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Teresa Novotny fotografa la vita delle suore. Un saggio sulle donne e la vecchiaia

Teresa Novotny, fotografa austriaca, ha voluto raccontare la realtà umana e sociale delle suore, la vecchiaia con le sue tristezze e scoperte, attraverso il reportage "Schwester" (Suora)

di Massimo Lavena
27 Luglio 2026
in Buenvivir
Tempo di Lettura: 7 mins read
36 2
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"Schwester" - © Teresa Novotny/Bildrecht.

"Schwester" - © Teresa Novotny/Bildrecht.

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di Massimo Lavena –“Le donne organizzano, pianificano, riordinano e puliscono, confortano e nutrono – e così facendo, rendono possibile anche ogni altra forma di lavoro retribuito. Il fatto che questo lavoro rimanga strutturalmente invisibile è una scelta deliberata”. Sono parole di Teresa Novotny, fotografa austriaca, che  ha voluto raccontare questa realtà umana e sociale attraverso il reportage “Schwester” (Suora): il progetto è un saggio fotografico sulle donne, sulla vecchiaia e le sue tristezze e scoperte, sul lavoro di chi fa assistenza e cura e con la sua fatica sostiene le nostre comunità umane.

Ascolta “Teresa Novotny fotografa la vita delle suore. Un saggio sulle donne e la vecchiaia” su Spreaker.

Teresa Novotny con il suo lavoro fotografa la vita reale, fa una narrazione esplicita di cosa vuol dire vivere in un ospizio sia dalla parte delle suore, molte vecchie e malandate per la salute, e su chi di loro si occupa sia per lavoro sia per scelta.

Il saggio fotografico che verrà pubblicato questo autunno, dopo una azione di crowdfunding andata a buon fine (la raccolta fondi, iniziata il 1° marzo 2026, è terminata il 19 luglio scorso, assicurando la pubblicazione del libro) narra anche la ricerca di

“vie d’uscita dall’isolamento, dalla cattiva salute o dalla povertà nella vecchiaia, conseguenze con cui le donne spesso si trovano a dover lottare. Questo libro rende visibile questo lavoro e apre spazi di riflessione”.  
“Schwester” – © Teresa Novotny/Bildrecht.

Teresa Novotny, da dove nasce il progetto «Schwester» e cosa l’ha spinta a scegliere le suore come soggetto delle sue fotografie?

Il punto di partenza è stato concreto e quasi casuale: anni fa, come turista, sono arrivata al convento di Wernberg con molta riluttanza; da femminista e agnostica, mi ero opposta a lungo a questa idea. All’epoca ero completamente esausta dopo una separazione difficile e una vita quotidiana impegnativa come madre e lavoratrice autonoma, e lì ho dormito quasi ininterrottamente per tre giorni. Allo stesso tempo, ho notato che avevo pochissimo contatto diretto con le suore: dove erano queste donne, in realtà? Questa curiosità è stata l’inizio. Partendo dal mio periodo nel contesto delle Ong e dalla mia esperienza di madre, ho poi iniziato a cercare momenti di connessione e realtà di vita, e i temi delle donne, della vecchiaia e del lavoro di cura si sono collegati tra loro molto rapidamente, quasi da soli.

Ho scelto le suore perché le loro storie sono un ottimo esempio per raccontare come le donne che hanno svolto per tutta la vita un lavoro di cura invecchino, rimanendo invisibili, all’interno di una struttura patriarcale quale è la Chiesa cattolica.

L’invisibilità di questo lavoro svolto ha naturalmente una sua logica, perché si tratta di un’attività che rende possibili tutte le altre forme di lavoro retribuito. Se lo si quantificasse in cifre, a livello mondiale ammonterebbe a circa 11 biliardi di dollari USA all’anno. Alla fine, le donne sono anche molto più esposte al rischio di povertà in età avanzata e di una salute più precaria”.

“Schwester” – © Teresa Novotny/Bildrecht.

Cosa si aspettava dal contatto quotidiano con le sue sorelle maggiori e le assistenti, protagoniste del suo racconto? Quali risposte ha ricevuto? O ha forse scoperto un mondo inaspettato su cui riflettere e da approfondire?

