di Giulia Segna – Lorenzo Cioce, trentaduenne romano, è laureato in storia, scrittore di poesie e autore di testi teatrali, ma da qualche anno a questa parte, dedica la maggior parte del suo tempo a curare gli alberi di Roma.
“Ormai è un lavoro”, esordisce sorridente appena lo incontriamo, “eppure è nato tutto per gioco! Mai avrei pensato che potesse trasformarsi in qualcosa di così grande”. Era l’estate del 2019, senza programmi per le vacanze e stufo del grigiore di Piazza Tommasini – nel quartiere Nomentano –, Lorenzo ha deciso di piantarci alcuni alberi.
Ascolta “Daje de Alberi, l’associazione romana che riporta la natura in città” su Spreaker.
Non senza l’autorizzazione del Comune di Roma, dal cui dipartimento giardini aveva ricevuto l’ok a procedere. “Ci siamo sempre mossi nella legalità – spiega a B-Hop magazine – anche quando agivamo come un gruppo informale di cittadini”.


Un gruppo di cittadini formato da lui e dai genitori, i primi a credere nel suo progetto di rigenerazione del verde urbano e, ça va sans dire, i primi finanziatori di Daje de Alberi, il nome che l’associazione avrebbe preso qualche mese dopo.
“Daje de Alberi è gioia e entusiasmo”, aggiunge orgoglioso – è un inno al pragmatismo, una sorta di tifo per gli alberi, come fossero una squadra di calcio”. In un’epoca di inglesismi strabordanti, Lorenzo preferisce valorizzare la romanità, intesa come territorialità: “A differenza di tante altre associazioni ambientaliste, che pure fanno un ottimo lavoro, noi puntiamo alla partecipazione attiva delle persone, al senso di appartenenza e di responsabilità verso gli alberi della città, sia di quelli che ti ritrovi sotto casa, sia di quelli che piantiamo a chilometri di distanza”.
Cinque aceri. Quello è stato l’inizio di tutto. Poi il gruppo Facebook, il profilo su Instagram, gli inviti in TV, le richieste di adesione via email, i messaggi di complimenti su Whatsapp, le erogazioni liberali da parte di singoli cittadini ma anche di enti come Intesa Sanpaolo e Fondazione Capellino.
“Fin da subito abbiamo percepito tanta voglia di bellezza e protagonismo positivo, quindi ci siamo strutturati fino a raggiungere la quota di trenta volontari fissi e decine di simpatizzanti occasionali.
Dal 2019 abbiamo piantato 250 alberi, ne abbiamo liberati 1074 e curati migliaia”.
L’attività di “liberazione”, precisa Lorenzo, consiste nella rimozione delle griglia di ghisa che hanno un mero scopo estetico ma mortificano la pianta, aumentandone il rischio di crollo: soffocano le radici costringendole a movimenti innaturali, nei mesi estivi diventano roventi e i rifiuti stradali si incastrano continuamente tra le fessure, finendo per diventare secchi dell’immondizia. L’attività di cura, invece, consiste nella concimazione, nella spollonatura e nell’innaffiamento.


Gli alberi di Daje possono essere adottati ma non prendono i nomi dei cittadini, perché “non sono di proprietà di nessuno”, dice Lorenzo. “Il cartello che lasciamo appeso ad un ramo o intorno al tronco, al massimo, è un’esortazione a innaffiare, eventualmente accompagnata dal nostro motto “Condivide et Albera”.
Cura, bellezza, decoro. Questi i principi che ispirano la partecipazione dei volontari, ai quali non è richiesta né quota di iscrizione né tessera associativa. “Ognuno contribuisce come può – conclude – basta che siano seguite le indicazioni dei professionisti nostri collaboratori”. Tra questi, il prof. Francesco Ferrini, esperto di verde urbano di fama mondiale.





















