di Stefano Macera – Non solo i caseggiati, anche gli spazi verdi urbani possono apparire anonimi. A meno che non siano il portato d’una raffinata progettazione. Come quel Parco Nemorense che figura tra le principali risorse ambientali del quartiere Trieste, nel secondo Municipio della Capitale.
A concepirlo fu Raffaele de Vico, uno specialista. Un architetto che, in una carriera dispiegata tra gli anni ’20 e i ’50 del secolo scorso, è riuscito a dare una nuova impronta al verde pubblico cittadino. La sua attività fu particolarmente intensa durante il fascismo, portando con sé non solo creazioni celebrate, come il Giardino degli Aranci all’Aventino, ma anche un considerevole aumento della superficie dei parchi di Roma. Invero, di rado il suo operato rispose a un’effettiva programmazione. Su questo versante dell’urbanistica,
il Governatorato – l’ente che amministrava la città durante la dittatura – non elaborò mai un piano organico.
Nonostante ciò, grazie all’ingegno del De Vico e dei suoi collaboratori, vi furono diversi risultati significativi, sul piano artistico e in termini di utilità pubblica. Per dire,
il parco è tuttora un punto di riferimento per chi abita nella zona.


A cominciare dai bambini, che incontrano uno spazio con giostre e altalene già in prossimità degli ingressi di via Nemorense (gli altri sono in via Panaro e in via Lago di Lesina). Ora, tale area destinata ai più piccoli era già prevista nell’accurato disegno originario.
Ed è proprio in virtù dello sforzo progettuale che, nell’autunno del 1930, questo polmone verde venne inaugurato nei modi più trionfali.
Peraltro, in quell’anno si celebrava il bimillenario della nascita del sommo autore dell’Eneide. Il che spiega il nome iniziale del parco, invero mai caduto in disuso: Virgiliano.
Ma sino a che punto, nel sito odierno, si riflettono gli intendimenti del De Vico? Col tempo, qui, le modifiche e gli ampliamenti non sono mancati. Tuttavia, la varietà arborea che tanto impressiona il visitatore attuale non è un’innovazione recente, ma una conseguenza della sensibilità estetica del progettista. Questi, a ben vedere, se ne servì pure per suggerire una gerarchia tra i viali che attraversano il parco.
A quello che svolge il più ampio giro, toccando pure il limite della scarpata meridionale, De Vico assegnò slanciati tigli. Pini assai elevati furono invece scelti per fiancheggiare il viale rettilineo che, sullo sfondo, presenta un laghetto. Mentre per i viali secondari si pensò ad alberi di minore altezza, come il leccio e il prunus pissardi.


Ora, questa puntigliosa progettazione includeva pure spunti provenienti dai giardini cinque-secenteschi. Alcuni erano di gusto naturistico, come l’appena citato laghetto. Scavalcato da un ponticello, questo risulta connotato da roccaglie, sì da evocare ambienti lontanissimi da quelli urbani.
Insomma, parliamo d’una composizione deliziosa. Oltretutto, essa ben si colloca in uno spazio verde che, nella denominazione più diffusa, si richiama a un bacino d’acqua tra i più incantevoli del Lazio, quello di Nemi.
Ma le invenzioni non finiscono qui. Pur se la sua superficie non supera i 3 ettari, il parco ne è disseminato.
Ad esempio, chi vi si accosta dalla limitrofa Piazza Volsinio non può ignorare il profilarsi d’un suggestivo Belvedere. Un elemento che, anzitutto in senso artistico, trae partito dalla posizione del sito, di poco più elevata rispetto alle aree adiacenti. Per giunta, lo si è dotato di una bella scalinata a due rampe circolari.


Certo, non tutto quel che era previsto nel disegno iniziale ha trovato attuazione. In asse col laghetto doveva esservi una Cavea per i concerti. Al suo posto, già nel 1933 venne realizzato uno chalet, adibito a caffè. Un edificio che, dopo alterne vicende, è tornato a svolgere la sua antica funzione. Connotandola, però, in un senso più sociale: vi sono infatti distribuiti i prodotti del commercio equo e solidale, ossia di quella forma alternativa di economia che si propone di rispettare l’ambiente e i diritti dei lavoratori delle parti meno fortunate del mondo.


Un’iniziativa che incontra un certo successo e che, in fondo, appare in linea con i valori esaltati dall’odierna toponomastica del sito.
Infatti, il viale principale risulta dedicato a Piersanti Mattarella, vittima di mafia e fratello del Presidente della Repubblica in carica. Quello che ha per fondale il laghetto richiama il genocidio dei Tutsi, compiuto in Ruanda nel 1994.
Un’analoga ispirazione civile si registra nei due larghi, intitolati rispettivamente alla partigiana Tina Anselmi e alle donne che, nel 1946, parteciparono all’Assemblea Costituente.


Per terra, nel secondo, è stata collocata una targa in onore del più giovane martire della resistenza romana: Ugo Forno, residente proprio in via Nemorense. Era il 5 giugno del 1944 quando assieme ad altri, un po’ più grandi di lui, intervenne contro alcuni genieri tedeschi. I quali, nel corso della ritirata da una Roma finalmente libera, stavano minando un ponte sull’Aniene. I ragazzi glielo impedirono, ma nello scontro a fuoco prodottosi tra i due gruppi Ugo morì. Seguito, a stretto giro, da Francesco Guidi, ch’era stato gravemente ferito. Ugo aveva 12 anni: un’età che, in quella fase drammatica della nostra storia, poteva comportare scelte decisive.


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