di Patrizia Caiffa – Nel cuore dell’Aspromonte, in Calabria, affacciato sullo Stretto di Messina, c’è un paesino curioso, sovrastato da rocce a forma di dita tese verso il cielo: è Pentedattilo, un borgo che racconta di rinascite e leggende, di tradizioni e di un passato che non smette di parlare.
Il nome Pentedattilo deriva dal greco pente (cinque) e dactylos (dita), ed è appunto riferito ai cinque pinnacoli rocciosi che sovrastano il borgo, una sorta di “mano di pietra”.
Chi ci ha abitato e chi ancora ci vive e lavora lo ha reso un’attrazione turistica e – complici i social – sono tanti i turisti del weekend o i vacanzieri estivi che fanno un salto da queste parti.
Il colpo d’occhio sul paese e sullo Stretto, con vista sulla Sicilia e l’Etna è mozzafiato.


Ed è bello perdersi nei vicoli a fare belle foto, entrare nelle botteghe di artigiani che lavorano il legno, la ceramica e il vetro, fermarsi al bar per un rinfresco al bergamotto, entrare nella chiesa dove ancora vengono celebrate le messe.


La storia di Pentedattilo è segnata da un evento tragico: la Strage degli Alberti. Nel 1686, il barone Bernardino Abenavoli, innamorato di Antonietta Alberti, decise di vendicarsi quando la giovane fu promessa in sposa a un altro.
Durante una festa pasquale, Bernardino fece irruzione nel castello degli Alberti, uccidendo Lorenzo, il marchese, e altri membri della famiglia.
Solo Antonietta fu risparmiata, ma il suo destino fu segnato dal dolore e dalla clausura.
Le rocce che sovrastano il borgo sono state descritte come le “dita insanguinate” della mano del barone, e si dice che nelle notti di vento si possano ancora udire le grida di dolore delle vittime.


Nel 1930, il grande artista olandese M.C. Escher visitò Pentedattilo durante il suo viaggio attraverso l’Italia meridionale. Rimase affascinato dalle forme inconsuete e vertiginose delle rocce, che sembravano sfidare la logica e la prospettiva — proprio ciò che avrebbe poi reso celebre la sua opera. Sebbene non esista una litografia esplicita dedicata al borgo, i suoi schizzi e le suggestioni raccolte in Calabria si ritrovano nel suo stile, fatto di incastri impossibili, geometrie paradossali e natura metamorfica.
Pentedattilo, con la sua struttura sospesa e il groviglio di case incastonate nella pietra, sembrava uscita da uno dei suoi mondi irreali.


Nel corso dei secoli, Pentedattilo ha vissuto periodi di splendore e di abbandono. Il terremoto del 1783 segnò l’inizio di un lento declino, che portò al definitivo spopolamento negli anni ’60.
Negli anni ’80, un gruppo di volontari iniziò a restaurare il borgo, trasformandolo in un “albergo diffuso” e dando nuova vita alle sue case in pietra.
Oggi Pentedattilo è un esempio di come la comunità possa rigenerare un luogo attraverso l’impegno e la passione.
Il borgo ospita anche eventi culturali come il Festival Paleariza, dedicato alla cultura grecanica.
A pochi chilometri da Pentedattilo, nel comune di Melito di Porto Salvo, passò perfino Giuseppe Garibaldi durante la sua spedizione dei Mille. In una casa che oggi è un raffinato ristorante si vedono ancora i segni delle palle di cannone dei garibaldini.


In un mondo che cambia rapidamente, Pentedattilo ci ricorda l’importanza di preservare le nostre radici e di credere nella possibilità di una rinascita.
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