di Erika Mattio – C’è un momento, ogni anno, in cui l’Italia si ferma davanti a un palco illuminato: il teatro l’Ariston di Sanremo che, in questo 2026, dopo i giochi olimpici e innumerevoli celebrazioni per il Belpaese, terrà incollati i telespettatori dal 24 al 28 febbraio. Non è solo musica, non è solo spettacolo. È un rito laico.
Il Festival di Sanremo è il luogo in cui il Paese si racconta senza dichiararlo apertamente: nelle canzoni, nei silenzi, negli applausi, nelle polemiche del giorno dopo. Ma anche nei vestiti.
Perché all’Ariston non si canta soltanto: si performa un’identità. E quell’identità, da oltre settant’anni, parla di politica tanto quanto di amore.
Sanremo non crea i conflitti. Li mette in scena. Oggi faremo un viaggio per comprendere come la società e la politica si riflettano nel Festival della Canzone Italiana, segnando l’evoluzione del nostro Paese e non solo.
Morale e compostezza al Festival di Sanremo: l’Italia in abito scuro
Negli anni Cinquanta il Festival nasce dentro un’Italia che cerca ordine, stabilità, normalità. La guerra è finita da poco, la Democrazia Cristiana guida il Paese, la televisione pubblica ha una funzione pedagogica. Le donne indossano abiti lunghi, eleganti ma castigati; gli uomini smoking impeccabili. L’estetica è rassicurante, quasi istituzionale. Nilla Pizzi incarna la femminilità composta dell’epoca: sentimenti privati, amori malinconici, nessuna frattura sociale visibile. Il Festival consolida un’identità nazionale pudica, ordinata.
Quando Domenico Modugno nel 1958 apre le braccia cantando Nel blu dipinto di blu, non cambia solo la musica. Cambia il gesto, la postura, l’energia. L’Italia del boom economico comincia a respirare più ampiamente, a guardare fuori dai confini.
Eppure, negli anni Sessanta, il Festival di Sanremo resta distante dalle tensioni che crescono nel Paese. Il suicidio di Luigi Tenco nel 1967, dopo l’eliminazione della sua Ciao amore, ciao, segna una frattura drammatica: la realtà irrompe in uno spazio che aveva preferito la leggerezza. L’anno successivo esplode il ’68, ma il palco resta formalmente composto, quasi a difendersi dal disordine del tempo.
Censura, televisione commerciale e corpo come messaggio
Negli anni Settanta l’Italia è attraversata da terrorismo, conflitti ideologici, tensioni profonde. Sanremo rimane un luogo moderato, protetto. La censura che colpisce Fabrizio De André per l’uso della parola “prostituta” in Bocca di Rosa – fuori dal Festival ma dentro il sistema radiotelevisivo pubblico – racconta bene il clima morale dell’epoca. Il linguaggio è sorvegliato, il corpo è disciplinato.
Ma negli anni Ottanta tutto cambia. La televisione commerciale ridefinisce lo spettacolo. Lustrini, spalline, colori accesi: l’estetica si fa più audace. Il trio Massimo Lopez, Anna Marchesini e Tullio Solenghi con la parodia dell’ayatollah Khomeini dimostra che la politica internazionale può entrare sul palco attraverso la satira. È un momento rivelatore: anche quando ride, il Festival parla di geopolitica.
Il corpo in scena non è più neutro. L’abbigliamento diventa linguaggio. La comicità diventa strumento di commento. Sanremo si apre alla trasgressione, ma sempre entro il perimetro televisivo.
Crisi della politica e ricerca di identità: Sanremo come cartina tornasole
Gli anni Novanta sono segnati da Tangentopoli e dal crollo della Prima Repubblica. L’Italia perde certezze. Il festival di Sanremo assume allora una funzione quasi consolatoria.
Toto Cutugno canta l’Europa unita con Insieme: 1992, mentre il sistema politico implode. È un paradosso simbolico: mentre il Paese si frantuma, il palco invoca coesione sovranazionale. L’eleganza torna sobria, rassicurante.
