di Erika Mattio – Sotto i ponti affollati di turisti e le calli assolate di Venezia, c’è un’altra città che prende forma. Invisibile, ma viva. È quella dei cantieri urbani, che si aprono quando la città sbadiglia: un tubo che cede, un ponte da restaurare, una fossa settica da costruire. Ed è lì che, ogni giorno, si lavora sotto il sole, tra sabbia, calce e storie sospese.
In questi spazi sotterranei si muovono archeologi, manovali, operai edili, muratori e pensionati curiosi.
Uomini e donne spesso provenienti dai Balcani, dal Maghreb o dal Medio Oriente. Persone che affrontano condizioni di lavoro estreme, soprattutto durante i mesi più caldi, quando le superfici raggiungono temperature roventi e l’umidità della laguna toglie il respiro. L’unione fra operai e pensionati potrebbe cambiare il modo di lavorare nei cantieri urbani e dare nuova energia a operai e umarells (i pensionati che osservano i cantieri in dialetto).
Un cantiere che parla molte lingue
Nel microcosmo del cantiere si incontrano lingue e identità. Macedoni, albanesi, turchi, rumeni e veneziani condividono turni, pale, carriole e silenzi. C’è Enver, che dice di avere un cuore veneziano ma viene dalla Macedonia. Gigi, il suo “fratello” rumeno, con cui ha stretto una fratellanza che nasce dalla fatica condivisa. Pippo, italiano, guida la ruspa con la precisione di un chirurgo. “È come fare il filo alla barba del nonno” scherza.
Poi ci sono Suleman, che viene da Debar e ride con gli occhi, e Giammy, che parla solo di geopolitica turca, in cantiere come al bar. C’è anche chi a Venezia è tornato dopo una parentesi all’estero: Klodian, ingegnere albanese, dice che “Per cominciare serve una pala, non un diploma”. Gimmy, chimico macedone, ora maneggia calce e livelli con la stessa attenzione con cui un tempo gestiva provette.
Sono archeologi di fortuna, come li chiama Enver. E se la Serenissima un tempo accoglieva spezie e genti dai suoi possedimenti, oggi nei suoi cantieri si incrociano destini che parlano lingue diverse ma condividono la stessa fatica, spesso supervisionati dagli instancabili umarells, spesso pensionati che hanno lavorato nei cantieri e che conoscono ogni frammento del sottosuolo.
Quando il sole è nemico dei cantieri
Durante l’estate, lavorare in cantiere può diventare pericoloso. Il caldo colpisce duro, e l’esposizione diretta compromette resistenza e lucidità. I lavoratori edili che osservano il digiuno del Ramadan – come Suleman o Rashid – lo fanno senza bere nemmeno un sorso d’acqua, anche durante le giornate più torride. Eppure resistono. Per rispetto, anche alcuni colleghi veneziani hanno smesso di bere davanti a loro: “Se loro ce la fanno, possiamo almeno non infastidirli”, ha detto uno.
Un giorno, una donna turca ha preparato dell’ayran freddo – yogurt salato e dissetante – e l’ha mandato in cantiere per l’archeologa che lavora con “i suoi”. Un piccolo gesto, che dice molto su quanto si costruisce sotto terra: legami umani, oltre che infrastrutture.


I pensionati nei cantieri: una nuova vita attiva
Accanto a operai e archeologi, in alcuni cantieri italiani iniziano a comparire anche i pensionati volontari. Si tratta di un progetto pilota in espansione, partito dalla città brianzola di Villasanta, pensato per valorizzare l’esperienza degli anziani, contrastare l’isolamento e promuovere un nuovo protagonismo sociale.
I pensionati, affiancati da tecnici ed enti locali, non svolgono mansioni operative, ma supportano la sicurezza, osservano, suggeriscono soluzioni, sorvegliano i materiali e dialogano con i più giovani. Portano con sé competenze tecniche, memoria storica e una presenza rassicurante.
Il progetto, attivo in alcune città italiane, dimostra che la solidarietà intergenerazionale può migliorare i contesti di lavoro e rinsaldare comunità.
A Venezia, questa possibilità si affiancherebbe con naturalezza all’umanità già presente nei cantieri:
un mondo dove si impara ad ascoltare prima ancora che scavare.
Archeologia del presente fra cantieri e umarells
Spesso, nei cantieri archeologici si ritrovano piatti decorati, ossa antiche, frammenti di vita. Ma le storie più vive sono quelle di chi le riporta alla luce. Come Arian, ex farmacista iraniano, che ora alza mattoni parlando in veneziano più veloce del suo farsi. O Rashid, marocchino, che sogna un futuro diverso per i suoi figli. “Non sono italiano, né marocchino. Sono quello che serve, dove serve. Questo è il mio passaporto”, racconta.
Tanti sono laureati, artigiani, tecnici. Spesso hanno lasciato il loro Paese dopo guerre, disoccupazione o sogni disillusi. Nei loro Paesi d’origine – come la Macedonia del Nord – interi villaggi si sono svuotati, le scuole chiuse per mancanza di bambini, le case vendute o lasciate in attesa.
Eppure, pochi tornano davvero. Perché qui non sono italiani, ma là non sono più “di là”.


Una mappa viva
A Venezia, sopra i cantieri archeologici, la vita scorre. I turisti passano con infradito e smartphone, ignari che sotto i loro piedi si ritrovano cocci cinquecenteschi e storie moderne. Ma è proprio lì, in quei metri di sabbia e argilla, che si disegna una mappa viva dell’umanità. Fatta di mani stanche, pane diviso, sorrisi al sole. È la storia che non si vede, ma che regge la città.
Una storia fatta di dignità operaia, di sudore, ma anche di inclusione possibile, di rispetto silenzioso, di parole che viaggiano da un continente all’altro, e si fermano, per un attimo, attorno a una pala o a un secchio pieno di terra.
E proprio lì, fra i colpi di benna e le storie sospese, continua a respirare il cuore invisibile di Venezia, fra operai e umarells.
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