di Massimo Lavena – In questi giorni ricorre un anno dal peggior disastro naturale che abbia mai colpito la provincia di Valencia, in Spagna: la tempesta Dana, acronimo di “depressione isolata ad alta quota”. Una catastrofe che non avrebbe potuto essere evitata, data l’immensa forza distruttiva che a volte scatena la natura stessa.
Ma se non si sarebbero potute evitare molte delle vittime (229 morti tra il 28 e il 29 ottobre 2024), sicuramente molte accuse di negligenza sulla gestione dell’emergenza e sul mancato allarme sono state addebitate al presidente della Generalitat Valenciana Carlos Mazón, che trascurò gli obblighi della carica che ricopriva come massimo responsabile.
Durante la commemorazione di Stato svoltisi a un anno dalla tragedia, il 29 ottobre, con la partecipazione del re Felipe e della regina Sofia, oltre che del primo ministro Pedro Sanchez, la contestazione nei confronti del presidente della Generalitat è stata feroce: i parenti delle vittime avevano richiesto che non presenziasse alla cerimonia funebre. La memoria della popolazione valenciana non ha dimenticato che mentre Dana produceva morte e distruzione, ricorda a B-Hop il fotografo valenciano Vicente Carrión, “Mazón stava tranquillamente pranzando in un ristorante con una giornalista, per poi sparire per diverso tempo senza svolgere il proprio ruolo istituzionale nell’emergenza. Non si può essere più meschini e cadere più in basso come esseri umani”.


Vicente ci racconta la sua vicenda personale sia in qualità di fotografo testimone dei fatti (sue le fotografie presenti nell’articolo scattate nei comuni valenciani di Pedralba, Massanasa, Alfafar, Catarroja e Buñol, oltre che nel quartiere La Torre di Valencia), sia per la scelta di collaborare volontariamente al processo di recupero e salvaguardia della memoria iconografica pubblica e privata, lavorando da volontario al restauro delle migliaia di fotografie, diapositive, immagini salvate dal fango.


La protezione e la difesa della memoria delle storie personali, crudelmente attaccate dalla Dana di Valencia hanno richiesto uno sforzo enorme per proteggerle e recuperarle: cosa è stato fatto?
L’alluvione di Valencia di un anno fa è stata unica nella sua storia: e Valencia, a causa della sua orografia, ha già subito molte inondazioni. Le persone che hanno subito allagamenti nelle loro case e nel caso in cui le fotografie siano state danneggiate dall’acqua e dal fango, hanno avuto la possibilità di portarle all’Università Politecnica di Valencia (UPV). Qui è stato sviluppato un innovativo progetto di recupero delle foto danneggiate dalla Dana a cura della facoltà di Belle Arti dell’Università nel suo dipartimento di restauro. Questi album inzuppati d’acqua sono quelli che hanno caratterizzato il progetto “Salvem les fotos” (Salviamo le foto): mi sono interessato a come lo stavano sviluppando e se avevano bisogno di volontari. La settimana successiva ho iniziato a lavorare come volontario al recupero delle foto. Quando sono state consegnate le foto, sono stati registrati i dati personali e le referenze delle fotografie relative al luogo o al paese colpito dalla Dana”.


“La prima cosa da fare è fotografare tutto il materiale singolarmente così come è arrivato, molte centinaia di migliaia”, precisa Vicente:
“se si tratta di un album, anche se completamente bagnato o ricoperto di fango, lo si fotografa così com’è.
Se si tratta di fotografie sciolte e sono tutte attaccate insieme in un pacchetto, si fa lo stesso: si fotografa il mucchio di foto e lo si conserva fino a quando non viene elaborato. Uno dei processi che viene effettuato è il congelamento dei pacchetti così come arrivano, per evitare la proliferazione di funghi e muffe fino a quando non si inizia a lavorare con le fotografie. Una volta scongelati i sacchetti di foto, vengono passati sotto l’acqua per pulirli poco a poco uno ad uno dallo sporco e dal fango e staccarli dalla plastica e dalle altre foglie in cui erano integrati negli album, il che richiede molta cura e attenzione poiché spesso è necessario usare un bisturi per separare gli strati aderenti.
Quando le foto sono state pulite e trattate, vengono portate nell’area di asciugatura. In questo spazio vengono esposte ad aria “fredda”, mai calda, per evitare la formazione di muffe. È qui che rimangono più a lungo in attesa di essere nuovamente classificate. La cosa interessante è che, grazie ai riferimenti presenti negli album, una volta terminato il processo, le foto vengono disposte su cartoncini “nello stesso ordine” in cui si trovavano nell’album.
Quando si è finito di elaborare, asciugare e ordinare tutte le foto di un riferimento numerico (cioè la busta che è stata consegnata all’arrivo), vengono scansionate e digitalizzate per essere registrate su una USB e tutto in una busta viene consegnato al proprietario. Va detto che
non sempre si recupera il 100% delle foto, poiché molte mostrano scolorimenti o zone che sono scomparse, ma finché è possibile vedere un volto in condizioni accettabili, quella fotografia è considerata buona.
anche le foto scartate non vengono buttate ma digitalizzate per eventuali usi futuri. C’è stata una collaborazione volontaria, sia da parte degli studenti di Belle Arti che di altre persone come me che si sono offerte volontarie per collaborare. Normalmente il processo di restauro e recupero delle foto viene svolto dagli studenti o dai volontari. Nel mio caso mi sono occupato della digitalizzazione, scansionando le foto finite o scartate”.


