di Marianna Mandato – È stato uno sbaglio, lo so. Ma sbagliando si impara. Ed eccoci qui a parlare di una parola dall’apparenza semplice semplice. Quante volte ci capita di pensare o dire una cosa del genere. È normale, perché a tutti, prima o poi, succede di sbagliare.
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E perché “succede” di sbagliare?
Non siamo del tutto certi che uno sbaglio sia chiaro cosa sia. Meglio, che cosa ci voglia comunicare la parola “sbaglio” quando decidiamo di usarla.
Verificando velocemente on line, o chiedendo direttamente alla modernissima AI, avremmo certamente in pochi secondi una risposta più che soddisfacente ma noi preferiamo come sempre indagare un pochino per conto nostro.
È preferibile continuare ad usare anche le nostre facoltà mentali. Si sa mai che seguitino ad essere utili, specialmente per non sbagliare.
L’origine della parola sbaglio
Andiamo subito alla ricerca dei parenti della parola sbaglio, allora.
Ebbene, li incontriamo tra gli antichi latini. E sembra ormai quasi ovvio. Ma anche, andando un pochino più a ritroso, tra i più antichi Greci.
“Sbaglio” sembrerebbe avere una duplice possibile derivazione. Pertanto, doppi possibili genitori.
Nel primo caso, dal latino vàrius (latino volgare balium) a sua volta derivante dal greco baliòs, che significa cangiante o abbagliante.
Basti pensare al nostro “bagliore”.
Da tenere presente che il greco baliós, è una variante di phaliós che voleva dire “bianco lucente”
Varius originava sia variare, nel senso di “abbagliare” sia il nostro “svarione” che sarebbe un perfetto sinonimo di sbaglio.
“Sbagliare” in tal caso non avrebbe altro significato che “prendere un abbaglio”.


Nel secondo caso, invece, sbaglio deriverebbe da s-badaglio. Badaglio si sarebbe poi contratto in b’daglio da cui il nostro sbaglio.
Badaglio derivava da badare che voleva dire osservare, fare attenzione.
Diciamo tuttora “bada bene” quando vogliamo intendere “fa attenzione”, “osserva bene”. E del pari “sbadato” per colui che bada male a qualcosa.
Con quella s davanti, osservare diveniva insomma osservare male, badare male.
E lo sbaglio sarebbe allora un “cattivo osservare”. Un “osservare male”. Una “insufficiente osservazione”.


Cosa intendiamo davvero quando diciamo “ho fatto uno sbaglio”?
Ringraziamo per ora i parenti lontani e vicini e andiamo avanti cercando di pensare a come riempiremmo invece noi la parola sbaglio per darle una qualche consistenza nella vita di tutti i giorni.
In pratica, quando diciamo “ho fatto uno sbaglio” che cosa mettiamo dentro quello sbaglio, certi che i nostri ascoltatori ci capiranno?
Sicuramente,
decisione non corretta, svista, lapsus, disattenzione, sconsideratezza, imprudenza, sbadataggine, e, perché no, abbaglio ed errore.
Facciamoci ora la solita domanda e chiediamoci: può dalla parola sbaglio derivare un verbo? Certamente, non facciamo che ripeterlo, sbagliare. Un verbo indica un agire, lo sappiamo. Insomma, lo sbaglio implica una nostra qualche azione perché si realizzi, perché succeda nella realtà. Per avere un qualche contraccolpo reale.
Se stiamo fermi in poltrona non possiamo sbagliare.


Meglio stare in poltrona allora?
L’errore come abbaglio o disattenzione
Mettiamo insieme ii pezzi del nostro ragionamento.
Sembrerebbe proprio che un nostro sbaglio non sia altro che una specie di abbaglio momentaneo, una disattenzione o una scarsa valutazione su qualcosa, qualcuno o qualche situazione.
Tanto che spesso diciamo anche “ho preso un abbaglio, mi sono sbagliato”. E in definitiva, essendo abbaglio e sbaglio gemelli, è come se dicessimo “mi sono sbagliato”.
Quando si è abbagliati da una luce molto intensa, le cose che ci stanno intorno perdono i loro connotati, non riusciamo a metterle a fuoco. Non riusciamo neanche a muoverci bene. Tutto è troppo illuminato. Troppo sotto il riflettore per essere visto e giudicato in modo obiettivo. Il riflettore intimidisce anche, non lo dimentichiamo.


La troppa luce acceca, rende momentaneamente ciechi. Insomma, non è detto che porre troppa attenzione o luce su qualcosa la renda più evidente.
La troppa luce potrebbe anche essere un eccessivo pensiero. Una eccessiva analisi di una situazione, perché no.
Per poter evitare lo sbaglio, dovremmo prima tornare ad una situazione di chiarezza priva di troppa luce.
Fermarci ed aspettare per non fare i cosiddetti passi falsi, quelli che faremmo a tentoni con troppa luminosità. Così da guardare in modo chiaro quanto basta per prendere una decisione. Fare una scelta.
Del pari, sulla base della seconda derivazione, se spostiamo l’attenzione da quel che stiamo facendo, tendiamo a distrarci, a non osservare nel modo più opportuno una situazione. E tenderemo facilmente a sbagliare.
Basti pensare a cosa capita con le strade che percorriamo se non ci affidiamo all’ormai consueto navigatore. Sbagliamo strada, ovvio.
La cattiva osservazione produce solitamente uno sbaglio.


Perché sbagliando si impara
Ma niente paura. Niente ansia. Così come nel caso delle strade, lo sbaglio ha anche un’importante funzione.
Permette una presa di coscienza. Un accumulo di esperienze. La consapevolezza di come occorre fare per non rifare lo stesso sbaglio.
Di non sbagliare strada di nuovo, ad esempio.
Il navigatore ci impedisce di fare esperienza sbagliando strada. Tanto che è possibile che un semplice black out della rete internet metterebbe in seria difficoltà la nostra capacità moderna di raggiungere una meta anche nell’ambito della stessa città.
Meglio sbagliare che restare fermi?
In definitiva, noi saremmo più propensi ad evitare il più possibile la poltrona. Intendendo per “poltrona” anche tutti gli strumenti che agiscono al posto nostro. Che ci permettono di non sbagliare ma ci dispensano dall’agire.
Ogni tanto conviene sbagliare strada. Già, perché sbagliare ci fa prendere coscienza delle cose.
Ci insegna ad osservare con la giusta luce ciò che scegliamo. Ciò che vogliamo. Ci indirizza, ci suggerisce di sentirci attenti, presenti. E la presenza fa essere reali noi stessi e le nostre azioni.
Così da sentirci vivi.





















