di Erika Mattio – “Lettere al cielo” è il titolo di una mostra itinerante per raccontare il dramma dei bambini di Gaza. E’ una mattina di luglio, siamo all’ombra del porticato del monastero di Marango, nei pressi di Caorle. È proprio in questo luogo, da anni sede di iniziative di dialogo interreligioso e di impegno civile, che ha preso forma il progetto Lettere al Cielo.
Ed è da qui che prende avvio anche il racconto, immersi nella quiete di un contesto che ispira ascolto e riflessione. Pietro Battistella e Antonella, sua compagna nella vita e nella visione, sono da tempo impegnati in attività che intrecciano arte e solidarietà, creando spazi di relazione autentica e bellezza condivisa.
“Frequentiamo il monastero da anni e sosteniamo il loro Progetto San Gaetano – racconta Pietro a B-Hop – un segno di speranza a servizio delle famiglie e del territorio. Un modo alternativo di abitare il mondo, nel rispetto del creato, un esempio di società ospitale, un luogo di fraternità e di inclusione”.


Tutto è cominciato con il calendario artistico “Cercatori di Bellezza” che Pietro — artista autodidatta e appassionato — ha cominciato a disegnare cinque anni fa. All’inizio era un omaggio estetico alla figura dell’esploratore Raimondo Franchetti e di Ernest Hemingway, progetto che col tempo si è trasformato in qualcosa di più profondo.
“Dal 2024 abbiamo sentito il bisogno di raccontare storie umane, fragili, ferite.
Di far parlare l’arte una lingua che fosse anche testimonianza”. Così è nato il legame con Gaza, con i bambini, con la speranza che resiste.


Maysa, i bambini e la forza di testimoniare
Nel dicembre scorso, dopo la presentazione del calendario 2025 a Caorle, Pietro decide di cercare artisti in luoghi segnati dal conflitto per l’edizione 2026. Contatta persone in Iran, Afghanistan, Ucraina, Israele e Palestina.
È così che incontra Maysa Yousef, un’artista di Gaza, madre di tre figli, trasferitasi nel quartiere di Deir El-Balah.
Tra le rovine del suo laboratorio bombardato nell’autunno 2023, Maysa accoglie ogni settimana decine di bambini sfollati, offrendo loro uno spazio di espressione e rifugio.


“Quando le ho chiesto perché lo fa – racconta Pietro – mi ha risposto: “Sono nata in uno Stato occupato, prendermi cura degli altri è un dovere”.


Maysa ha studiato infermieristica e si è laureata in arte all’Università di Al Aqsa, scegliendo l’arte come risposta al dolore. Il suo laboratorio raccoglie tra i 20 e i 40 bambini ogni volta: ognuno accolto come un figlio.
“Mi ha chiesto solo una cosa – continua Pietro con la voce rotta – se morirà, vuole che io testimoni la sua storia e quella dei tanti bambini sfollati. Il suo motto è ‘poesia e bellezza creano sempre pace”.
Da quell’istante nasce Lettere al Cielo, un’esposizione che rende visibili i volti, i nomi, le emozioni di questi bambini. Ogni pannello della mostra contiene per ogni bambino una letterina scritta da loro, tradotta in italiano e inglese, un disegno e una propria fotografia.
“Mi chiamo Samar, ho 7 anni, ho perso un cuginetto, mi piacciono le bambole”, una voce tra le tante, ma che ti resta dentro.


Una rete di pace che cresce
Dal primo allestimento sotto il porticato del monastero, la mostra è diventata un progetto permanente e itinerante. Il 21 giugno ha esordito all’Hostel Anda Venice di Mestre, il 20 luglio farà tappa al Duomo di Portogruaro e si appresta a viaggiare a Mestre, Rimini, Milano, Rovereto, Empoli e Modica. La madrina della mostra Luisa Morgantini, presidente di Assopace Palestina e Nara Ronchetti di Assopace Venezia, assieme ad Alessandra Morelli, già funzionaria UNHCR per 30 anni, hanno creduto nel progetto ed assieme collaborano per farlo crescere.
Lettere al Cielo non si ferma alla narrazione. Costruisce legami concreti. A ottobre, il carcere di Treviso ospiterà una mostra dove i detenuti potranno vedere le opere dei bambini di Gaza: un incontro simbolico tra chi vive forme diverse di prigionia e cerca un senso nel dolore.
A Povegliano e Preganziol, ospiti delle municipalità, i ragazzi disabili coinvolti nei centri diurni dell’ASL porteranno il loro contributo con lettere e disegni per i bambini di Gaza. “Ognuno troverà un modo per partecipare e ci sarà bellezza”, dice Pietro con un sorriso.


I bambini di Gaza e il bisogno di essere ricordati
La mostra, oltre a essere un racconto collettivo, è anche un memoriale storico. Le fotografie cambiano, mostrano l’evoluzione della guerra, i volti dei bambini che crescono. I pannelli raccontano il percorso educativo e creativo diviso per fasce d’età, fino ad arrivare all’ultima sezione, dove i bambini italiani — tra cui i nipotini di Pietro, Agnese e Luigi e la scuola d’arte per bambini del monastero — rispondono ai loro coetanei di Gaza con disegni e parole. “In questo scambio c’è tutto – conclude Pietro – memoria, riconoscimento, solidarietà”.
Grazie al supporto dei volontari e al successo della mostra, Maysa ha potuto ricevere nuovi materiali artistici, continuando il suo lavoro straordinario tra le macerie.
Lettere al Cielo non è solo una mostra: è un atto d’amore. È la dimostrazione che l’arte può unire mondi lontani, che la pace può nascere da un disegno, e che ogni bambino ha diritto di essere visto, ascoltato, ricordato. Anche e soprattutto quelli che vivono sotto le bombe.
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