di Amato Orecchini – Per la prima volta qualcosa si muove nel conflitto israelo-palestinese. E’ l’ora di agire.
Siamo a Gaza, nella Striscia, dove ormai da quello scellerato e infame attacco del 7 ottobre del 2023, che ha provocato più di 1.200 morti tra gli israeliani e il rapimento di 251 persone da parte di Hamas, si è definitivamente riacceso il conflitto in Palestina che ha portato a più di 50.000 morti a Gaza, quasi 2 milioni di sfollati, chiusi in meno del 20% del loro territorio, precipitando il conflitto in una crisi umanitaria senza precedenti.
Dopo 600 giorni di orrori esecrabili operati dal governo Netanyahu, senza ormai nessuna possibile giustificazione politica o militare, per la prima volta qualcosa si muove; il silenzio della comunità internazionale, attonita di fronte ai continui bombardamenti dell’esercito israeliano (Idf), sta vacillando al cospetto della drammaticità degli eventi che si susseguono.
Sia il Presidente della commissione Ue, Ursula Von der Leyen, sia l’Alto rappresentante per la politica estera, Kaja Kallas, nel commentare i recenti spaventosi avvenimenti, hanno usato degli aggettivi ed un linguaggio che indicano un cambio di marcia nella condanna morale per lo sterminio continuo perpetuato dal primo ministro israeliano: “Abominevole prendere di mira i civili” e ” l’operazione militare a Gaza è intollerabile”. In buona sostanza non ci sarà più l’accettazione di ogni atto del governo di Israele da parte delle istituzioni europee. Anche l’Italia ha chiesto al governo israeliano di porre fine all’escalation militare ed alla gravissima crisi umanitaria.
E ieri il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha rincarato la dose: “Si impone subito il cessate il fuoco a Gaza – ha detto -.
È disumano che venga ridotta alla fame un’intera popolazione,
dai bambini agli anziani: l’esercito israeliano renda accessibili i territori della Striscia all’azione degli organismi internazionali per la ripresa di piena assistenza umanitaria alle persone”.
Mentre il mediatore statunitense, Steve Vitkoff, ha presentato una bozza per un nuovo accordo preliminare che porti all’immediata tregua di 60 giorni, al rilascio degli ultimi ostaggi vivi e alla riconsegna delle salme degli ostaggi morti, che, anche se con qualche importante distinguo, i terroristi di Hamas potrebbero alla lunga accettare; questo potrebbe essere un primo passo verso una pausa umanitaria e un possibile punto di svolta di questa tragica realtà.
L’Onu, l’unico attore sovranazionale, sempre impegnato positivamente per l’immediata soluzione del conflitto, come nel passato con una importante risoluzione che chiede la fine dell’occupazione israeliana, ha approvato con estrema urgenza un’ altra risoluzione, anche se non a carattere vincolante, per una pausa umanitaria immediata che consenta alla disperata popolazione palestinese di poter ricevere gli aiuti essenziali per il sostentamento.
Secondo questa linea, la coordinatrice delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente, Sigrid Kang, ha detto: “Dobbiamo passare dalle parole ai fatti. Occorre agire.”
Si, sta cambiando qualcosa, dopo le continue strazianti immagini della devastazione dei territori e della popolazione affamata, disorientata, ed esasperata, che negli italiani più anziani hanno fatto ritornare in mente i periodi bui della seconda guerra mondiale, si sono inevitabilmente alzati i toni con un’ondata di indignazione e critiche da tutta l’opinione pubblica internazionale.

Universalmente si è levata una condanna unanime per la criminale e irresponsabile condotta israeliana nell’impedire l’indispensabile distribuzione degli aiuti alimentari agli sfollati, già duramente colpiti, che rischiano di morire di stenti e di fame.
Tutto ciò, però, ancora non si traduce in azioni concrete, sia internazionali che nazionali, ad eccezione di un passo importante da parte di Bruxelles, voluto finalmente dalla maggioranza degli Stati Ue: la richiesta di revisione dell’accordo di associazione tra l’Unione europea e il paese ebraico.
Ci sono voluti quasi 54.000 morti. Bisogna avere il coraggio di andare oltre. Di perseguire la pace.

E’ necessario, pertanto che tutta la società civile faccia sentire la propria vergogna contro il governo Netanyahu, per la promozione di un cambiamento, perché non ci sono alternative pregnanti di umanità nei confronti dell’azione criminale del primo ministro israeliano, se non quella di fermarla con ogni civile mezzo soprattutto con le grandi e spontanee mobilitazioni della nostra democrazia; l’unica strada che non risente dei diretti rapporti diplomatici e delle alleanze, e che nella società civile incide direttamente nell’influenzare le decisioni politiche.
In questo contesto, nell’urlare tutta la nostra rabbia e ignominia per l’inconsistenza delle azioni messe in atto, l’opinione pubblica italiana potrà portare in piazza tutta la propria vergogna e condanna morale nei confronti del governo Netanyhau, con le manifestazioni del 6 e 7 giugno prossimo, auspicando che, ad un certo punto della nostra esistenza, non sia la speranza a morire.
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