Sei un fotografo, catturi “l’anima” delle cose e dell’uomo: cosa significa lottare per ricostruire ciò che è stato violato e quasi cancellato?
Nella maggior parte delle famiglie, le fotografie sono come i libri di storia di ogni famiglia. Non sono libri scritti che raccontano la “vita e i miracoli” di quella famiglia, ma sono sostituiti da momenti congelati che, insieme ai ricordi, testimoniano ciò che è accaduto nel corso degli anni nel nucleo familiare. Tradizionalmente, le foto sono state conservate in scatole di biscotti o in album, ma a partire dal 2000 circa, un gran numero di fotografie ha iniziato ad essere conservato su hard disk, telefoni cellulari o schede di memoria. Quante volte, attorno a quelle scatole di fotografie o a quegli album, la famiglia si riuniva in occasioni speciali e commentava le diverse immagini e i ritratti dei parenti; chi erano gli uni o gli altri, il matrimonio di questo, il battesimo di quello, ed era un ricordo commemorativo per mantenere la coesione, diventando l’identità familiare. Quando in un determinato momento e per circostanze particolari, come nel caso di queste inondazioni, quel materiale scompare o può scomparire, scompaiono anche i libri di storia familiare e scompare parte della storia e di quell’identità. Normalmente non si pensa mai alla possibilità che questo possa accadere, per questo diventa un tesoro importante quasi quanto i gioielli ereditati o i documenti di proprietà che devono essere conservati e protetti come eredità per le generazioni future.


Raccontare una tragedia umana e terrena, come la Dana di Valencia, richiede di porsi dei limiti etici e morali per rispettare il dramma e il dolore? Come hai gestito la situazione?
Il giorno del disastro causato dalla DANA era il 29 ottobre e volevo immortalare quei momenti con la mia macchina fotografica, così il 31 mi sono recato a La Torre, una frazione a sud di Valencia gravemente colpita dall’alluvione. Man mano che mi avvicinavo alla zona del disastro, osservando la gente del posto che rimuoveva il fango e gli oggetti inutilizzabili a causa dell’acqua in silenzio e con i volti afflitti, mi sono subito reso conto che il lavoro sarebbe stato enorme. Con la macchina fotografica al collo, ho scattato istantanee di ciò che mi sembrava rilevante e che potesse avere un impatto, ma a poco a poco
mi sono concentrato sulle persone, sul loro lavoro e sui loro sforzi per rimuovere il fango accumulato nelle strade, nelle case, nei locali.
La gente mi guardava e mi sono reso conto che da un lato (pensando che fossi un fotoreporter di un mezzo di comunicazione), desideravano che si sapesse ciò che era successo, ma dall’altro mi guardavano come per dire: meno foto e più lavoro… Mi sono sentito davvero a disagio, ho visto e sentito il dolore della gente e dopo aver scattato qualche altra foto me ne sono andato. Non ho più scattato foto durante il periodo del fango. Purtroppo in quel periodo un mio parente è stato colpito dall’alluvione a Pedralba (un paese a 40 km da Valencia), con 3 metri d’acqua in casa, e ho aiutato a pulire il fango e a buttare via gli oggetti.
In quei momenti ti rendi conto di cosa significa perdere tutto, tutto ciò che è materiale,
perché fortunatamente non ci sono state vittime. Ho visto molti documenti, cartelle e album fotografici messi ad asciugare perché sembravano spugne piene d’acqua e ho pensato che non si potesse recuperare nulla”.


Cosa hai provato quando sei riuscito a salvare una foto, un libro, una lettera?
Mentre stavo digitalizzando le fotografie che erano già state elaborate e ordinate per essere consegnate, ho notato che non tutte erano perfette, anzi, alcune erano molto deteriorate, ma si poteva vedere il bambino che veniva battezzato o il padre che teneva in braccio un figlio e non si poteva fare a meno di commuoversi sapendo che “quel momento” avrebbe continuato a esistere nella memoria collettiva della famiglia e su un pezzo di carta che lo immortalava. Sono grato all’UPV per avermi permesso di partecipare e orgoglioso del mio modesto contributo nel recuperare la memoria storica di molte famiglie.


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