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Cile, nel deserto di Atacama gli scarti globali dell’industria del fast fashion

Dove la sabbia incontra la plastica: reportage sul fast fashion in Cile, raccontato attraverso voci e paesaggi feriti. Una questione ecologica che non possiamo ignorare

di Erika Mattio
5 Settembre 2025
in Buenvivir
Tempo di Lettura: 4 mins read
56 3
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Ciò che resta di Alto Hospicio. Foto Erika Mattio

Ciò che resta di Alto Hospicio. Foto Erika Mattio

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reportage di Erika Mattio – Nel silenzio minerale del deserto di Atacama, in Cile, a pochi chilometri da Alto Hospicio, il vento trascina frammenti di tessuto colorato tra dune e arbusti. Non sono residui di un antico rituale, ma vestiti scartati, scarti globali dell’industria del fast fashion.

Qui, nella regione settentrionale del Cile, la sensibilità ecologica prende forma tra i contrasti più radicali: l’aridità più estrema della Terra e l’eccesso più sfrenato del consumo umano.

Un paesaggio che racconta la globalizzazione

Ogni anno, milioni di capi provenienti da Europa, Asia e Nord America giungono nei porti cileni. Quello che non riesce a entrare nel circuito dell’usato finisce nel deserto, creando discariche a cielo aperto visibili persino dai satelliti. La fast fashion in Cile è diventata emblema di un modello di produzione e smaltimento che non conosce confini, e che ha trasformato questo territorio in discarica del pianeta.

Documentari, reportage fotografici e campagne social hanno reso Alto Hospicio un simbolo internazionale, ma spesso con un linguaggio di denuncia che non racconta la complessità di questa questione ecologica. La realtà è fatta di comunità che cercano di convivere con il problema, di giovani attivisti che ne traggono motivazione e di figure professionali che vedono le conseguenze sul campo.

La voce di chi cura: intervista a Marcelo Heredia Román

Marcelo Heredia Román, veterinario e guida locale, osserva da anni gli effetti delle discariche sul territorio.

“Non è solo una questione estetica”, spiega a B-Hop.

“Le microplastiche si disperdono nel vento, i residui chimici alterano la qualità dell’acqua e compromettono i pascoli. Lama e alpaca, che da secoli sostengono la vita in questa regione, iniziano a mostrare segni di contaminazione”.

Per Heredia, la sensibilità ecologica non è una moda, ma una risposta vitale: “Lavoro con le scuole e con piccoli gruppi di turisti responsabili. Raccontiamo come il deserto sia un ecosistema delicato, non un terreno abbandonato dove seppellire l’eccesso globale”.

Marcelo Heredia sulle Ande per la salvaguardia del pianeta. Foto Erika Mattio
Marcelo Heredia sulle Ande per la salvaguardia del pianeta. Foto Erika Mattio

La voce di chi sale: intervista a Joel Colquel

Joel Colquel è un atleta che ha fatto della scalata dei vulcani andini una filosofia di vita e che ha presentato il suo documentario all’ONA film festival di Venezia, in occasione dell’82esima Mostra Internazionale del Cinema. Per lui, sport e ambiente sono inseparabili.

“Quando salgo sul Cerro Dragón o guardo verso il Parinacota, vedo la bellezza e le ferite della mia terra. Ogni volta che scorgo una distesa di vestiti bruciati nel vento, capisco quanto il nostro consumo influisca anche sui luoghi più remoti”.

Colquel è convinto che l’ecologia possa nascere dal movimento: “Organizziamo corse ecologiche e pulizie collettive. Non basta criticare la fast fashion, bisogna trasformare la rabbia in azione“.

Dalla denuncia alla narrazione: come l’informazione ha raccontato questa crisi

Il caso delle discariche cilene è stato raccontato in forme diverse: articoli di The Guardian, reportage di France24, documentari indipendenti su YouTube e Netflix. Ognuno ha contribuito a creare un immaginario: il deserto come discarica globale, la moda come industria ipocrita, il Sud del mondo come vittima. Osservarlo dal vivo mostra il dramma di una società fatta di spreco, voglia di risparmio e di consumo, ignara del peso di queste scelte.

Questa narrazione, pur efficace, presenta limiti strutturali: spesso manca la voce dei locali, prevale l’immagine shock sul processo storico, si concentra sull’orrore e non sulla resistenza. Alcuni artisti cileni hanno provato a sovvertire questa prospettiva, utilizzando i tessuti scartati per installazioni urbane e performance teatrali, trasformando rifiuti in linguaggio.

Le Ande e il deserto di San Pedro de Atacama. Foto: Erika Mattio
Le Ande e il deserto di San Pedro de Atacama. Foto: Erika Mattio

Una questione ecologica e culturale

La fast fashion in Cile non è un fenomeno isolato: si inserisce in un sistema di produzione che incentiva l’acquisto compulsivo, l’obsolescenza programmata e la mancanza di responsabilità estesa del produttore. La questione ecologica qui diventa specchio di una cultura globale che considera il tessile come usa e getta.

Gli studi antropologici e sociologici mostrano come, storicamente, la sensibilità ecologica in Sudamerica sia nata da crisi tangibili: l’inquinamento dei fiumi minerari, la deforestazione amazzonica, l’avvelenamento dei suoli agricoli. L’Atacama si aggiunge oggi come nuova frontiera di questa coscienza.

Cosa possiamo imparare?

Il messaggio che arriva dal Cile è duplice. Da un lato, denuncia: ogni capo prodotto e non utilizzato alimenta un ciclo di spreco che ha conseguenze planetarie. Dall’altro, speranza: piccole comunità, atleti, guide e veterinari si stanno mobilitando per trasformare le discariche in oggetto di studio, di riciclo e di arte.

Il futuro passa da politiche più severe, da un consumo più responsabile e da una narrazione che non riduca l’Atacama a una cartolina di orrore, ma lo restituisca come laboratorio di coscienza ecologica.

Un deserto che ci riguarda tutti

Le distese di abiti di Alto Hospicio non sono lontane quanto sembrano: sono lo specchio dei nostri armadi, dei saldi che inseguono trend effimeri, dei pacchi restituiti dopo un acquisto impulsivo. La fast fashion in Cile è una storia che parla di confini geopolitici, ma anche di confini morali.

La questione ecologica nasce qui, tra la sabbia e i tessuti sintetici, come una chiamata collettiva: a vedere, a raccontare, a cambiare.


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Erika Mattio

Erika Mattio

Antropologa, archeologa e scrittrice. Nata nel 1989 nelle vallate cuneesi, mi sono trasferita per lavoro nella laguna veneziana, dove, fra moeche e barche a remi mi occupo di scavi archeologici e giornalismo. Ho studiato in Iran e mi sono dottorata a Madrid. La scrittura è il mezzo per unire ciò che la geografia separa. Raccolgo storie e suoni da porti, deserti, discariche e città invisibili. Mi muovo tra scavi archeologici e rotte contemporanee, inseguendo le tracce dell’umano tra passato e presente. Il mio sguardo è etnografico, il mio passo lento, il mio taccuino sempre aperto. Scrivo su B-Hop perché credo in un giornalismo che scava, ascolta e restituisce complessità con cura.

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