di Erika Mattio – Ho camminato per le strade di Teheran, ho viaggiato accompagnata dalle note delle chitarre sul ponte di Isfahan, ho studiato in aule dove la storia millenaria dell’Iran si mescolava con la voglia di modernità, con l’energia incontenibile di una gioventù che sogna, che crea, che pensa oltre i confini imposti.
Ho bevuto tè parlando di filosofia e futuro con studenti e studiose che non somigliano affatto al nemico che ci viene continuamente descritto. Per questo, oggi, guardo con sgomento e profonda preoccupazione all’attacco sferrato dagli Stati Uniti contro l’Iran.
Anche se oggi è stata annunciata una tregua, che non si sa ancora se reggerà, è un atto miope, che guarda al passato con la lente distorta della vendetta e della paura, invece di costruire ponti per il futuro.
Che cosa stiamo cercando di dimostrare?
Che cosa significa, nel 2025, ancora una volta, rispondere con le armi a tensioni che meriterebbero diplomazia, ascolto e visione geopolitica?
Ci raccontano che l’Iran è una minaccia, che “dovevamo reagire”, che “non c’erano alternative”. Eppure, la storia ci insegna che ogni intervento militare in Medio Oriente, dal 2001 in poi, non ha portato stabilità, non ha portato democrazia, non ha portato pace. Ha solo moltiplicato il dolore.


Quaranta anni di sospetti, spie, sanzioni, isolamento. Quaranta anni di rapporti congelati. Ma quanto può durare una punizione? È legittimo, ancora oggi, trattare un intero paese come ostaggio di errori passati, reali o presunti, senza concedere nemmeno uno spiraglio di fiducia, di cambiamento, di evoluzione?
L’Iran di oggi non è l’Iran del 1979. La società civile è viva, mobile, in fermento.
Le donne iraniane non sono un simbolo da strumentalizzare quando serve e da ignorare quando si decide di colpire.
I giovani iraniani non sono semplici spettatori, e non meritano di pagare il prezzo di logiche belliche che parlano un linguaggio fuori dal tempo.


Chi ha viaggiato in Iran – chi ha ascoltato le sue voci, chi ha percorso le sue strade – sa che la complessità non si può ridurre a una dicotomia tra “buoni e cattivi”. Sa che l’Iran non è una minaccia monolitica ma un mosaico di identità, speranze, contraddizioni. Sa che attaccarlo è anche – e soprattutto – un’offesa al futuro, a quella possibilità di normalità e dialogo che viene ogni volta cancellata sotto le bombe.
La comunità internazionale deve avere il coraggio di dire basta. Basta con le logiche da Guerra Fredda, con l’ossessione per il nemico interno ed esterno.
Basta con il racconto delle “cimici di quarant’anni fa”, come se fossimo ancora intrappolati in un thriller da spionaggio che ha perso ogni credibilità. Basta usare il passato come alibi per evitare il presente.
L’Iran non è perfetto, nessun paese lo è. Ma merita un’altra possibilità. Merita che il mondo smetta di guardarlo attraverso le lenti del sospetto e inizi a vederlo per ciò che è oggi: un luogo dove si può ancora costruire qualcosa, se solo si ha il coraggio di parlare e non di sparare.
In collaborazione con News48





















