di Patrizia Caiffa – Oltre 50 famiglie del popolo indigeno Jenu Kuruba hanno rioccupato il loro villaggio ancestrale all’interno del Parco Nazionale di Nagarhole, nello stato del Karnataka, nel sud dell’India, da cui erano state sfrattate circa 40 anni fa per far posto a una Riserva della Tigre. Si tratta della prima volta nel Paese in cui una comunità indigena torna a vivere in un’area protetta come forma di protesta e rivendicazione dei propri diritti, spinta dalla volontà di riconnettersi con i propri luoghi sacri e denunciare decenni di ingiustizie.
Non sono rientrati con proteste urlate ma con legno e paglia in mano, pronti a ricostruire le loro case. A ricostruire la loro vita.
Un ritorno collettivo, deciso, come forma di resistenza e di rivendicazione. Un gesto potente, simbolico, spirituale. Il cuore di questa storia batte dentro una Riserva della Tigre, oggi area protetta, ma un tempo casa per migliaia di Jenu Kuruba, “i raccoglitori di miele”. Ne dà notizia Survival internazional, l’organizzazione che si batte per la tutela delle popolazioni indigene.
Le radici profonde della foresta
La storia del popolo Jenu Kuruba è fatta di alberi sacri, di tigri venerate come spiriti, di miele considerato dono della foresta. La loro è
una spiritualità incarnata nella natura,
e il distacco forzato dalla foresta negli anni ’80 non fu solo un’espropriazione materiale, ma un trauma culturale e spirituale. “I nostri spiriti sacri erano arrabbiati per essere stati abbandonati”, raccontano oggi. Ed è a loro, ai loro antenati, che stanno dedicando la prima casa ricostruita.
La decisione di tornare non è improvvisata. È il frutto di un lungo cammino di consapevolezza e organizzazione. Per decenni hanno chiesto il riconoscimento dei loro diritti forestali, ma si sono scontrati con la burocrazia e con il modello dominante di “conservazione fortezza”, quello che vede le foreste come spazi da svuotare di esseri umani per proteggere la fauna selvatica. Un modello che, in realtà, ha aperto le porte al turismo e agli interessi economici, lasciando fuori chi da secoli custodisce quell’ecosistema.
“Quando è troppo, è troppo”
Le parole che accompagnano il ritorno non sono slogan politici, ma dichiarazioni d’amore e di lotta:
“Quando è troppo è troppo. Non possiamo più restare separati dalle nostre terre”.
La dichiarazione collettiva dei Jenu Kuruba è un atto di resistenza culturale e spirituale, in cui rivendicano la coesistenza possibile – e storicamente provata – tra umani, foreste e fauna selvatica.
Per loro, tigri, elefanti, cinghiali, pavoni non sono animali da osservare dietro un binocolo, ma divinità. Non è retorica, è vita quotidiana. “Vogliamo che i nostri figli vivano come i nostri antenati”, affermano. Una frase che, in un’epoca in cui la modernità spesso schiaccia il passato, suona come una profezia controcorrente.


Il ritorno a casa non è stato accolto con gioia dalle autorità.
La risposta del Dipartimento alle Foreste è stata quella consueta: circa 130 agenti tra poliziotti e guardie forestali si sono presentati sul posto, bloccando l’accesso ai giornalisti e cercando di convincere gli indigeni a rinunciare. Ma i Jenu Kuruba hanno resistito,
denunciando apertamente il ritardo del riconoscimento dei loro diritti e l’ipocrisia di una conservazione che espelle i custodi originari della terra per fare spazio a lodge, safari fotografici e interessi privati.
“Stanno cercando di appropriarsi delle nostre terre per fare soldi con il turismo, ma oggi noi siamo tornati”, ha dichiarato Shivu, giovane leader del gruppo. “I nostri spiriti sacri sono con noi.”
Conoscenze ancestrali per la sopravvivenza delle tigri
L’ironia, amara, è che se oggi quella porzione di foresta è così ricca di biodiversità da essere dichiarata Riserva della Tigre, lo si deve proprio alla presenza storica dei Jenu Kuruba. Sono loro che, per secoli, hanno protetto e gestito quel territorio, seguendo un equilibrio delicato tra raccolta e rispetto.
Sono conoscitori profondi della foresta: sanno dove trovare erbe medicinali, quali radici usare per curare, come costruire una casa con materiali naturali. Raccolgono miele, frutta, bambù, senza mai depredare. Il loro modo di vivere ha permesso la sopravvivenza della fauna selvatica, non la sua scomparsa.
E ora la scienza lo conferma: le tigri prosperano accanto ai popoli indigeni.
Non a caso, Caroline Pearce, direttrice di Survival International, ha definito questo ritorno “un atto di riappropriazione di grande ispirazione”. Una sfida diretta al modello dominante di conservazione, che in India come in molte altre parti del mondo ha causato sofferenze, espropri e violazioni dei diritti umani.
Una nuova pagina da scrivere
La storia dei Jenu Kuruba non è una fiaba romantica su una tribù esotica in cerca di giustizia.
È il racconto concreto di un popolo che, pur ostacolato, sceglie la strada del ritorno.
Non con la violenza, ma con la dignità.
Il loro messaggio è chiaro: “Ci opponiamo all’idea che foreste, fauna e esseri umani non possano coesistere”. È un’idea che può cambiare il futuro della conservazione, non solo in India. E forse, nel gesto silenzioso di ricostruire una casa con le mani nude, sotto gli occhi di una tigre sacra, c’è tutta la forza di una rivoluzione.
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