di Agnese Malatesta – La montagna cura: inspirare, espirare, camminare, un piede avanti all’altro, con calma e in silenzio, godendo di un ambiente distensivo. E’ così, con questi movimenti e con questi stati d’animo, che la montagna si lascia vivere e rende possibile momenti di benessere e di ripresa fisica. Tutto questo, attingendo semplicemente alle singole potenzialità di ognuno. Il potere trasformativo della montagna è così potente che un gruppo di cardiologi dell’Ospedale Santo Spirito di Roma, confortato anche da studi e da esperienze dirette, accompagna periodicamente sul Monte Terminillo (2.217 metri di altitudine), insieme a psicologo ed infermieri, un gruppo di cardiopatici.
Minisoggiorni di Montagnaterapia che si svolgono da una ventina di anni, anche per il lavoro dell’associazione ‘Cuore Sano’ APS (in collaborazione con la Asl Rm1), nata all’interno dell’ospedale romano con l’obiettivo di diffondere pratiche volte a ridurre il rischio di patologie cardiovascolari.


L’ultima edizione della Montagnaterapia si è svolta a metà giugno. Una decina i partecipanti, oltra alla equipe specialistica dotata di attrezzature d’emergenza, selezionati fra coloro che praticano regolarmente attività fisica e seguono la Riabilitazione Cardiologica al Santo Spirito.
Per Maurizio, 71 anni, un episodio infartuale nove anni fa, questa esperienza “funziona, soprattutto psicologicamente. Mi fa bene rivedere i miei compagni, mi rassicurano”. Anche Emilia, 75 anni, parla di un aiuto mentale da questi incontri. “Quando ho avuto l’infarto, otto anni fa, mi ero fissata. Pensavo che avrei avuto una vita breve. Ero tanto preoccupata e addolorata per i miei nipotini. Facendo riabilitazione è cambiato tutto. Vedo persone con i miei stessi problemi. Ho preso coraggio. Ora vado tre volte a settimana in palestra in ospedale, comunico con gli altri e mi fa bene”.
Due giorni di camminate nel weekend di Montagnaterapia, intervallate da sessioni di respirazione ed esercizi ginnici; momenti di convivialità e di conoscenza reciproca dove ognuno racconta la propria esperienza di malattia, il trauma subito, la vita che riprende, la gioia di risentire l’energia e di condividere con altri la stessa esperienza. Alloggio in hotel vicino Leonessa (Rieti) e al risveglio salita, insieme ad un gruppo del Cai di Rieti, al rifugio Rinaldi da Campoforogna, 430 m di dislivello. Una scalata regolare e in perfetta sintonia per tutti. Una grande soddisfazione.


“La Montagnaterapia è utile – dice a B-Hop lo psicologo Giulio Scoppola, che è anche Istruttore di Alpinismo –
perché interviene nel rapporto mente, corpo, ambiente. Elementi stimolanti per i pazienti.
In particolare i cardiopatici che hanno avuto esperienza di un infarto che è un trauma. E’ importante recuperare la salute attraverso un percorso che parte sì dall’ospedale ma poi deve andare verso l’esterno. E l’esterno come
la montagna mette alla prova il paziente, lo riabilita; gli permette di tornare autonomo, impara a sentire il ritmo del suo respiro. Aumenta la sua autostima”.
Raggiungere la vetta, poi, non è solo un fatto fisico, ha un gran significato simbolico: “Fa dire ce l’ho fatta. Camminare concentrato sul sentiero fa uscire da sé stesso, dal loop dei sintomi, sai che il battito del cuore aumenta in salita, impari a riposarti e a rilassarti. Si sperimentano le capacità polmonari e della mente”.


Il soggiorno in montagna con i cardiopatici è vissuto molto positivamente anche dagli infermieri. “Vedere i pazienti fuori dall’ospedale – sottolinea Marzia che lavora alla terapia subintensiva cardiologica – migliora anche noi.
Vediamo persone e non più solo malati e questo rafforza l’empatia quando siamo in reparto. Migliorano i rapporti.
Vengo sempre a questi week end, mi evolvo ogni volta, scopro cose nuove e mi arricchisco umanamente”.
“Quando una persona ha un infarto vive un vero e proprio choc – osserva Francesca Lumia, cardiologa, fra gli ideatori del progetto Montagnaterapia e già responsabile del servizio riabilitativo dell’ospedale Santo Spirito, oltre che esperta di Medicina della Montagna – e la conseguenza immediata è ansia e depressione. Il malato vive un senso di inadeguatezza e ha paura dei nuovi sintomi. Ecco che può essere utile un percorso riabilitativo per giungere ad un nuovo equilibrio. Per cambiare stile di vita non è solo l’attività fisica ma anche controllare i fattori di rischio”.


La montagna ha in sé molti stimoli: “mentre cammini ti costringe a pensare a cosa fai in quel momento, se sei in discesa, se c’è un sentiero sconnesso, sei concentrato su quello che stai facendo, questo ti permette di evitare pensieri negativi”. Il grande vantaggio è la messa alla prova fisica della persona,
“quando arrivano in vetta, e ognuno ha la sua vetta, capiscono che ce la possono fare. Capiscono che la vita non è finita e possono tornare a fare ciò che facevano prima”.
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