di Valerio Carbone – Nel linguaggio comune, come in quello della medicina, il sintomo viene definito come una manifestazione soggettiva percepita dal paziente. Esso è un indice, un indicatore di uno stato di malattia, di un’alterazione del benessere o della “normale” funzionalità di un organismo “sano”.
Il sintomo è pertanto riferibile a sensazioni o a esperienze che l’individuo avverte in modo personale. A differenza del segno clinico, inoltre, il sintomo non è oggettivamente misurabile o visibile all’esterno.
Il dolore corporeo è un esempio di sintomo, ma anche la stanchezza lo è, come il mal di testa. Lo sono però anche tutte quelle manifestazioni percepite che riguardano la sfera mentale, emotiva e comportamentale (come l’ansia, la tristezza, l’irritabilità, l’insonnia o l’isolamento sociale).
Nella fraseologia medica, è fondamentale distinguere il sintomo (l’esperienza soggettiva), il segno (l’evidenza rilevata oggettivamente dal professionista sanitario) e la sindrome (un insieme caratteristico di segni e manifestazioni cliniche che si presentano in un quadro clinico specifico).


Per la psicologia il discorso si complica. Se per Freud, ancora figlio di una tradizione saldamente medicale, il sintomo (nevrotico) è la sublimazione di un conflitto dell’Io che non permette a un bisogno di realizzarsi (parliamo di impulsi in contrasto con la coscienza morale o con il nostro Io ideale), per la tradizione junghiana, il sintomo, oltre che essere “parlante”, diventa una vera e propria soluzione creativa dell’organismo: è il corpo che reclama un cambiamento e un nuovo equilibrio e che si prepara, di fatto, a una trasformazione.
Per Jung, il sintomo è “teleologico”, ovvero: ha sempre uno scopo.
Esso non è solamente un disturbo da eliminare, ma porta con sé un messaggio che arriva dall’inconscio: è il segnale di un conflitto interiore, di bisogni da sempre rinnegati,
non riconosciuti, non integrati, che cercano una via di espressione e realizzazione. Il sintomo è una voce che chiede dialogo.
“Sintomo” deriva dal greco συμπιπτω, “symptoma” [syn- (insieme) + piptein (cadere)] e significa “ciò che (ac)cade insieme”. Ciò ci suggerisce di guardare al di là dell’evento concomitante, ovvero alla condizione sottostante di cui il sintomo è sempre espressione.
La psicologia di fronte a un sintomo, a un qualsiasi sintomo, fosse anche fisico o corporeo, si domanda: Che succede?


Il corpo è animato e l’anima ha una dimensione essenziale, che non sempre viene ascoltata. Viviamo d’impegni, doveri, abitudini e aspettative a cui sottostiamo quotidianamente: tutta una serie di cose che affrontiamo utilizzando il nostro corpo come fosse un mero strumento. Per questo ci vestiamo e corriamo e prendiamo il caffè per tenerci svegli… e ripetiamo lo schema a ogni giornata!
Il sintomo ci obbliga, però, a fermarci e a osservarci meglio, per sentirci, per riconoscere e riflettere sulle nostre vulnerabilità. Per conoscere di più noi stessi e ciò di cui abbiamo più bisogno. Ogni sintomo è la possibilità di una trasformazione generativa. Del resto, come ci ricorda il filosofo: “Il serpente che non può cambiare pelle deve morire” (Nietzsche).
La psicologia riconosce il valore della medicina (di cui condivide l’aspetto di cura) e sa che occorre saper distinguere tra segni e sintomi; sa che non bisogna sottovalutare alcuni aspetti clinici che possono mettere a repentaglio la salute e il benessere. Sa però che se qualcosa non è osservabile oggettivamente sarà sempre soggetto a percezioni e interpretazioni personali.
Un dolore può placarsi e può essere anestetizzato, può essere “zittito” attraverso un farmaco (che, in quanto pharmakon (φάρμακον), è sempre cura e veleno); se però non si ascolta e non si comprende il significato dietro al sintomo (ciò che concorre ed è concomitante a esso), il dolore sarà capace di trasformarsi e di tornare sotto altre forme, tante volte più aggressive e invalidanti.
Il sintomo è un’espressione del nostro corpo e, in quanto tale, non può essere un nemico da combattere, bensì un alleato con cui entrare in dialogo.


La salute è un percorso di chiarificazione, è la capacità di decifrare i messaggi dell’organismo per trasformare un malessere nell’occasione per una nuova evoluzione. L’importante è ascoltarsi e fare luce su se stessi. Il maestro indiano Yogananda un giorno ha scritto: “Una stanza buia da secoli può essere subito rischiarata se vi si lascia entrare la luce, ma non se si cerca di scacciare le tenebre”.
Se hai necessità di un aiuto o di un supporto psicologico per il tuo benessere, non esitare a contattarmi.
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato sulle nostre belle notizie ti invitiamo a seguirci sui nostri social o a iscriverti alla newsletter mensile cliccando qui





