Volevo scoprire quale fosse la motivazione alla base della scelta professionale di diventare suora e quali delusioni e ostacoli le donne dovessero affrontare.

Mi interessava sapere cosa apprezzassero del loro stile di vita, cosa avessero imparato e quanto fosse libera la loro vita;

dove dovevano adattarsi alle circostanze, quali altre possibilità si erano presentate? Come funziona questo luogo con i suoi diversi ambiti di assistenza; l’accoglienza degli ospiti, il reparto di cura dove le suore anziane trascorrevano la loro vecchiaia mentre il personale infermieristico esterno si prendeva cura di loro, il lavoro parrocchiale, svolto ancora da poche suore, e anche la cura reciproca. Qual è la realtà economica di questo luogo, come si vive e come ci si prende cura qui? Non mi è mai importato di idealizzare o addirittura romanticizzare l’immagine professionale.

Ero soprattutto curiosa. E poi sono sorte molte altre domande, man mano che parlavo con le donne sul posto e potevo accompagnarle un po’ nella loro vita quotidiana: cosa significa la convivenza collettiva delle donne in queste condizioni? Quali forme di cooperazione e di cura reciproca ne derivano? Quali presupposti strutturali e quali architetture sono necessari per consentire un invecchiamento sereno e appagante? Soprattutto perché l’umanità è una delle poche specie che ha sviluppato la menopausa – ciò significa che le donne hanno ancora una funzione sociale importante in età avanzata; tutta la loro esperienza, la loro resilienza, le loro capacità di leadership, la loro maturità emotiva, o anche la loro conoscenza di sussistenza (conoscenza che sostiene la vita ma non produce profitto) e molto altro ancora, tutto questo ha pur sempre un valore sociale altissimo!

Come è possibile che le donne continuino ad essere valutate principalmente in base al loro aspetto fisico e alla loro giovinezza e che, con l’avanzare dell’età, scompaiano dall’attenzione pubblica?

Quello che ho trovato è un luogo in cui coesistono molte realtà di vita diverse, da donne che si prendono cura di altri a donne che vengono assistite. E in mezzo a tutto questo, personale di assistenza esterno, addetti alle pulizie, ospiti abituali e, sporadicamente, ancora qualche operatore sociale. Questo luogo mi ha mostrato quanta cura si concentri in un unico posto e quanto poco ciò venga percepito dalla società”.

“Schwester” – © Teresa Novotny/Bildrecht.

Come si sono comportate nei suoi confronti le protagoniste delle foto? C’era imbarazzo, stupore, curiosità? In che modo l’incontro con la vecchiaia e con la vita che volge al termine si manifesta nelle foto?

All’inizio non molte suore hanno accettato di parlare con me. Alcune mi hanno esaminato molto attentamente per capire quanto fossi davvero seria, quali fossero le mie motivazioni, di cosa si trattasse in realtà, chi fossi in realtà. Suor Monika è stata di grande aiuto: ha contribuito a lanciare il progetto, mi ha aperto le porte e mi ha presentato le prime suore. Alcune altre ancora oggi non vogliono farsi fotografare, e va benissimo così. La fiducia richiede tempo, anche da parte mia: devo prima conoscere le persone prima di poterle accompagnare bene con la macchina fotografica. Le interviste preliminari sono state essenziali a questo scopo, per tutte le persone coinvolte.

Quello che ho osservato più volte è che, una volta che le persone mi permettono di accompagnarle, entrambe le parti diventano più aperte e coraggiose.

Improvvisamente arrivano idee e suggerimenti su chi altro dovrei raccontare. Si moltiplica, tutti diventano più aperti, tutto scorre. Io stessa sono spesso in conflitto con la vicinanza fotografica, perché spesso percepisco la macchina fotografica come invasiva, soprattutto nel documentario – allo stesso tempo, però, mi piace tantissimo scattare foto. Un dilemma! Quindi, quando qualcuno mi permette questo approccio e una tale vicinanza, per me è qualcosa di speciale.

“Schwester” – © Teresa Novotny/Bildrecht.
Per me era importante mostrare la vecchiaia come qualcosa di quotidiano, e non come una condizione fondamentalmente carente; dopotutto riguarda tutti noi.

