di Erika Mattio – Teheran brucia, Tel Aviv si prepara, Washington avverte, Mosca e Pechino osservano. La nuova escalation militare che coinvolge l’Iran non è solo un altro capitolo della lunga instabilità mediorientale: è un punto di rottura che rischia di trasformare una crisi regionale in un confronto globale.
Il 28 febbraio 2026, l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei durante raid attribuiti a Stati Uniti e Israele ha aperto un vuoto politico in uno dei Paesi più strategici del pianeta. Missili, droni e attacchi incrociati hanno già prodotto centinaia di vittime e colpito infrastrutture militari e civili. Ma il dato più preoccupante non è solo militare: è sistemico. Petrolio, rotte marittime, alleanze geopolitiche e corridoi tecnologici passano anche da qui.
Dal 1979 alla rottura diplomatica
Per comprendere la portata della crisi bisogna tornare al 1979, quando la rivoluzione guidata da Ruhollah Khomeini rovesciò lo Scià Mohammad Reza Pahlavi e trasformò l’Iran in una Repubblica islamica teocratica.
Da allora, Teheran e Washington vivono in una contrapposizione permanente, mentre Israele considera l’Iran una minaccia esistenziale, soprattutto per il suo programma nucleare e per il sostegno a milizie regionali come Hezbollah e Hamas.
Le radici di quella rivoluzione, tuttavia, affondano molto più indietro nel tempo. Alla fine dell’Ottocento la Persia era governata dalla Dinastia Qajar, un periodo segnato da forte instabilità interna e dalla crescente influenza delle potenze straniere, in particolare Russia e Regno Unito, che controllavano concessioni commerciali e risorse strategiche del Paese. Nel 1925 il potere passò alla dinastia Pahlavi con l’ascesa dello Scià Reza Shah Pahlavi, che avviò un processo di modernizzazione e centralizzazione dello Stato.
Negli anni Sessanta e Settanta lo Scià promosse la cosiddetta “Rivoluzione Bianca”, una serie di riforme economiche e sociali pensate per modernizzare il Paese. Tuttavia, queste trasformazioni produssero anche forti squilibri: la ricchezza derivante dal petrolio si concentrò nelle élite urbane, mentre ampie fasce della popolazione rimasero escluse dai benefici economici.
L’inflazione, la corruzione e la dipendenza economica dall’Occidente alimentarono il malcontento. A questo si aggiungeva un sistema politico sempre più autoritario, sostenuto dalla polizia segreta SAVAK, che reprimeva opposizione politica e movimenti religiosi. Alla fine degli anni Settanta, tra crisi economica, proteste di massa e perdita di legittimità del regime, una parte crescente della popolazione iniziò a chiedere la destituzione dello Scià.
In quel vuoto politico emerse la figura dell’ayatollah Khomeini, che riuscì a unire diverse componenti dell’opposizione e guidare la rivoluzione che avrebbe cambiato radicalmente il destino dell’Iran.
Negli ultimi anni, negoziati intermittenti sul nucleare non hanno prodotto stabilità duratura.
L’attacco avvenuto durante una fase diplomatica ancora aperta segnala una rottura di fiducia e la volontà di ridefinire gli equilibri con la forza.
Secondo fonti militari, l’obiettivo era colpire siti strategici e capacità missilistiche iraniane. Teheran ha risposto con attacchi contro basi e interessi occidentali nella regione, ampliando il fronte.


Un Paese diviso tra democrazia, monarchia e teocrazia
Dentro l’Iran, la situazione è tutt’altro che lineare. La morte della Guida Suprema non equivale automaticamente a una svolta democratica. Il sistema politico iraniano è un intreccio di potere religioso, apparato militare e istituzioni parallele, tra cui il Consiglio dei Guardiani e i Pasdaran.
Le piazze degli ultimi anni hanno mostrato una società giovane e urbana che chiede diritti e libertà, ma esiste anche una parte del Paese che teme il caos più della repressione.
“La morte di Khamenei non è l’inizio della democrazia, ma solo l’inizio di un processo che può portare all’opposto
– racconta a B-Hop Zhara da Teheran – Noi giovani manifestiamo per la democrazia, altri per il ritorno dello Scià, e gli imam non vogliono perdere il loro ruolo. Senza coesione interna, un attacco esterno non porterà a nulla”.
