di Margherita Vetrano. “From Ground zero” è il titolo del film prodotto da Rashid Masharawi presentato al MedFilm Festival a Roma. Rappresenterà la Palestina agli Oscar 2025.
Nell’esclusiva sala del Museo MAXXI gli spettatori hanno assistito alla proiezione di questo film corale, fortemente voluto dal regista palestinese.
Il progetto raccoglie 22 corti di autori di Gaza, della durata dai 3 ai 6 minuti, diversi tra loro per stile e linguaggio.
Questo permette di illuminare a 360° la situazione palestinese, evidenziando difficoltà quotidiane, paure e speranze della popolazione.
Fortemente voluto da Masharawi dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023, il progetto colleziona storie, volti e riflessioni, in un caleidoscopio emotivo di grande impatto.
Il regista ha presenziato alla proiezione sottolineando l’importanza per lui di essere qui anche quest’anno, una presenza stabile al festival nei 30 anni di attività.
“Lo scorso anno ho presentato il mio film Passing dreams, in cerca dei fondi per la post-produzione e il fatto che sia stato premiato mi ha aiutato a realizzarlo. Ecco perché sono così legato a questo festival”, ha esordito.
Ha poi parlato delle condizioni in cui è stato realizzato “From ground zero“:
“I cortometraggi sono stati girati durante la guerra a Gaza e tutti i registi sono ancora lì. I filmakers del progetto raccontano le storie di Gaza ma sono essi stessi le storie, perché hanno gli stessi problemi di chi ci vive”.
“Lavorando al film, non ci interessava più del progetto in sé ma delle vite delle quasi 100 persone coinvolte. Ecco perché è stata un’esperienza molto difficile per noi”, ha raccontato.
Sono molte le storie ed ognuna racchiude un dramma. Il protagonista del corto “Teacher” ad esempio, si è trovato a Rafah nel momento in cui gli israeliani hanno bloccato il valico, dove c’è il terminal per il passaggio in Egitto. E’ rimasto bloccato per 6 mesi in una sala d’attesa, senza riuscire a dare notizie. Oggi ne è uscito ma la sua storia ci racconta quella di molte altre persone che, come lui, stanno affrontando il conflitto.
“Le persone che muoiono in un conflitto diventano martiri ma la guerra non si ferma – ha proseguito il regista -. La mia idea è quella di documentare non come un reportage ma raccontando le storie, facendole diventare cinema e mostrandole in tutto il mondo, nonostante il nostro dolore personale. Voglio che tutti possano vederlo ed insegnare ai filmakers come realizzare un film, anche se i mezzi sono scarsi. Un cortometraggio, per ciascuno di loro, al momento, è l’espressione artistica più alta alla quale possono accedere”.
Due obiettivi dunque: crescita e divulgazione per dare voce alle centinaia di persone bloccate dalla guerra a Gaza.
Durante la serata è intervenuto Aldo Nicosia, storico ed esperto della cultura araba, docente universitario che ha espresso la sua opinione: “Provo un profondo senso di vergogna come europeo ed occidentale. Penso che film come ‘From ground zero’ siano atti eroici di esistenza. Il titolo originale è ‘Gaza da distanza zero’ cioè indica che i registi sono attori e vittime protagoniste. Non distanti dalla scena”.
“Anche se Gaza è assediata – ha precisato -, è l’unico posto in Occidente non occupato dalla retorica sionista.
Tutto il mondo occidentale è immobile rispetto a questo genocidio e si piega alla dittatura della strage silenziosa”.
“Nel film ricorre la data del 1948, anno della nakba, ricordato come esodo, ma nel mondo arabo considerato una pulizia etnica. Oggi a Gaza abitano soprattutto profughi che hanno vissuto quest’esperienza sulla loro pelle. Ecco perché resistono ed hanno il coraggio di affrontare il martirio. Penso che bisognerebbe esprimere incoraggiamento e solidarietà a questi registi, perché come occidentali abbiamo dato il peggio“, ha concluso.


Nel film ci sono momenti artistici di danza e musica, un’episodio interpretato da marionette e il gioco dei bambini che si alternano a racconti drammatici.
Le immagini raccontano una resistenza profonda che va oltre la paura della guerra e che parla di vita quotidiana.