La domanda che mi è sorta è stata: come voglio invecchiare, e come voglio sentirmi nel farlo, come dovrei stare? Viviamo in una società che si nutre dell’insoddisfazione inculcata nelle donne riguardo al proprio corpo – niente rughe, niente seno cadente, niente cellulite, e se ci sono, allora per favore eliminatele chirurgicamente. Che stress, quanti soldi! E anche nello spazio pubblico e nei media ci troviamo di fronte a immagini e rappresentazioni delle donne del tutto irrealistiche.
Ciò che mi ha interessato nel fotografare queste donne è l’atteggiamento, l’esperienza, il movimento, la presenza, ciò che c’è sempre stato, rimane e cresce.

Non mi è mai importato di illustrare la debolezza o la caducità, ma di rendere visibile ciò che viene strutturalmente trascurato: donne che sono efficienti fino alla vecchiaia e lo vivono anche. Ma una prestazione che economicamente non viene semplicemente riconosciuta. Né in gioventù, né in età avanzata. E questo è il punto cruciale: il fatto che il momento precario della mancata valorizzazione economica del lavoro di cura non retribuito riguardi le donne di tutte le età, ma diventi evidente solo in età avanzata e, nel peggiore dei casi, possa minacciare la loro stessa esistenza.

Nel frattempo, alcune delle donne che ho avuto il privilegio di fotografare sono purtroppo già morte. In questo senso, nelle foto si incontra questa forma di invecchiamento e di vita che volge al termine in modo ancora più immediato e crudo, perché si crea una consapevolezza diretta di questo momento fragile, di questa ora. E questo lo trovo bello.

“Schwester” – © Teresa Novotny/Bildrecht.

Parlare di assistenza, cura, fragilità e memoria non è facile; sono argomenti che molto spesso vengono evitati perché sollevano interrogativi: a chi si rivolge il vostro progetto? E perché avete deciso di realizzare un progetto di crowdfunding per portarlo a termine?

Parlare di assistenza, fragilità e fine della vita è socialmente scomodo, perché riguarda proprio tutti noi

e perché le domande che sorgono proprio in questo discorso richiedono risposte scomode: chi svolge questo lavoro? Chi viene retribuito per questo e in che misura? Chi ne subisce le conseguenze, se non lo fa? Cosa significa questo anche in termini di salute, soprattutto per le donne? E come e chi può dare impulso a un cambiamento in tal senso, cosa sarebbe progressista, in contrasto con le tendenze reazionarie che si osservano ovunque in questo momento? Anche quando si tratta di questioni come la violenza sulle donne, i diritti delle donne e la parità di genere?

Il progetto si rivolge a tutti coloro che entrano in contatto con il lavoro di cura, ovvero, in definitiva, quasi tutti. Ma si rivolge in particolare alle donne che svolgono o hanno svolto questo lavoro senza che ciò venisse riconosciuto pubblicamente. E a tutti coloro che sono disposti a porre queste domande a voce più alta e vogliono trovare delle risposte.  Il libro è stata per me la forma più ovvia: è mobile, tangibile, si può prendere in prestito, regalare, trasportare – un oggetto che entra in spazi in cui una mostra non può arrivare. Il crowdfunding non è stata una soluzione di ripiego, ma una scelta consapevole. Un progetto sull’invisibilità strutturale non dovrebbe nascere dietro le porte delle istituzioni. Le persone che lo prenotano ne diventano parte, parte del processo di creazione, parte delle domande. Si tratta di aprire questi spazi di riflessione per avviare questo discorso, per creare visibilità. E solo ciò che è visibile può essere discusso. E se si hanno le parole per descrivere i problemi, e molte persone hanno queste parole, il messaggio può essere diffuso – e così innescare il cambiamento”.


 

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Massimo Lavena

Massimo Lavena

Cagliaritano, nato il giorno della befana del 1966. Io b-hop perché ho sempre amato mangiare e cucinare, la musica, lo sport, il cinema. Sogno un giorno di andare in Namibia, o nella Terra del Fuoco, o nello Saskhatchewan, o in Nuova Zelanda. Sognavo anche di andare nelle Isole Svalbard, ma adesso è vietato, troppi orsi bianchi! E non essendocene in Sardegna non saprei come comportarmi.

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