di Erika Mattio – In un tempo in cui il Medio Oriente è troppo spesso raccontato solo attraverso guerre, emergenze e crisi, due autori – Gulala Salih e Fawad e-Raufi – scelgono un’altra strada: quella della parola come atto politico, come gesto di pace. Entrambi arrivano da terre ferite – il Kurdistan e l’Afghanistan – e ora, dalla loro nuova casa in Italia, continuano a dare voce alle loro radici, con forza, bellezza e lucidità.
Gulala Salih: la voce curda che non si spegne
Poetessa e attivista, Gulala Salih è nata nel Kurdistan iracheno. Le sue opere, scritte in curdo e poi tradotte in italiano, sono intime e politiche allo stesso tempo. Parlano di donne, di esilio, di desiderio, ma anche di resistenza e dignità. Con la sua scrittura Gulala difende la cultura curda, spesso negata o repressa, e costruisce ponti tra generazioni e lingue.
In Italia, Gulala non si è chiusa nel silenzio della nostalgia, ma ha trasformato l’esilio in un’occasione di militanza poetica. Partecipa a festival, incontri nelle scuole, progetti culturali che uniscono la diaspora curda e il pubblico italiano. Ha preso parte al Salone del Libro di Torino, per il progetto Lingua Madre e parteciperà al Festival della Letteratura di Mantova. Denuncia la situazione del suo popolo, ma lo fa senza odio: la sua parola è costruzione, non distruzione.
“La poesia è la mia patria – dice – perché in essa posso essere libera anche quando il mio paese non lo è”.


Fawad e-Raufi: raccontare l’Afghanistan oltre i titoli di giornale
Fawad e-Raufi è un giovane scrittore afghano arrivato in Italia negli anni in cui il regime talebano ha ripreso il potere. Con i suoi progetti si sposta in tutta Italia, lavora come mediatore e collabora con diverse ONG. Ma soprattutto, scrive. Scrive per raccontare un Afghanistan complesso, pieno di contraddizioni, ma anche di speranza.
Attraverso articoli, racconti e interviste, Fawad restituisce umanità a un paese che l’Occidente ha spesso ridotto a un teatro di guerra. Nelle sue parole ci sono i volti dei ragazzi che sognano l’università, delle donne che lottano per i loro diritti, dei poeti che non hanno smesso di cantare. La sua scrittura è testimonianza e cura, memoria e denuncia. Le sue poesie sono un messaggio per curare il male del mondo.
“Non voglio che l’Afghanistan sia solo sinonimo di dolore – afferma – voglio che si sappia che siamo anche arte, musica, amore per la conoscenza”.


Dal Medio Oriente all’Italia: un dialogo necessario
Gulala e Fawad condividono una visione simile del ruolo della cultura come strumento di pace. Entrambi partecipano a iniziative interculturali, laboratori di scrittura, progetti di dialogo tra le comunità migranti e le istituzioni italiane. Parlano ai giovani, traducono pensieri, costruiscono reti.
Il loro impegno non è solo letterario: è civile, sociale, profondamente umano. In un’epoca in cui le migrazioni vengono viste con sospetto e il Medio Oriente continua a essere semplificato in chiave geopolitica, autori come Gulala Salih e Fawad e-Raufi offrono un’altra prospettiva: quella dell’ascolto, della complessità, del futuro possibile. La loro voce è il mezzo per conoscere la realtà dei loro Paesi e immedesimarsi in situazioni spesso per noi lontane.
“Identità sospese” è il libro più significativo di Gulala e racchiude le voci di donne provenienti dal Kurdistan, ma anche da altre parti del mondo: perché le parole e le difficoltà sono condivisione. “Ultimi respiri a Kabul” è l’opera d’amore che Fawad ha realizzato raccontando il suo viaggio dall’Indu Kush alle Alpi. L’amore e non l’odio possono davvero cambiare il destino di un Paese.


Parole per cambiare: l’eredità che lasciano
In un’Italia che troppo spesso ignora le voci di chi arriva da lontano, Gulala e Fawad non smettono di parlare. Lo fanno con delicatezza ma con fermezza, con amore per le loro terre ma anche con spirito critico. Le loro opere non sono solo denuncia, ma proposta, visione, cura collettiva.
Ascoltarli significa riscoprire un altro modo di pensare il Medio Oriente: non come un luogo distante e problematico, ma come parte viva del nostro presente. Un luogo da ascoltare, non solo da raccontare.
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