di Vincenzo Sorrentino – La storia dei campionati mondiali di calcio è piena di episodi che ne evidenziano l‘ingerenza da parte dei governi e dei sistemi politici dei paesi organizzatori soprattutto se si tratta di regimi totalitari.
Anche il Mondiale 2026, in corso in Centro e Nord America, non si sottrae a questa dinamica, nonostante i paesi organizzatori siano tre e in nessuno di essi sia presente, almeno formalmente, un regime autoritario.
Anche in questa edizione non sono mancati episodi di chiara ingerenza della politica del paese ospitante, in particolare degli Stati Uniti e del suo esuberante presidente che ha indotto il politico olandese Cas Mudde a parlare di “prima Coppa del Mondo MAGA – Make America Great Again“.
A dir la verità non tutte le interferenze sono dovute alla volontà del presidente USA, o per lo meno non quella che ha aperto le danze, rappresentata dall’inopportuna consegna da parte del presidente della FIFA, Gianni Infantino del “premio per la pace FIFA”, peraltro di recentissima istituzione, a Donald Trump poco prima che questi desse l’ordine di attaccare Venezuela e Iran.
Proprio i calciatori iraniani sono quelli che hanno subito le maggiori interferenze del governo USA, per via dei limiti posti ai loro permessi di soggiorno, che li costringe a lunghissimi viaggi ogni volta che devono giocare. La federazione calcio dell’Iran ha anche inoltrato un reclamo ufficiale alla FIFA sperando in un allentamento delle restrizioni.
Ha fatto clamore, inoltre, il caso dell’arbitro somalo Omar Artan, escluso dai Mondiali in quanto gli Stati Uniti gli hanno negato l’ingresso nel Paese ritenendolo collegato ad un’organizzazione terroristica. In realtà sembra che si sia trattato solo di un caso di omonimia ma il dato di fatto è che è stato rispedito a casa nonostante fosse in possesso di un passaporto diplomatico, dopo un interrogatorio di 11 ore e perfino la reclusione.
Anche in questo caso la FIFA di Infantino non ha battuto ciglio, mentre l’UEFA (Federazione europea) ha deciso, come piccola ma significativa compensazione, di designarlo per la finale della supercoppa europea.
Ci sono stati poi i casi dei prolungati controlli doganali nei confronti di alcune nazionali, il divieto ai tifosi di Haiti, Senegal, Costa d’Avorio e Iran di seguire le loro squadre ed i timori di inopportuni interventi dell’ ICE nei confronti delle tifoserie dei paesi latino americani, motivate dalla prevenzione di possibili casi di immigrazione irregolare.
Ma, come detto, la storia dei mondiali di calcio è piena di “rapporti incestuosi” con la politica, a partire dalle prime edizioni che si sono svolte in un’epoca caratterizzata dalla presenza di molti regimi autoritari.
Spesso questi rapporti si sono tradotti in scelte arbitrali dubbie a favore della nazionale di casa per favorirne la vittoria finale in modo da aumentare il prestigio della nazione.
Nei Mondiali organizzati e vinti dall’Italia nel 1934, in pieno regime fascista, si verificarono diversi episodi dubbi a favore dell’Italia, sia nella partita dei quarti di finale con la Spagna, che si vide annullare la rete del pareggio, sia nella successiva semifinale con l’Austria che protestò vivacemente per il gol subito ritenendo che fosse viziato da un iniziale fallo.
La polemica calcistica prese inevitabilmente una deriva politica con il regime che accusò i gruppi antifascisti di alimentare volutamente la voce dei favoritismi.


L’Italia vinse anche i successivi Mondiali del 1938, che si svolsero in Francia, a cui i calciatori austriaci decisero di non partecipare in quanto avrebbero dovuto indossare la maglia della Germania a seguito dell’annessione (Anschluss) subita nello stesso anno.
Alle partite dell’Italia assistettero circa 10.000 esuli che contestarono gli azzurri, intendendo con ciò esprimere il loro dissenso nei confronti del regime che li aveva costretti ad “emigrare”.
Un episodio simile è avvenuto anche in occasione dell’incontro tra Stati Uniti e Iran, nei Mondiali del 1998 organizzati sempre in Francia e questa volta vinti dal paese ospitante, in cui prima del calcio di inizio migliaia di iraniani hanno mostrato sugli spalti delle magliette con la faccia della leader dissidente Maryam Rajavi.
I Mondiali del 1950 si svolsero in Brasile per volontà del dittatore Getulio Vargas che voleva in questo modo rafforzare la propria candidatura in vista delle elezioni che si sarebbero tenute qualche anno prima.
Nonostante ciò, però, perse le elezioni, che furono vinte da Eurico Dutra, e anche il Brasile, padrone di casa, perse contro l’Uruguay in una finale drammatica che provocò una vera e propria carneficina, con persone morte per infarto e suicidio, la cui stima varia da alcune decine a diverse migliaia a seconda delle fonti.


Il Brasile di rifarà ampiamente vincendo tre delle successive quattro edizioni, con esclusione di quella tenutasi in Inghilterra nel 1966, anch’essa fortemente caratterizzata da polemiche di favoritismo nei confronti dei padroni di casa per un gol fantasma assegnato nei tempi supplementari della finale contro la Germania Ovest.
Parlando di rapporti “incestuosi”, vanno anche ricordati i Mondiali del 1978, che furono organizzati e vinti dall’Argentina all’epoca governata dalla giunta militare del Generale Videla, che non mancò di costruire un muro lungo una strada che portava a Rosario, su cui fece disegnare delle immagini di case eleganti per nascondere le difficoltà e la precarietà economica in cui viveva il paese.
La giunta militare cercò di sfruttare al massimo la visibilità derivante dal successo conseguito mentre molte Ong straniere, allo stesso tempo, approfittarono della stessa visibilità per denunciare le torture inflitte agli avversari politici ed ai dissidenti.


Stesso scenario si è ripetuto nei Mondiali del 2018 in Russia, aperti dal “derby del petrolio” tra Russia ed Arabia, e nei successivi del 2022 in Qatar in cui l’attenzione delle organizzazioni internazionali si è concentrata molto anche sul trattamento disumano dei lavoratori nella costruzione degli stadi che ha causato numerosi infortuni e morti.
I Mondiali del 2010 in Sudafrica diedero origine alla maxi inchiesta della FIFA in cui uno degli organizzatori confessò che l’assegnazione era stata favorita con una tangente 10 milioni di euro a conferma dell’importanza che questa manifestazione assumeva per un paese da poco uscito da una condizione di apartheid.
Un dato che emerge dai casi citati, sicuramente parziali, è che l’organizzazione dei Mondiali di calcio spesso si trasforma in un boomerang per il governo del paese ospitante, in quanto incoraggia anche gli oppositori a sfruttare le opportunità offerte da questa vetrina internazionale.
Immagino che ne sia ben consapevole anche il principe saudita Mohammad bin Salman che ha già prenotato l’edizione del 2034.
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