di Alessia Liga* – Quando un evento traumatico ci travolge, tutto ciò che prima era considerato certezza viene infranto. La fiducia, la sicurezza, la coerenza della propria storia, crollano. Avviene una frattura di significato, una crisi che costringe la mente a confrontarsi con l’imprevedibilità e la perdita di senso.
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Il trauma non è solo un evento devastante, ma un’esperienza complessa che coinvolge dimensioni neurobiologiche, emotive e relazionali che lascia segni profondi nel corpo e nella mente. Lo psichiatra Bessel van der Kolk ha mostrato come
gli eventi traumatici non si imprimano soltanto nei ricordi, ma anche nel corpo.
Quando una persona vive un’esperienza che travolge la sua capacità di farvi fronte, il cervello attiva circuiti di emergenza: l’amigdala registra il pericolo, l’ippocampo fatica a collocarlo nel tempo e la corteccia prefrontale, che regola le emozioni, si disconnette.
È come se il corpo restasse intrappolato nel momento del trauma. Come se rimanesse perennemente in allerta e pronto a reagire anche quando il pericolo è ormai passato.
Quando le memorie traumatiche, anziché organizzarsi in racconti coerenti, si ripresentano come sensazioni fisiche e immagini intrusive, allora si rischia ipervigilanza, flashback, stati dissociativi e collassi emotivi improvvisi.
Viktor Frankl, psichiatra e filosofo viennese sopravvissuto ai campi di concentramento, esponente principale della logoterapia e dell’analisi esistenziale, afferma che
la sofferenza, cessa di essere tale nel momento in cui trova un significato.


Anni dopo gli psicologi Richard Tedeschi e Lawrence Calhoun, studiando sopravvissuti a lutti, malattie, incidenti e catastrofi, scoprirono inaspettatamente che molti di loro, dopo il trauma, riferivano anche cambiamenti positivi come un maggiore apprezzamento per la vita, relazioni più autentiche e un rinnovato senso di scopo.
Nacque così il concetto di “Crescita Post-Traumatica” (Post-Traumatic Growth, PTG), un processo di ristrutturazione cognitiva in cui la mente, proprio nel mettere in discussione le proprie credenze di base quali ad esempio
“il mondo è giusto e sicuro, gli eventi sono prevedibili ed hanno un senso univoco”, ricostruisce nuovi significati.
In alcuni casi, questa decostruzione e ristrutturazione di senso porta l’individuo a rivalutare le proprie priorità e a sviluppare una visione più ampia e profonda di sé, degli altri e del mondo.
Non tutti però sperimentano la crescita post-traumatica e non sempre essa coincide con un benessere immediato.
Si tratta di un percorso complesso, attraversato da smarrimento e ricerca di senso, tuttavia rimane il fatto che essa, rappresentando un cammino possibile, dimostra che la vulnerabilità, se attraversata con consapevolezza, può divenire terreno fertile per dare nuovo significato all’esistenza.
Quando il dolore arriva, la mente tende a reagire con pensieri di disperazione:
non è giusto, non ce la farò mai, la mia vita è finita.
Numerose ricerche mostrano però che questi pensieri attivano proprio le stesse aree cerebrali del dolore fisico e riducono la percezione di poter avere un controllo. Viene in questo modo alimentato il ciclo della percezione dolorosa stessa.
Al contrario, stati mentali ed emotivi come la speranza, la gratitudine, il senso di connessione e la spiritualità ampliano il repertorio di risorse cognitive, favoriscono resilienza e adattamento e si pongono come risorse non soltanto utili ma anche durature.
Il trauma annienta, è vero, ma può anche far emergere una forza prima sconosciuta e aprire a nuove forme di connessione umana. Ecco perché proprio tra le pieghe del dolore possono nascondersi possibilità inattese di consapevolezza e crescita.
Ogni volta che lo respingiamo ne neghiamo quindi anche il suo potenziale trasformativo. Se accolto e rielaborato, il dolore può davvero trasformarsi da ferita a rivelazione.
È la risignificazione a renderlo più o meno integrabile entro la propria storia personale.
Il significato infatti agisce da filtro interpretativo del dolore. Pertanto, seppur non potremo scegliere quanto dolore sentire, potremmo imparare a scegliere come pensarlo e come reagire ad esso. È proprio in questa scelta, difficile ma profondamente umana, che si apre la possibilità di una crescita autentica, quella che non cancella la ferita, ma la trasforma in un luogo denso di significato.
Viktor Frankl scriveva:
tra stimolo e risposta c’è uno spazio. In quello spazio risiede la nostra libertà e il nostro potere di scegliere la nostra risposta.
Sosteneva cioè che la libertà ultima e fondamentale dell’essere umano è proprio quella di scegliere il proprio atteggiamento di fronte a ciò che non può cambiare. Il dolore, resta quindi una realtà ineliminabile della condizione umana, ma ciò che può e che deve cambiare è proprio il nostro rapporto con esso.
*Psicologa e specializzanda in Psicologia della Salute, Università La Sapienza di Roma.
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