di Amato Orecchini – Con la inarrestabile transizione al nuovo ordine mondiale multipolare da parte delle grandi autocrazie regionali, il mondo è diventato più instabile per la presenza di più attori, che con continue guerre impongono la regola del più forte, minacciando gli altri Stati.


Le guerre catastrofiche esplose negli ultimi anni, che Papa Francesco aveva definito “una terza guerra mondiale a pezzi”, rispecchiano questa situazione provocando conseguenze globali, generando condizioni di estrema instabilità, insicurezza e sofferenza con un impatto devastante sulle popolazioni colpite.
Conseguenza ancor più grande a causa del continuo annichilimento e affossamento delle organizzazioni internazionali, in primis l’Onu, tra i cui compiti fondamentali ci sono proprio “mantenere la pace e la sicurezza internazionale, sviluppare relazioni amichevoli e cooperare nella risoluzione dei problemi internazionali e nel rispetto dei diritti umani”.
Noi come società civile ci troviamo impietriti, turbati e disorientati da quello che sta accadendo ormai da più di tre anni, dal febbraio del 2022, con l’aggressione russa all’Ucraina, il primo conflitto in Europa dalla seconda guerra mondiale, seguita dall’aggressione dei terroristi di Hamas ad Israele ad ottobre 2023, ed infine dalla risposta israeliana prima a Gaza e dal successivo attacco all’Iran nel giugno del 2025.


Proprio quest’ultimo conflitto, chiamata la “guerra dei dodici giorni”, ha visto uno scontro volato, non solo in senso figurato, che si è concluso con un appariscente, significativo e ad alto rischio bombardamento Usa, avvenuto alcuni giorni fa sul sito nucleare iraniano di Fordow.
Infatti, subito dopo è stato dato l’avvio, dal presidente Usa Donald Trump, ad una positiva, ma traballante tregua: anche se inizialmente più volte interrotta da azioni belliche di ambedue i contendenti mediorientali, tra dubbi e incertezze, sembra stia tenendo.
Gli Usa, contrariamente a quanto ci si aspettava, dimenticando le recenti promesse elettorali di non avviare nuovi conflitti e di tenere, in buona sostanza, gli Stati Uniti, fuori da ogni guerra, hanno voluto porre il loro cappello su questo scontro, ben consci che le altre potenze in gioco, alleate dell’Iran, la Russia e la Cina, avrebbero reagito tiepidamente ad una sostanziale richiesta di aiuto da parte della Repubblica islamica degli ayatollah, proprio perché, in questo caso, gli interessi sono diventati per la Russia regionali, visto il loro progressivo abbandono del Medio oriente e per la Cina globali, ma unicamente da un punto di vista commerciale.
Ai cinesi ed ai russi, più che la loro determinazione a contrastare l’aggressione Usa all’Iran, interessa – ai primi – il petrolio iraniano, visto che più del 20% del greggio che transita dallo stretto di Hormuz serve alla loro economia e, ai secondi, l’occupazione dei territori delle terre rare dei poveri martoriati ucraini; è di alcuni giorni fa la conquista della più grande miniera di litio a cielo aperto dell’Ucraina.
Proprio quest’ultima attività bellica portata avanti dagli Usa contro Teheran, peraltro assolutamente criticabile perché nei fatti si è rivelata un’aggressione, e il mancato supporto cinese e russo all’Iran, ci
potrebbe riservare un’apertura ad una soluzione pacificata in Ucraina, anche se non dietro l’angolo per i continui e ripetuti attacchi missilistici
sulle città da parte di Putin, per una serie di richieste difficilmente accettabili da parte degli aggrediti.
Il collegamento a questa positiva visione è costituito dalla dichiarazione del segretario generale della Nato, Mark Rutte, sull’Ucraina: “Gli alleati ribadiscono il loro impegno sovrano a fornire sostegno all’Ucraina”, ma come rappresentato dal presidente ucraino Zelensky, non si fa alcun riferimento all’ingresso dell’Ucraina nella Nato e ciò potrebbe aprire a speranze per
una spinta verso una possibile pacificazione, perché il non ingresso nella Nato è una delle condizioni richieste da Putin.


Prendendo in prestito la recente affermazione del sindaco di Bucarest, Nicusor Dan, nuovo presidente della Romania, rilasciata dopo aver vinto le elezioni – “Viviamo un tempo di speranza” – ci possiamo augurare che questa positiva aspettativa esistenziale ci possa, almeno per un breve periodo, appartenere.
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