di Erika Mattio – Dal 28 dicembre 2025, le proteste in Iran sono tornate a occupare le prime pagine dei giornali internazionali. Immagini di piazze affollate, slogan gridati, repressione e blackout informativi hanno alimentato una narrazione ormai familiare: un paese stretto tra autoritarismo e crisi economica.
La repressione conta ad oggi centinaia di morti, 2.000 secondo la fondazione della Premio Nobel Narges Mohammadi. Migliaia di persone sono state arrestate e rischiano la pena di morte.
Fermarsi a questa lettura rischia di perdere un elemento fondamentale. Oltre al conflitto, oltre la rabbia, in Iran sta emergendo una domanda collettiva di futuro, fatta di consapevolezza, confronto e, soprattutto, speranza.
Una crisi che parla la lingua della vita quotidiana
Le proteste nascono da un dato semplice e concreto: vivere è diventato sempre più difficile, in particolare dopo le proteste del 2022, che hanno innalzato il motto “Donna, vita, libertà“.
L’inflazione, la svalutazione della moneta – il Rial -, la disoccupazione e l’impatto dell’embargo internazionale hanno inciso profondamente sulla quotidianità delle famiglie. Non si tratta solo di macroeconomia, ma di scelte quotidiane, di rinunce forzate, di una soglia di sopportazione che si è abbassata.
Zeinab M., iraniana che vive in Europa e Sharid F., ingegnere parlano a B-hop (i cognomi sono stati omessi per motivi di sicurezza) da Teheran: Zeinab, oggi residente in Europa dove sta svolgendo un dottorato, ma con la famiglia ancora in Iran, racconta con lucidità:
“La vita in Iran sta per cambiare. Le proteste sono la dimostrazione che il governo non riesce più a rispettare la promessa di proteggere il suo popolo.
L’embargo, l’aumento dei prezzi rendono più facile comprare un litro di benzina piuttosto che un litro di latte”.
In questa frase c’è tutta la forza simbolica della protesta: quando i beni essenziali diventano un lusso, il disagio economico si trasforma inevitabilmente in una questione politica e morale.


Dalle periferie al centro: una protesta diffusa
Un elemento spesso sottovalutato è la geografia del dissenso. Le proteste non riguardano solo le grandi città o i centri più visibili mediaticamente, ma attraversano anche regioni periferiche e aree meno raccontate.
“La mia famiglia vive nella parte est del paese e sostiene che queste proteste faranno cadere il governo. Hanno mandato me e mia sorella a studiare all’estero, per avere più opportunità e meno pericoli. Non posso tornare a casa, ma sento che presto potrò riabbracciarli in una nuova democrazia”, spiega Zeinab.
Che questa previsione si realizzi o meno, è significativo che anche nelle zone tradizionalmente considerate più marginali si parli apertamente di cambiamento. Questo indica una frattura profonda nel rapporto tra Stato e cittadini, ma anche una crescente coscienza collettiva.
Cambiare senza crollare: un’altra lettura possibile per l’Iran
Non tutti, però, vedono nelle proteste l’anticamera di un imminente cambio di regime. Sharid, ingegnere della capitale, offre una prospettiva diversa, meno emotiva ma altrettanto rilevante:
“Le proteste sono segno di malessere, ma credo che il governo non cadrà.
Sicuramente, però, queste manifestazioni sono il segno che il popolo iraniano vuole altro”.
La sua analisi apre uno spazio importante: quello della trasformazione graduale.
“Sono convinto che il presidente e la guida spirituale scenderanno a patti, per dare ascolto alla popolazione”.
In questa visione, la protesta non è solo rottura, ma strumento di pressione, un modo per ridefinire i confini del possibile e costringere il potere a confrontarsi con una società che non accetta più il silenzio come unica risposta.
Il ruolo marginale dell’Occidente e la forza interna
Un altro tema centrale nelle narrazioni iraniane riguarda il ruolo dell’Occidente. L’attenzione internazionale appare intermittente, spesso condizionata da altri conflitti e priorità geopolitiche. Sharid lo dice senza ambiguità: “Europa e USA sono troppo impegnati su altri fronti per interessarsi a noi o, se lo faranno, sarà solo per interesse e per bloccare il nostro legame economico con Cina e Russia”.
Ma questa constatazione non si traduce in vittimismo. Al contrario: “Il popolo iraniano si salverà da solo”, aggiunge, rivendicando una capacità autonoma di resistenza e costruzione.


Questa idea sposta il discorso dal bisogno di interventi esterni alla responsabilità interna, restituendo centralità agli iraniani come soggetti attivi del proprio destino. Le proteste in Iran possono essere lette come una forma di educazione civica collettiva. Protestare significa esporsi, discutere, prendere posizione, immaginare alternative. Anche quando il cambiamento non è immediato, il solo fatto di rendere visibile il dissenso modifica il tessuto sociale.
Zeinab chiude la sua intervista con parole che sembrano semplici, ma che racchiudono una visione profonda:
“Fra qualche anno avremo una democrazia, me lo sento. I regimi non durano per sempre”.
Non è una previsione politica, ma un atto di fiducia nel tempo lungo della storia.
Oltre la crisi e alle proteste, una possibilità aperta in Iran
L’Iran di oggi è attraversato da contraddizioni forti: repressione e desiderio di libertà, difficoltà economiche e capacità di resilienza, sfiducia nelle istituzioni e fiducia nel cambiamento. Raccontare le proteste in Iran solo come emergenza significa perdere la parte più interessante: quella in cui una società, pur sotto pressione, continua a pensarsi diversa.
Forse il cambiamento non arriverà domani. Forse sarà incompleto, contraddittorio, faticoso. Ma le proteste, i sacrifici e le voci di chi è sceso in strada indicano che qualcosa si è già mosso. E in un contesto come quello iraniano, anche questo è un segnale potente di speranza.
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