Fa il suo esordio su B-Hop magazine una nuova rubrica. Una recensione funzionale alla visione di un film. Non necessariamente capolavori ma buoni film in linea con la nostra mission editoriale. Consigliabili e dai noi raccomandati per aiutarvi ad orientarvi in una critica cinematografica ormai quasi morente e troppo spesso di parte.
di Daniele Poto – Come ti muovi sbagli corregge l’antico motto Come la fai la sbagli. Massima di buon senso in un film che rifugge da qualunque sofisticazione di moda.
Il regista Gianni Di Gregorio ha atteso sessanta anni prima di licenziare un film ma l’attesa è stata ricompensata. Il format al sesto tentativo funziona sempre.
Storie di tutti i giorni con Di Gregorio stesso al centro del plot.
Con la sua faccia sgualcita di ultra-settantenne immerso nelle temperie della vita. C’è sempre un fatto inatteso che sconvolge la sua pigra piacevole adorata quotidianità.
In questo caso l’irruzione in un campionario di abitudine collaudate (il badante, l’aperitivo con gli amici, la lunga e lenta scrittura di un testo storico sui longobardi) viene interrotta dal proditorio ritorno a casa della figlia, pacificamente spostata in Germania, ricca di due bimbi.


La tempesta è in agguato perché il professore suo marito si è invaghito di un’affascinante studentessa e l’ha tradita, sia pure nel breve arco di una settimana. La figlia ripara in tutta fretta a Roma e dunque la casa di Di Gregorio quadruplica drammaticamente le presenze: da uno a quattro occupanti.
La figlia (l’attrice Greta Scarano) è ovviamente inquieta e in cerca di un lavoro e dunque il protagonista si assoggetta al rango di nonno-sitter con tutte le difficoltà del caso (il nipotino è più che vivace e litiga con i compagni di scuola, la ragazza s’innamora non ricambiata del figlio del barista).
Non vorremo dire oltre della trama se non accennare che il marito pentito si assoggetta a un viaggio a piedi di riparazione lungo 1.155 chilometri, da Heidelberg a Roma, per impetrare il perdono della moglie.
E sulle Alpi la vicenda si arricchisce con una nuova presenta muta: un cane lupo che, superata l’iniziale diffidenza, scorta il tedesco nel Lazio prima che un’improvvisa indisposizione non lo costringa a chiedere l’aiuto del suocero. Ci fermiamo qui per raccontare la trama, senza spoilerare un finale che per chi non l’ha visto è ovviamente aperto.
Perché bisogna considerare i meriti del film e le ragioni della nostra scelta. Ruskin sosteneva che l’unica arte possibile è quella onesta. Beh,
la storia narrata è la quintessenza della realtà e della verosimiglianza, specchio della sensibilità del regista. Un uomo buono, non necessariamente un buonista.
E’ una storia di resilienza ovvero aprire la scatola delle sorprese che la vita ci riserva mentre pensiamo di averla programmata in definitissimi segmenti. Ma che documenta anche le capacità di adattamento di un individuo dentro la terza età. Ci ha stupito vedere in sala anche soggetti giovani perché questo è in definitiva un film per tutti.


E non si parla solo di amori familiari perché l’anziano signore che regge i fili della vicenda viene progressivamente sedotto dall’avvenente confidente che lo invita in campagna e, dopo un’iniziale incomprensione, ne diventerà con ogni probabilità la compagna.
Presentato alla recente Mostra di Venezia scriviamo di un film in medias res che non ricorre ad artifici e trucchi sinestetici.
Pellicola da sorriso più che da riso aperto,
omogenea alla bonomia di Di Gregorio e alla sua capacità di catturare lo spettatore con una storia semplice che non richiede un grande apparato produttivo. Nella forbice logistica di un quartiere romano borghese e un viaggio dalla Germania all’Italia si dipanano tradimenti, crucci, incomprensioni ovvero un profumo di vita tradotto in sala per una piacevole visione.





















