di Erika Mattio – La Generazione Z è nata in un tempo complesso, dove la crisi climatica si intreccia con le guerre, le disuguaglianze e un futuro sempre più incerto. Eppure, nonostante chi li descrive come fragili, iper-connessi e disillusi, i giovani di oggi si rivelano protagonisti di una stagione di mobilitazioni senza precedenti, coinvolgendo tutte le altre generazioni.
Dal Nepal al Marocco, passando per Hong Kong, Palestina, Europa e America Latina, la parola chiave è una: pace. Non una pace intesa solo come assenza di guerra, ma come progetto politico che include giustizia sociale, libertà di espressione, parità di genere, rispetto per l’ambiente.
La generazione che inventa linguaggi che diventano “virali”
I giovani sono quindi rappresentanti di una generazione che non si limita a denunciare, ma che inventa linguaggi, simboli, rituali condivisi. E sono proprio questi simboli a raccontare la forza delle lotte giovanili: dall’anguria palestinese alle tre dita di Hong Kong, dagli hashtag globali ai cartelli scritti a mano, fino ai richiami di gesti storici che in Italia, in Europa e nelle Americhe hanno dato forma alle battaglie del Novecento.
In Palestina, dopo che la bandiera nazionale è stata bandita in molti contesti, è l’anguria a diventare bandiera: un frutto con i colori rosso, verde, bianco e nero, trasformato in icona visiva di resistenza.
In Nepal, durante le mobilitazioni del movimento “Enough is Enough”, i giovani hanno scelto slogan semplici e potenti, manifestando contro corruzione e ingiustizie.
In Marocco, invece, i giovani si organizzano per chiedere più opportunità e libertà, con un forte radicamento locale ma una consapevolezza globale usando come immagine i pirati della saga di “One Peace”.
E a Hong Kong, il gesto delle tre dita alzate tratto dalla saga di Hunger Games è diventato un simbolo planetario: libertà, unità e resistenza non violenta, replicato in Thailandia e Myanmar come se fosse un codice segreto di fratellanza.
La Generazione Z ha imparato a unire le piazze fisiche a quelle digitali:
un cartello a Casablanca o a Kathmandu può diventare virale su TikTok, trasformandosi in linguaggio universale.
È questo intreccio tra strada e social, tra corpo e pixel, che rende la mobilitazione di oggi unica. Insieme a loro anche i più anziani continuano a lottare, consapevoli che solo l’unione fra generazioni può davvero essere la chiave giusta per cambiare il sistema. Insieme, camminando, sedendosi sull’asfalto e senza mai fermarsi.


La memoria dei simboli: dall’Italia all’America Latina
Ogni generazione di giovani che ha lottato per la pace e la giustizia ha lasciato in eredità segni, gesti e immagini. La Generazione Z non parte da zero: raccoglie e reinterpreta simboli del passato, facendoli propri.
In Italia, nel dopoguerra, il gesto delle due dita a V — inizialmente la “V” di vittoria — divenne il segno della pace, rilanciato dal movimento pacifista e dalle manifestazioni studentesche degli anni ’60 e ’70. In quegli stessi anni, le piazze italiane si riempivano di fazzoletti bianchi contro il terrorismo e la violenza, o delle bandiere arcobaleno, che dagli anni ’80 in poi hanno rappresentato la pace in senso universale. Oggi molti ragazzi italiani indossano ancora quei colori, mescolandoli a simboli nuovi, dal fiore stilizzato degli attivisti per il clima fino ai meme che circolano sui social.
In America Latina, la storia dei simboli è altrettanto potente. Negli anni delle dittature, le Madres de Plaza de Mayo in Argentina scendevano in piazza con i fazzoletti bianchi annodati sul capo, simbolo di resistenza e memoria per i figli desaparecidos. Quel gesto, oggi, viene ripreso in chiave giovanile come icona di lotta pacifica.
In Cile e in Brasile, il pugno chiuso alzato accompagnava i canti per la libertà; in Messico, dopo la strage di Tlatelolco del 1968, il gesto delle mani in alto con le dita a forma di colomba divenne simbolo della protesta studentesca repressa nel sangue.
In Bolivia e in Ecuador, i giovani hanno usato i colori delle bandiere indigene come segni di un riscatto che unisce diritti civili e rivendicazioni culturali. Tutti questi simboli, oggi, vengono rilanciati online dalla Generazione Z: non più relegati a un singolo contesto, ma trasformati in patrimonio collettivo globale.
Anche negli Stati Uniti, gli anni ’60 hanno lasciato tracce indelebili. Il segno delle due dita a V, i fiori infilati nei fucili durante le manifestazioni contro la guerra in Vietnam, le chitarre usate come strumenti di protesta da artisti come Joan Baez o Bob Dylan: tutto questo ritorna nei gesti della Generazione Z, che suona nelle piazze, organizza festival, occupa i social con performance artistiche per la pace, senza colori, né genere.
In questo senso, la Gen Z non inventa dal nulla, ma costruisce un archivio vivente di segni che parlano di pace e dignità, riadattandoli con una freschezza che solo chi è giovane sa dare.


Un linguaggio globale che unisce passato e futuro
La vera forza della Generazione Z è la capacità di costruire un linguaggio universale che mescola passato e presente, tradizione e innovazione. Così un ragazzo che alza tre dita a Hong Kong si sente vicino a una ragazza che disegna un’anguria a Gaza, a un gruppo di studenti che sventola bandiere arcobaleno in Italia o a un collettivo femminista che in Argentina porta in piazza i fazzoletti verdi della campagna per il diritto all’aborto. Ogni simbolo diventa parte di una grammatica comune che non ha bisogno di traduzioni: i social media fanno da megafono, ma la forza nasce sempre dalla piazza reale, dal corpo che sceglie di esserci.
Non si tratta solo di estetica o comunicazione: dietro questi gesti c’è la volontà di ribaltare sistemi politici ed economici che sembrano immutabili. La Generazione Z sa che il cambiamento non arriverà dall’alto e per questo trasforma la speranza in un atto politico concreto e coinvolge genitori e nonni.
Dove i governi reprimono, rispondono con creatività; dove la violenza è quotidiana, rilanciano segni di pace.
E così, come negli anni ’70 i giovani italiani dipingevano muri con slogan pacifisti, oggi i ragazzi marocchini scrivono cartelli ironici in arabo e francese; come le Madres argentine camminavano in cerchio nella Plaza de Mayo, oggi le ragazze nepalesi marciano con cartelli colorati che invocano dignità.
Forse non riusciranno a fermare tutte le guerre, né a cancellare le ingiustizie, ma la Generazione Z sta dimostrando che la speranza non è un lusso, bensì una scelta. La pace non è un sogno distante, ma un progetto collettivo che attraversa culture e continenti. In fondo, un gesto semplice — un frutto disegnato, tre dita alzate, una bandiera pirata, un fiore offerto, un pugno serrato, un fazzoletto colorato — può dire più di mille discorsi. È il linguaggio universale di una generazione che non smette di sognare e di lottare.
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