di Daniele Poto – Sulla scia di un libro capolavoro di Albert Camus, non un semplice remake del film del 1967, prende forma “Lo straniero” di François Ozon un’opera che rende impossibile un confronto diretto: dal testo originale alla prima versione cinematografica fino a questa rilettura francese, a distanza di 58 anni. È un cinema di percezione e sottintesi, più che di azione, costruito in un bianco e nero essenziale, ruvido ed estremamente efficace.
A volte è la fotografia a fare il film. Qui accade fin dalla scena del delitto, consumato sotto un sole accecante: un gesto gratuito, banale, quasi casuale, ma profondamente rivelatore. Mersault, impiegato francese nella Algeri coloniale, uccide un arabo sulla spiaggia. Da quel momento, il processo che segue sembra riguardare più la sua personalità che il crimine stesso.


In un contesto segnato da razzismo e classismo, la vita della vittima sembra avere meno peso rispetto alla condotta morale dell’imputato. Mersault viene giudicato per la sua anaffettività, per non aver pianto al funerale della madre, per aver continuato a vivere come se nulla fosse accaduto: il mare, una relazione sentimentale, perfino una commedia al cinema. Tutti elementi che lo trasformano, agli occhi della giuria, in un uomo moralmente colpevole prima ancora che penalmente responsabile. Il protagonista diventa così un enigma per una società che non tollera l’assenza di emozioni codificate.
La giustizia si intreccia con il pregiudizio sociale, fino a costruire un’accusa di premeditazione che va oltre i fatti.
In gioco c’è la banalità del male, ma anche l’impossibilità di aderire a convenzioni emotive imposte.
Mersault è incapace persino di pronunciare un semplice “ti amo”. Il suo rapporto con Marie è dichiaratamente fisico, privo di qualsiasi illusione romantica. Questa incapacità di aderire alle aspettative sociali diventa la sua vera condanna.


Il confronto tra le due interpretazioni cinematografiche è impietoso: la versione più recente restituisce una caduta tragica e progressiva, mentre quella precedente resta più trattenuta, quasi ingabbiata in un registro troppo rassicurante. Qui invece emerge tutta la drammaticità dell’alienazione.
La ricostruzione dell’Algeri coloniale è precisa e immersiva: una città viva e contraddittoria, fatta di contrasti, tensioni sociali, religione e marginalità. Il momento più intenso arriva nel confronto finale con il cappellano: un dialogo carico di tensione in cui Mersault rifiuta ogni forma di redenzione. Il suo ateismo radicale non lascia spazio a compromessi.
Non c’è pentimento, non c’è speranza ultraterrena. Solo la consapevolezza che quel gesto, pur assurdo, non può essere rinnegato.
Il film rispetta la durezza del messaggio originario con uno stile asciutto e incisivo. Anche i dettagli più minimi — come il movimento di uno scarafaggio — diventano simbolici, riflettendo la fragilità e l’incontrollabilità della vita.
Ne emerge un’opera avvincente, essenziale e profondamente crudele, ma proprio per questo necessaria.
Un film che conferma la capacità del regista di evitare ogni banalità, offrendo una riflessione lucida e disturbante sull’uomo e sulla società.
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