Da Mashhad, Reza aggiunge: “La mia famiglia è religiosa e anche io. L’attacco all’Iran è l’inizio di una lunga guerra. Se nessuno proteggerà il Paese, finiremo solo nel caos”. Sono parole che fotografano una frattura interna: tra aspirazione democratica, nostalgia monarchica e difesa della teocrazia.
Un ulteriore segnale della continuità del sistema è arrivato il 3 marzo 2026, quando ambienti vicini alla leadership religiosa hanno indicato come successore designato il figlio della Guida Suprema, Mojtaba Khamenei.
La scelta mostrerà come l’apparato teocratico resti ancora solido nonostante le tensioni interne e la pressione internazionale. Allo stesso tempo, analisti e osservatori sottolineano che il futuro politico dell’Iran dipenderà soprattutto dagli equilibri interni tra istituzioni religiose, apparato militare e società civile. In altre parole, eventuali cambiamenti nel sistema di governo difficilmente potranno arrivare solo dall’esterno: sarà la dinamica interna del Paese — e in ultima analisi la volontà della popolazione — a determinarne l’evoluzione.


Energia, Paesi del Golfo, Cina, Russia ed Europa: il rischio globale
Uno degli elementi che ha ampliato la crisi è il coinvolgimento di Stati arabi come Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait e Bahrain. Sebbene negli ultimi anni alcuni di questi Paesi abbiano cercato di mantenere relazioni pragmatiche con Teheran, sul loro territorio si trovano importanti basi militari occidentali. In Bahrain è presente la Quinta Flotta statunitense, mentre Qatar ed Emirati ospitano installazioni militari e aeroporti strategici utilizzati dalle forze americane e alleate.
Colpire queste infrastrutture significa per l’Iran rispondere indirettamente agli attacchi ricevuti e allargare il costo regionale del conflitto. La strategia mira anche a esercitare pressione sui governi del Golfo affinché spingano Stati Uniti e Israele a ridurre le operazioni militari. In questo modo il conflitto smette di essere un confronto bilaterale e diventa una crisi regionale con potenziali conseguenze globali.
Il rischio di un conflitto più ampio nasce dalla posizione strategica dell’Iran. Lo Stretto di Hormuz, che Teheran può minacciare o bloccare, è il passaggio di circa il 20% del petrolio mondiale trasportato via mare.
Ogni tensione lì fa salire i prezzi del greggio, con effetti immediati su inflazione, mercati finanziari e stabilità economica globale. Per l’Europa, già esposta alle crisi energetiche, significa bollette più alte, instabilità commerciale e nuove pressioni geopolitiche.
Ma l’energia non è l’unico nodo. L’Iran è anche un tassello chiave della Belt and Road Initiative cinese: corridoi ferroviari, porti, telecomunicazioni e reti 5G fanno parte di un disegno infrastrutturale che collega Asia ed Europa. Una destabilizzazione prolungata rallenterebbe o ridefinirebbe questi progetti, intensificando la competizione tra blocchi tecnologici.
La posizione di Cina e Russia sarà determinante. Mosca, già impegnata su altri fronti, considera Teheran un partner strategico nel contrasto all’influenza occidentale. Pechino vede nell’Iran un fornitore energetico cruciale e un nodo logistico della sua espansione commerciale. Entrambe hanno condannato l’escalation, ma
difficilmente entreranno in guerra diretta contro Stati Uniti e Israele: più probabile un sostegno diplomatico, economico o tecnologico.
Nuova transizione per il futuro dell’Iran?
È in questo gioco di equilibri indiretti che si misura il rischio di una polarizzazione globale. Non siamo ancora in una “terza guerra mondiale” nel senso tradizionale, ma i presupposti di una contrapposizione tra blocchi sono visibili: schieramenti politici, competizione per le risorse, conflitto narrativo e militare a bassa intensità che può crescere.
La domanda centrale resta: l’Iran diventerà il detonatore di un conflitto globale o il teatro di una difficile transizione? La risposta non dipenderà solo dai governi, ma anche dalla società iraniana, dalla sua capacità di restare coesa e di evitare che il vuoto di potere si trasformi in frammentazione. La storia del 1979 insegna che le rivoluzioni possono cambiare il mondo in pochi mesi.
Oggi, il rischio è che a cambiare non sia solo l’Iran, ma l’intero equilibrio internazionale.
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