta dell’impepata di cozze” su Spreaker.

Ma io mi domando e dico: ma ci si può sposare il 14 agosto, alle 12, in una chiesa di campagna dedicata a San Giuda Taddeo – protettore degli sfortunati -, nell’agro del comune di San Nicola allo Sprofondo?

Ma te la stai tirando la sfiga addosso, o cosa? Ma sei un sadico assassino seriale con gravi turbe psichiche legate alla tua passione per la carne ben cotta, che ci volevi vedere tutti fumiganti mentre il sacerdote, il mitico don Ilarione, traghettava disperatamente voi due, Piero e Piera a dichiararvi amore eterno?

“Don Ilarione” – AI – by Irene Maria Lavena 2026

Ma parliamo di don Ilarione: peso specifico per centimetro cubico 200 kg, con annessa produzione di un ettolitro di sudore benedetto, con il quale si sarebbero potuti irrigare almeno due ettari di terreno agricolo; baffi alla moschettiera con mosca sub labiale degna delle fonti dell’acqua minerale Santa Ruttelia, la preferita della zona; mani che parevano quelle di un lottatore di sumo, pratica sportiva che, in molti tra i duecento astanti al sacro rito, eravamo certi il sacerdote avesse praticato; voce da basso georgiano che faceva tremare le imposte della chiesa.

E poi lei, Piera, la mia amica Piera, che dopo innumerevoli rinvii delle nozze con almeno quattro diversi pretendenti, alla fine aveva capitolato con Piero, l’ingegnere gestionale di una importante multinazionale dell’agricoltura transbiologica modificata. Piero l’aveva conquistata dopo averle detto, davanti a noi quattro, i suoi due amichetti e le sue due amichette di una vita, durante una cena a casa di Piera, primo fra tutti ad aver il coraggio: “Oh, Piera, ma lo sai che sei proprio una stupenda trifolatrice di zebedei? Mi farei trifolare tutto da te!”.

Noi temevamo che anche Piero, come i precedenti pretendenti, sarebbe stato sventrato con una zweihander fiamminga del 1500: ma rimanemmo stupiti, direi basiti, direi senza il minimo rischio di esser frainteso, sconvolti, nel vedere Piera avvampare, cominciare a mordicchiarsi il labbro inferiore, aumentare il ritmo e la profondità del respiro con Guendalina e Genoveffa (le sue protuberanti ed eburnee mammelle veneree, sì nomate in onore delle oche degli “Aristogatti” e dette tra gli amici G&G), che stavano prorompendo dalla camicetta bianca traforata in taffetà di seta comasca.

E ancor di più rimanemmo come davanti al “Giuditta e Oloferne” del Caravaggio, vedendo Piero compiere un gesto rischiosissimo, dati i precedenti di Piera: allungò il braccio destro, con la mano prese delicatamente quella di Piera, la avvicinò lentamente alle labbra e, con coraggio e voluttà, iniziò a succhiarle voracemente e lubricamente il dito indice.

Noi ci guardammo con la velocità del montaggio del “triello” in “Il buono, il brutto, il cattivo”, e uscimmo lentamente ma con rapida decisione da quella stanza e, mentre già stavamo chiudendo l’uscio dell’appartamento, sentimmo una voce celestiale proferire il canto “Sempre libera degg’io folleggiare di gioia in gioia, vo’ che scorra…” e un fragor di piatti e bicchieri rotti e poi un frenetico tututump sempre più possente, che ci accompagnò lungo le scale. Sembrava il terremoto di Atlantide in tutto il suo brutale e tragico destino: destino che si è compiuto per tutti noi quel 14 di agosto alle 12 e nelle ore seguenti al rito nella chiesa di San Giuda Taddeo a San Nicola allo Sprofondo.

“Mangiatrice di cozze” – AI – by Irene Maria Lavena 2026

Piera era meravigliosa, con il suo abito rinascimentale in lino e canapa, con spalle scoperte e scollo profondissimo autosorreggente G&G, tutto decorato con petaloni di magnolia. Aveva una gonna fasciante il suo marmoreo sedere e indossava dei sandali aperti dello stesso tessuto dell’abito, suola annessa, chiusi con una allacciatura alla caviglia con fibbia in madreperla.

Lui, Piero, semplice e severo, in un completo fumo di Londra, due bottoni, coda spacchettata asimmetrica e revers anni ’80, con cravatta blu di Prussia su camicia classica bianca. Le scarpe erano classiche allacciate con tacco regolare. Erano perfetti. Tutto andò bene, con gli 8 ventilatori puntati tutti verso gli sposi, che gli assicurarono refrigerio e gioia per tutta la cerimonia.

Loro, sì, non si accorsero di nulla. Noi, invece, subimmo l’anello di fuoco, il bombardamento di Dresda sui nostri corpi. Il sagrestano decise, di sua sponte, di aprire e bloccare le porte della chiesa, che fino a quel momento era stata abbastanza protettiva climaticamente.