Nel 2002 Roberto Benigni legge la Costituzione in diretta. Non è l’abito a provocare, ma la parola. La Carta repubblicana diventa spettacolo. Il Festival si fa esplicitamente civico: Sanremo, in questi passaggi, non detta la linea politica, ma contribuisce a costruire immaginario collettivo.
Identità, diritti, fluidità: il festival come arena culturale
Negli anni 2010 e 2020 il cambiamento è evidente. L’Italia è ormai multiculturale, attraversata da nuove sensibilità.
Mahmood con Soldi porta sul palco una narrazione familiare e post-migrante. Non è solo una canzone: è un racconto di seconde generazioni che si affermano nel mainstream. Achille Lauro trasforma ogni esibizione in una performance identitaria. Abiti ispirati al glam rock, ambiguità di genere, richiami sacri e provocatori: il vestito diventa dichiarazione politica senza slogan. I Måneskin normalizzano un’estetica androgina e internazionale.
Se negli anni Settanta una parola poteva essere censurata, oggi si discute apertamente di diritti LGBTQ+, autodeterminazione, pluralità culturale.
Le polemiche non spariscono: cambiano oggetto. Il Festival di Sanremo diventa lente di ingrandimento della polarizzazione nazionale.
Nel contesto politico attuale – segnato da governi conservatori, tensioni su immigrazione, linguaggio inclusivo, ruolo dell’Europa e diritti civili – ogni gesto sul palco viene interpretato come schieramento. Un monologo, un simbolo, un colore, una scelta stilistica: tutto diventa oggetto di dibattito.
Il ruolo dei presentatori: mediatori del tempo storico
Se il Festival è uno specchio, non è però neutro. A orientarlo non sono solo gli artisti, ma anche i direttori artistici e i presentatori. Il conduttore non introduce semplicemente le canzoni: interpreta il tempo storico.
Da figura istituzionale e rassicurante a mediatore ironico, da padrone di casa elegante a protagonista implicito del dibattito pubblico, il presentatore sceglie il tono con cui un tema sociale viene incorniciato. Può accendere un conflitto o trasformarlo in dialogo. Sarà Carlo Conti, quest’anno, a guidare il racconto del 2026: tra presenze internazionali e uno sguardo inevitabile a una geopolitica che non accenna a distendersi, il palco dell’Ariston tornerà a essere la lente attraverso cui l’Italia guarda un mondo in tensione.
Anche i testi delle canzoni riflettono il momento storico: “Fastidio” è una delle parole più utilizzate dai cantanti in questo Festival, in netto contrasto con l’amore decantato da Nilla Pizzi anni fa. Il palco è una costruzione simbolica, e chi lo guida contribuisce a definirne il senso politico.
Il rito collettivo e l’Italia che si guarda attraverso il Festival di Sanremo
Il Festival di Sanremo non fa leggi, non governa il Paese, non sostituisce il Parlamento. Ma costruisce immaginario.
E l’immaginario è il terreno su cui la politica, prima o poi, si muove.
Le parole che ieri scandalizzavano oggi sono normali. Gli abiti che un tempo avrebbero suscitato censura oggi aprono dibattiti televisivi. Le identità che erano invisibili ora chiedono riconoscimento sotto le luci di prima serata.
Sanremo è un laboratorio emotivo. Qui si sperimentano linguaggi, si mettono alla prova limiti, si misura la temperatura del consenso.
Se una performance divide, significa che il Paese è diviso. Se una canzone unisce, significa che esiste ancora un terreno comune.
Quando si spengono le luci dell’Ariston, non resta soltanto una classifica. Resta un racconto fatto di melodie e di scontri, di smoking e di glitter, di tradizione e di rottura. Resta l’immagine di un Paese che, tra un applauso e una polemica, continua a interrogarsi su se stesso.
E forse è proprio questa la vera funzione del Festival di Sanremo: costringerci, una volta all’anno, a guardarci allo specchio. Anche quando l’immagine che vediamo non è semplice da accettare.
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