di Margherita Vetrano – Un documentario che racconta la situazione e la crisi umanitaria in Afghanistan attraverso gli occhi del personale medico-sanitario e degli operatori umanitari che lavorano negli ospedali di Emergency.
E’ stato presentato nei giorni scorsi a Roma, nella sala del Museo delle Esposizioni, e si intitola “Long night“, con la regia della giornalista Lynzy Billing.
Giuliano Battiston, giornalista indipendente e collaboratore della Ong, ha introdotto la nuova campagna di Emergency R1PUD1A nell’ambito della quale è stato presentato il documentario, alla presenza dell’autrice.
“Abbiamo scelto i due numeri 1 che richiamano l’articolo 11 della Costituzione italiana che recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. L’Italia deve impegnarsi per trovare soluzioni pacifiche attraverso la diplomazia”.
La campagna R1PUD1A è stata lanciata perché rimanda alla matrice originaria di Emergency ma anche perché, nella storia trentennale dell’organizzazione, si ha testimonianza che le vittime prevalenti delle guerre sono i civili. La ragione più contingente dell’adesione alla campagna è andare in controtendenza ai diktat per i quali la pace è un lusso, si delegittima l’articolo 11 reputando lo strumento della guerra e le spese militari indispensabili.
“La storia dell’Afghanistan, in guerra dal ’78-’79, testimonia come i conflitti siano uno strumento da ripudiare”, ha detto Battiston.
Il giornalista ha presentato il documentario, definendolo diretto, esplicito ed urticante ma anche di grande sensibilità per le storie e per le persone che sono raccontate.
Ha quindi presentato l’autrice Lynzy Billing, coinvolgendola in un’intervista appassionata.


L’autrice ha raccontato come abbia realizzato l’opera, attraverso le difficoltà incontrate. Girando nell’ospedale in presa diretta, ha cercato di documentare curando principalmente il rispetto di pazienti e dottori, in un tempo ristretto di 10-12 giorni.
Abituata a tempi più dilatati, si è adattata a quelli degli ospedali da campo, rispettandone ritmi e tensioni. “Gli incontri sono stati dettati dalle coincidenze – ha ricordato -. Mi sono limitata ad attendere di incontrare le persone e raccogliere le loro storie. Non mi sono preparata domande ma mi sono limitata a chiedere cosa volessero raccontare dei 25 anni trascorsi con i dottori e di cosa gli fosse rimasto più impresso. Volevo che fossero loro a raccontare e che fosse la loro voce a prevalere”.
Nel documentario sono raccontate la grande forza e la grande resilienza di tutto il personale ospedaliero.
Ogni provincia afghana è molto diversa per territorio e popolazione ed ognuna reagisce in modo diverso alla guerra, formalmente conclusa nel 2011 con l’abbandono degli americani e la salita al potere dei Talebani. Lynzy ha cercato di raccontare le diverse persone e i diversi luoghi per dare uno spettro più ampio al racconto.
La forza che emerge dal lavoro sanitario sembra derivare principalmente non solo dalla passione per il ruolo ma dall’amore per il proprio popolo.
I medici degli ospedali di Emergency in Afghanistan sono una prima generazione di chirurghi afghani. Dopo anni di apprendistato doloroso e costante sono diventati completamente autonomi.
Tendenza che potrebbe essere incrinata dalle nuove leggi talebane che vorrebbero le 380 donne dello staff fuori dai ruoli. Ruoli fondamentali in Afghanistan per consentire l’accesso dell’utenza femminile ai servizi sanitari come ostetrici e pediatrici.
“Fra le tante storie, mi ha molto colpita in particolare quella di un’infermiera – ricorda Billing – che ha perso i suoi cinque figli nel crollo di una casa, dopo essere rimasta vedova durante un attacco in Pantun. E’ per questo credo senta una grande empatia coi pazienti”.
