di Valerio Carbone – Attraverso il journaling – dal francese journal, giornaliero – è possibile esprimere pensieri e sentimenti correlati a ciò che accade di positivo o di negativo nella propria vita.
È una pratica, spesso utilizzata o consigliata dalla psicoterapia, correlata alla mindfulness o all’esperienza del vivere in modo più connesso e consapevole il famoso qui e ora. Ma non è solo un “diario” che accompagna nel quotidiano.
È scientificamente dimostrato che trascrivere i propri pensieri come tecnica di auto analisi ha un forte impatto positivo sia sulla salute fisica, sia sul benessere generale psicologico e cognitivo-mentale.
Il presente vuole essere un articolo che aiuta a capire da dove nasce questa evidenza e a comprendere il significato terapeutico della scrittura.


Mettere la vita in scrittura coincide con la visione secondo la quale «la vita non è quella che si è vissuta ma quella che si ricorda e come la si ricorda per narrarla», come affermato ad esempio dalla psicologa Cristina Milani, ovvero la riorganizzazione e la risignificazione dei propri elementi interni.
Lo psicologo statunitense James Pennebaker è stato il primo a evidenziare i presupposti scientifici della scrittura, dando vita a un metodo clinicamente collaudato che oggi è conosciuta come esperienza emotiva scritta. Lo ha fatto utilizzando la sua autobiografia sotto forma di narrazione (1990).


Tutto quello che è accaduto e di cui si è fatto esperienza può essere ricordato, parzialmente o in maniera integrale, e il significato può essere setacciato e ricostruito, come i vari elementi condensati e metaforati.
Nello storytelling si fa esplicito riferimento all’ambito creativo-ricostruttivo del pensiero, oltre che all’attività immaginativa e alla cosiddetta costruzione memorabile (che riguarda la memorabilità di una storia); la psicologia clinica si fa carico delle medesime funzioni: sin dagli albori delle psicoterapie, l’uso di un diario clinico ha consentito la registrazione delle esperienze riportate dal paziente, le sintomatologie lamentate e l’intera storia clinica.
La raccolta degli eventi caratterizzanti la propria quotidianità, quelli significativamente più probanti per l’individuo e i vissuti emotivi che lo investono consentono di avere una storicizzazione dell’esistenza della persona: ciò è essenziale per potere sviluppare in modo coerente, organizzato e coeso il proprio Sé.
Il raccontare, in senso lato, rappresenta una delle principali attività a cui l’essere umano si dedica attraverso il linguaggio, rendendo la “narrazione di storie” fondamentale nella vita di ognuno. Il pensiero narrativo corrisponde al metodo biografico, conosciuto come terapia della riscrittura o terapia narrativa, che rappresenta uno degli strumenti fondamentali della relazione d’aiuto. Naturalmente la pratica della riscrittura non può fare a meno dell’interpretazione della realtà da parte dell’individuo, definita mediante le narrazioni interpersonali e intersoggettive delle esperienze vissute.
Narrando, s’impone sempre, arbitrariamente, un significato sul flusso della memoria, evidenziando alcune cause e trascurandone consciamente o inconsciamente altre. Il risultato della continua elaborazione descrittiva degli eventi (o della riscrittura) si trasforma pertanto in un “copione” caratterizzato da una storia dominante, un tema centrale che è il fulcro stesso della narrazione. Ho personalmente curato gli aspetti della scrittura emotiva comparando la clinica allo storytelling e alla scrittura creativa in un manuale del 2023:


La narrazione individuale di storie genera l’organizzazione mentale di una biografia personale che, adeguatamente intrecciata con le storie di chi ci sta attorno, contribuisce alla creazione di un significato esperienziale ed esistenziale pieno. In questi termini, anche la patologia e il malessere psicologico potrebbero essere configurabili come una specie di “deficit narrativo“, un’incapacità acquisita di narrare e narrarsi le proprie esperienze in modo coeso, coerente e costruttivo.
La scrittura permette di elaborare una narrazione su se stessi e riguardo alle cose, di accedere, contemporaneamente, a un contenuto emotivo e di pensiero.
Ogni nuova stesura dell’evento accaduto facilita l’organizzazione mentale del fatto, semplificandolo e al contempo integrandolo all’interno della propria storia personale. L’affinamento di queste pratiche per un’elaborazione scritta (writing technique) sorge nel contesto della rivalutazione-risignificazione personale della propria storia, delle proprie emozioni, del proprio vissuto personale, degli eventi che ne fanno parte.
La scrittura risulta, inoltre, essere un ottimo strumento di contenimento e di monitoraggio (o di automonitoraggio nel caso della forma diario) che accompagna la persona nel lasso di tempo che intercorre fra un incontro e l’altro con la pratica stessa.
La scrittura si trasforma in un rituale terapeutico (o auto-terapeutico), un lavoro costante e simbolico, che assicura un contatto costruttivo e rafforzativo con il proprio Sé.
Come dichiarato dallo stesso Pennebaker: scrivere permette di prendere le distanze da quello che ci accade, osservandolo per così dire dall’esterno, al fine di maturare una visione più obiettiva della nostra storia personale, traumi e vissuti compresi.
Scrivere e raccontarsi consentono di riorganizzare i pensieri, i propri ricordi e le proprie emozioni, rimetterle in ordine, “in fila”: la progressiva elaborazione dei contenuti e la relativa ristrutturazione cognitiva che da essa dipende rappresentano la cornice all’interno della quale ogni individuo impara a riconoscere e, di conseguenza, a soddisfare i propri bisogni, imparando a rispettare i propri tempi di elaborazione, le proprie disposizioni personali.
Scrivere libera dalle colpevolizzazioni e mette in chiaro, nero su bianco, ogni pensiero oppressivo: le critiche distruttive, i condizionamenti.


La modulazione del significato (risignificazione) rappresenta uno degli aspetti fondamentali della pratica di scrittura. La freudiana “cura parlata”, o talking cure, era già catarsi e insight (intuizione), ma l’affinamento dell’ars scribendi riesce a condurre alla risoluzione di un dato disagio emotivo mediante una vera e propria traduzione a livello cognitivo.
Scrivere comporta consapevolezza ed è, allo stesso tempo, un motivo di contenimento per l’emotività: è una pratica che semplifica il riconoscimento e la definizione delle diverse emozioni perché è come se ci mettesse in connessione emotiva con qualcuno che ci sta ascoltando o per ascoltare.
Nell’insieme di queste esperienze e rinforzi interiori, la scrittura permette una narrazione coerente del proprio vissuto, soddisfacendo la necessità della mente di trovare un significato comunicabile a quanto è accaduto.
La narrazione ci permette infine di collegare fra loro i cambiamenti e i diversi aspetti della nostra esperienza attraverso un racconto personale. Secondo Pennebaker, il vantaggio principale dell’inserire un evento all’interno di una storia e di una narrazione è dato dalla sua semplificazione: la mente non ha più bisogno di affaticarsi alla ricerca di un significato e di una struttura.
Scrivere è svuotare la mente (brain dump): scrivendo è come se alleggerissimo la mente di qualche peso, come se le consegnassimo qualcosa di più “digeribile”. Proprio per questo, scrivere può risultare per molti, di primo acchito, molto più impegnativo che esporre una stessa narrazione oralmente, o ripetersela mentalmente, poiché la scrittura implica una maggiore strutturazione, un maggior nesso sequenziale, una maggiore integrazione del discorso, una forma più compiuta e definita.
I benefici della scrittura sono però evidenti.
Se hai necessità di un aiuto o di un supporto psicologico professionale, non esitare a contattarmi.
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