C’è chi riesce a sorridere ed esprimere il proprio talento come fa in “Everything is fine“, l’attore che in seguito al bombardamento del suo teatro, si esibisce per strada.
Anche “No“, di Hana Eleiw, racconta la voglia di sopravvivere alla disperazione, frustrazione e bruttezza.
“I bombardamenti e la paura aumentano la nostra voglia di animare le persone, suonare e far sorridere i bambini”, dichiara uno dei protagonisti.
“Diciamo No a tutto ciò che va contro i diritti umani e a ciò che accade oggi”: è il manifesto che ne emerge.
Ma “From Ground zero” racconta anche la paura della notte della piccola Farah perché ci sono i bombardamenti.
Lo sguardo sui bambini evidenzia la negazione di tutti i diritti.
In “School day” lo studente non va a scuola ma prepara lo zaino per una visita speciale mentre “Soft skin” esplicita la consapevolezza della morte anche nei più piccoli: “Non voglio che mamma scriva il nome sul mio corpo, non voglio che le bombe mi facciano a pezzi”.
“Recycling” filma l’arte di arrangiarsi della madre che, dopo aver bevuto l’acqua, la usa per tutte le attività possibili, per non sprecarne nemmeno una goccia,. Stessa creatività del ragazzo di “Hell’s Heaven” che usa un sacco per cadaveri come sacco a pelo per proteggersi dal freddo.
Scene di vita quotidiana e momenti di riflessione.
La preghiera “Portami via Dio da questo giardino addolorato, voglio morire in pace” di “Offerings” fa eco a “Nour è morta, non ce la faccio, io l’amo” di “Jad e Nathalie“.
Facce di una stessa medaglia di dolore.
“Ogni palestinese è un bersaglio e tutto è casuale, non ci sono permessi per uscire da Gaza”,
dichiara Masharawi: “Inizialmente si pensava che ci fossero posti sicuri come Rafah. Oggi abbiamo capito che non è così”
Non è stato semplice realizzare il film perché era complesso riuscire ad avere connessione ed elettricità. “Passavano giorni senza avere notizie dei registi che hanno rischiato la vita per fornirci il materiale”, ha ricordato il regista.
“La nostra tenda di produzione è stata bombardata ma siamo andati avanti”.
“Finché continuerà la guerra proseguiremo col nostro lavoro. Stiamo producendo altri quattro documentari. I registi coinvolti sentono che possono fare davvero qualcosa continuando a girare – ha spiegato -. Il progetto salva anche me perché non posso aspettare senza fare nulla”.
Rashid si dichiara consapevole della versione israeliana della storia e per questo vuole dar voce a quella palestinese.
“From Ground zero” non ha riferimenti politici perché vuole raccontare storie personali eterne.
“Il pubblico non ha bisogno che vengano ricordati i massacri, perché li conosce già. Abbiamo voluto scavare più a fondo e raccontare le storie nascoste. Storie d’amore e sogni, quelle che il telegiornale non racconta. Solo così le persone restano tali e non diventano solo numeri”.
“Parlare di disumanizzazione rende il film estremamente politico perché ci riporta all’identità delle persone, i cui diritti umani sono totalmente violati, ma insistono nel dichiarare la loro esistenza”, ha detto poi Ginella Vocca, direttrice artistica del Med Film festival. “Questo ce le fa guardare non come vittime indistinte ma come singoli esseri umani con una vita distrutta. Il film si oppone alla narrazione indistinta che li disumanizza e dice No!”
Il film sarà proiettato presso la sede delle Nazioni unite a Ginevra il 29 novembre ma Masharawi vorrebbe portarlo anche a New York e presso la sede dell’UNESCO a Parigi.
“Non siamo interessati a proiettarlo in Israele anche se agogniamo la pace. L’unica cosa che so è che non andremo via dalla nostra terra, resteremo lì, come gli alberi e le montagne”.


Masharawi ha seguito la supervisione artistica del progetto e in collaborazione con Laura Nikolov ne ha curato la distribuzione in circa 80 festival.
- B-Hop magazine è tra i media partner del MedFilm Festival





