La Billing racconta anche del chirurgo che lavora a Kabul, di spiccata personalità e calma, che tradisce però segni di profondi traumi da mass casualties incidents. In quella zona sono capitati spesso ravvicinati e potenti episodi. Come l’episodio del 2017 con 156 vittime civili di cui 80 morti in 15 minuti e del 2018, con l’attentato al Ministero di Kabul con 100 morti.
Le ferite non sono solo fisiche.
La giornalista afghana ha dedicato oltre quattro anni al reperimento di materiale per la sua inchiesta.
“Trovare le responsabilità è molto importante. Continuo a monitorare l’operato della polizia afghana ma anche delle forze americane e australiane – afferma -. Le morti dei civili rientrano in un discorso di diritti umani ma bisognerebbe farlo mettendosi in relazione coi talebani per capire cosa accade oggi con il loro governo. Non si possono cancellare gli ultimi 25 anni e ancor prima, durante l’occupazione sovietica, ma capire è importante per non ripetere gli stessi errori”.


Insieme a Lynzy Billing, altro ospite dell’evento è stato Filippo Bongiovanni, anestesista e rianimatore negli ospedali di Emergency, che ha raccontato la vita di reparto a Lashkar-Gah e ad Anabah dove si sono consumati i peggiori conflitti.
Il medico ha raccontato come la gestione delle mass casualties sia il fenomeno più problematico per gli ospedali. E’ una situazione in cui un sistema di salute riceve un afflusso massiccio di feriti creando una sproporzione fra le esigenze di cura e le risorse disponibili. Si tratta spesso di episodi violenti come esplosioni ma anche incidenti.
“La chiave nella gestione degli incidenti di massa è nella preparazione perché saranno molte le unità a dover
lavorare in modo più coordinato possibile per riuscire a curare il maggior numero possibile di persone”.
Questo si traduce nel momento in cui l’avvertimento di una possibile mass casualty porta ad una modifica strutturale dell’ospedale. All’arrivo dei primi feriti si installa in accoglienza una postazione di triage di massa, con una squadra di infermieri che decide il codice di gravità.
Si lavora per ore e i giorni successivi sono comunque giorni ad alta intensità perché si devono recuperare i trattamenti delle minori urgenze.
Per Bongiovanni la formazione è fondamentale per rendere indipendenti sotto l’aspetto culturale e professionale le persone che rappresentano la fibra portante degli ospedali.
Negli ospedali afghani di Emergency la formazione è un elemento molto esplicito e ci sono scuole di specializzazione per medici. A marzo termineranno la loro specializzazione in anestesia e rianimazione i primi medici afghani “diplomati in Emergency”.
“Ma è la loro lunga esperienza sul campo che fa dei medici da campo afghani i maggiori esperti mondiali nel settore, con una preparazione fuori dal comune – dice -. I chirurghi afghani coi quali ho lavorato suscitano in me una grande ammirazione perché racchiudono in sé più specialisti europei”
Nell’Afghanistan del post-2021 (dopo la presa di potere dei Talebani) sono cambiati i bisogni sanitari della popolazione e anche il tipo di pazienti. Ci sono meno mass casualties ma i centri chirurgici continuano a ricevere il 70% di pazienti derivanti da trauma violento, come l’utilizzo di armi da fuoco, esplosioni di mine o uso di armi da taglio.
Eventi figli del conflitto e della grande crisi socio-economica ed umanitaria che ne che ne deriva. I bisogni di salute della popolazione si sono ampliati. Tutto ciò che riguarda le disabilità derivanti dalla guerra, come amputazioni e menomazioni, riabilitazioni e disagi neurologici sono la priorità.
L’Afghanistan sta vivendo un momento di transizione e negli ospedali emergono casistiche derivanti da conflitti ma anche da violenza domestica e problemi derivanti da vaccini e immunizzazione.
“Long night” racconta un pezzo importante della storia del paese, attraverso l’azione dei medici negli ospedali di Emergency.
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