Mentre don Ilarione sillabava parole d’amore con l’anelito di un bradipo che si innamora di un koala, dalle porte spalancate arrivò un suono come se la Madre dei draghi avesse urlato il comando “Drakarys”: una vampa di fuoco interminabile e devastante si impossessò di noi, corrompendo le nostre membra ed incollandoci i vestiti alla pelle.

Scene di panico, facce devastate, richieste d’aiuto, ma niente ci salvò. Dopo il lancio del riso e le foto di rito delle firme coi testimoni (noi quattro) ci si recò presso il ristorante agro-ittico “Cozza e Ciccia”, con due sedi, una al mare e una in campagna, di proprietà di un prozio di Piera, ex cacciatore e pescatore di frodo, famoso in tutto il contado per la sua monumentale impepata di cozze.

La folla sudata si recò verso il “Cozza e Ciccia” alla Marina di San Nicola allo Sprofondo: oltre all’impepata servita come antipasto, il menù proposto prevedeva maltagliati con ragout di cozze al rhum, porchetta incozzata, cozze porchettate, involtini di cozza in crosta, totani marinati alla crema di cozze di Cancale, filetti di cozza gigante su vellutata di spirulina, poi il tiramisù al sugo di impepata di cozze e il mitico gelato alla cozza e peperoncino. La torta, per non smentirsi era di pan di spagna con una bagna di rosolio di cozza marinata, e cozze di cioccolato ripiene di bottarga di tonno al miele. Chiunque avesse mai mangiato da “Cozza e Ciccia” sapeva a cosa sarebbe andato incontro, ma la maggioranza degli invitati non erano mai stati avventori del ristorante.

Nessuno li mise in guardia, tantomeno Piero e Piera si preoccuparono di chiedere un menù più leggero, anche perché quello era un prozio non facile da addomesticare. Il delirio gastronomico si manifestò con visioni multiple di angeli e demoni che si affacciavano sui tavoli, tra una cozza e l’altra.

L’abito della sposa era cambiato di colore già alla terza cozza e Piero, convinto di esser nel giusto, si avventò sulla novella consorte per ricuperare un succulento boccone che si era perso tra G&G. Secondo tradizione locale, ogni gesto compiuto da sposa e sposo doveva esser ripetuto dagli invitati, e anche grazie all’altissimo tenore alcoolico degli stessi nessuno si tirò indietro.

Momenti di giulivo e squilibrato gaudio portarono un testimone oculare a definire la scena come il massacro della foresta di Teutoburgo. Poi, al calar del sole, un senso di pace permeato tra tavoli e sedie, sotto le gonne e dentro i pantaloni portò a un silenzio quasi fatato. E al fugar dei dubbi sul futuro lo stato comatoso generalizzato rese ancor più lieta la serata.

Trasformati tutti in esseri prossimi ai gustosi e sapidi molluschi bivalve divorati durante il pantagruelico festino, donne e uomini si trascinavano verso i propri alloggi: alcuni erano convinti di riuscire a entrare in macchina e guidare per tornare a casa, altri pensavano se recarsi al pronto soccorso dell’ospedale più vicino per chiedere una dose biblica di citrosodina, se non proprio una lavanda gastrica.

“Mangiatore d’impepata” – AI – by Irene Maria Lavena 2026

Ma tutti, prima dell’alba del ferragosto, furono vittime della vendetta dell’impepata di cozze. All’unisono, come se un timer organico fosse stato impiantato in ogni invitato, borborigmi e tremori gastrointestinali si diffusero in ogni addome, con tremori, sudorazioni, flatulenze e eruzioni buccali. Gli animali della zona tacquero e si misero in fuga mentre squillanti canti sciacquonici, simili al canto bitonale di Tuva, venivano intonati in ogni magione. Ciò che la nostra memoria e la tradizione orale ricordano è simile alle devastazioni causate dai vermoni preistorici di “Tremors”.

“Il vulcano Cozza” – AI – by Irene Maria Lavena 2026

L’ingolfamento delle condotte fognarie e delle fosse settiche della zona diede vita alla più spettacolare eruzione vulcanica in una zona senza vulcani. A distanza di poche ore dai fatti, i satelliti geostazionari hanno immortalato la nascita di un nuovo vulcano, eruttante una lava di impepata di cozze, proprio là dove si trovava il ristorante “Cozza e Ciccia”.

Chi ha visto e vissuto oggi può raccontarlo, ma la storia e la scienza ancora non sanno spiegarsi l’origine del magma cozzico. Piero e Piera c’è chi dice siano ancora impegnati in ardite evoluzioni, mentre noi, la prossima volta, almeno il gelato alla cozza e peperoncino lo avremmo volentieri lasciato: forse un po’ pesante.


 

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Massimo Lavena

Massimo Lavena

Cagliaritano, nato il giorno della befana del 1966. Io b-hop perché ho sempre amato mangiare e cucinare, la musica, lo sport, il cinema. Sogno un giorno di andare in Namibia, o nella Terra del Fuoco, o nello Saskhatchewan, o in Nuova Zelanda. Sognavo anche di andare nelle Isole Svalbard, ma adesso è vietato, troppi orsi bianchi! E non essendocene in Sardegna non saprei come comportarmi.

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