di Erika Mattio – Il Nepal è scosso da violente proteste. Le grida dei giovani si innalzano in questo paese che vive tra cielo e terra. Le vette himalayane osservano come colonne sacre, mentre i villaggi disseminati lungo i sentieri custodiscono tradizioni millenarie. Monasteri, bandiere di preghiera e stupa testimoniano una spiritualità che resiste al tempo.
Dopo il devastante terremoto del 2015, la nazione ha saputo rialzarsi: strade, templi e comunità sono stati ricostruiti con impegno e collaborazione locale, trasformando le ferite in rinascita. Eppure, sotto la superficie dei paesaggi incantati e dei sorrisi che accolgono i viaggiatori, il paese vive ore difficili: i nepalesi protestano scuotendo la società, mostrando la frattura tra una generazione che chiede libertà e un potere che spesso risponde con restrizioni e lentezze.
Le proteste che chiedono libertà e considerazione
Negli ultimi giorni, il Nepal è stato teatro di manifestazioni diffuse, scatenate dal blocco di 26 piattaforme social, tra cui Facebook, WhatsApp e Instagram perché non si erano registrate presso le autorità entro la scadenza. Una misura ufficialmente pensata per limitare la disinformazione, ma percepita da gran parte della popolazione come censura e privazione di diritti fondamentali. Le proteste, soprannominate Gen Z protests per la massiccia partecipazione dei giovani, hanno visto migliaia di persone scendere in piazza a Kathmandu e in altre città, affrontando lacrimogeni, arresti e violenza. Almeno 21 i morti, oltre 400 i feriti, e un governo costretto a fare marcia indietro, revocando la misura dopo giorni di scontri.
Il primo ministro Khadga Prasad Sharma Oli si è dimesso e il palazzo del Parlamento ha subito danni e incendi. I giovani gridano con le uniformi universitarie, con il desiderio di tornare a vivere in un paese senza corruzione, né nepotismo. Al momento non si sa se ci saranno nuove elezioni o, come molti richiedono, un ritorno alla monarchia della dinastia Shah, abolita nel 2008, ma ciò che emerge è la richiesta di cambiamento, di modernità e di ascolto da parte di tutto il mondo.
Tra i manifestanti, la voce di Jeevan Nayabhari, guida nepalese, riassume a B-Hop un sentimento diffuso:
“Speriamo che da queste proteste possa nascere un cambiamento vero. Vogliamo un governo che ci ascolti, che ci renda più liberi e che ci dia diritti.
A volte sembra quasi che sotto la monarchia ci fosse più rispetto per la gente comune. Il Nepal ha superato il terremoto, si sta modernizzando, eppure in troppi vivono ancora sotto la soglia di povertà. Il nostro paese deve avere più diritti, istruzione e maggior considerazione: non siamo solo il paese delle montagne o di fabbriche di articoli sportivi, siamo scienziati, ingegneri e professionisti”.
Parole che riflettono la nostalgia di alcuni per un passato idealizzato, ma soprattutto la frustrazione verso una classe politica frammentata, accusata di corruzione e nepotismo.
Cordialità, sherpa e la forza del popolo contro le proteste
Nonostante la tensione, il Nepal rimane uno dei paesi più accoglienti al mondo. Ogni viaggiatore che percorre le sue strade viene salutato da un “Namaste” e da un sorriso sincero. La cordialità dei nepalesi non è una facciata turistica: è una forma di resistenza, una capacità di rendere sacro il gesto di ospitalità, anche in tempi difficili.
Tra i simboli di questa resilienza ci sono gli sherpa, figure mitiche dell’alpinismo internazionale. Non sono soltanto guide: sono portatori di sogni, custodi di sentieri che attraversano l’Himalaya, garanti della sicurezza di migliaia di scalatori che ogni anno tentano l’ascesa verso l’Everest e le altre grandi vette. La loro conoscenza della montagna, tramandata di generazione in generazione, unita a una straordinaria capacità fisica di adattarsi alle alte quote, rappresenta una risorsa preziosa non solo per il turismo, ma per l’identità stessa del Nepal.


Viaggiare per sostenere un futuro migliore
Il Nepal non è solo montagne, monasteri e trekking leggendari: è un paese segnato da profonde cicatrici. Quelle del terremoto del 2015 sono ancora visibili nei villaggi più remoti, così come lo sono le ferite lasciate dalle grandi potenze che, nel corso della storia, hanno guardato al Nepal come a una terra da sfruttare per le sue risorse strategiche e la sua posizione geografica.
Eppure, viaggiare qui significa anche contribuire a un cambiamento positivo. Il turismo responsabile – che rispetta le comunità locali, sostiene le economie rurali e non si limita alle mete più battute – è una forma di aiuto concreto. Ogni pernottamento in una guesthouse di montagna, ogni guida assunta localmente, ogni tazza di tè condivisa lungo il cammino contribuisce a costruire un’economia più solida e meno dipendente dagli interessi esterni.
Un paese in bilico tra radici e futuro
Le proteste in Nepal non sono solo un momento di rabbia: sono il segnale di una società che vuole essere protagonista del proprio destino. La generazione giovane, cresciuta tra la memoria del terremoto e la promessa di un futuro globale, chiede diritti, lavoro, trasparenza. Il Nepal ha già dimostrato di saper rinascere dalle macerie: oggi deve trovare il coraggio di trasformare quella resilienza in riforma politica e sociale.
Viaggiare in Nepal oggi significa ascoltare queste voci, rispettare la sua storia e camminare tra le sue montagne sapendo che ogni passo, ogni incontro, ogni scelta consapevole può fare la differenza. Perché questo piccolo grande paese, sospeso tra le nuvole, ha bisogno di libertà tanto quanto di sogni.





















