di Erika Mattio – C’è un’isola, nella laguna di Venezia, dove la sabbia si trasforma in luce e il tempo si fa lento. A Murano, il vetro non è solo materia, ma memoria viva. Le mani, il fuoco e l’acqua raccontano una storia che ha viaggiato nel tempo e nello spazio.
Le perle e le loro storie
Ogni giorno, nelle fornaci che bruciano come cuori antichi, artigiani e artiste danno forma a piccole galassie di colore. Tra loro c’è Muriel Balensi, artista del vetro a lume, francese di origine e veneziana d’adozione.
Nel suo laboratorio, il vetro danza tra le mani come un respiro caldo. “Il vetro è una bolla di sogni – racconta Muriel a B-Hop – fragile ma piena di vita. Ti chiede rispetto. Ti obbliga a essere presente”. Le sue perle di Murano non sono solo ornamenti: sono racconti, emozioni solidificate.
“Ogni perla è diversa. È un incontro, una storia che si lascia afferrare solo se la ascolti.”
Le impiraresse: artigiane della memoria veneziana
Accanto all’arte del fuoco, Murano custodisce un altro sapere, antico e silenzioso: quello delle impiraresse, le donne che per secoli hanno infilato perle, componendo collane, rosari e gioielli per tutto il mondo. Sedute in calle o dentro casa, spesso con i figli intorno, le impiraresse infilavano migliaia di perline in un giorno solo. Il loro nome deriva dal veneziano “impirar”: infilare.
Marina Scarpa è una delle poche eredi viventi di questa tradizione. Nei suoi gesti si intrecciano presente e passato.
“Quando infilo le perle – dice – sento accanto le mani delle donne che lo facevano prima di me. Ogni gesto è abitato. Ogni filo è una linea di memoria.”
Le impiraresse rappresentavano un importante esempio di emancipazione femminile: lavoratrici instancabili, capaci di mantenere intere famiglie con la loro arte, soprattutto nei periodi di guerra. Madri, mogli, ma anche imprenditrici in un mondo dominato dagli uomini.


Le perle di Murano in viaggio: da Venezia all’Africa
A partire dal XV° secolo, le perle di Murano iniziano un lungo viaggio. Navigano sulle rotte che univano l’Europa all’Africa, all’Asia e alle Americhe. In Africa occidentale, in particolare, diventano oggetti preziosi: simboli di bellezza, ricchezza e appartenenza. Utilizzate come dote, moneta di scambio, ornamento rituale o elemento di potere.
Le perle si trovano ancora oggi nei mercati del Senegal, del Ghana, del Togo. Le indossano ancora oggi le donne più anziane durante danze cerimoniali, matrimoni e funerali. Spesso vengono tramandate di madre in figlia, come un patrimonio spirituale.
A Dakar, la storica dell’arte Aïssatou Ndiaye spiega:
“Le perle veneziane non sono mai state solo ornamento. Raccontano scambi, identità femminili, appartenenze. Sono parte della nostra storia. Quando le indossiamo, ci sentiamo connesse a qualcosa di più grande.”
Dall’Africa al Brasile: perle migranti, culture vive
Le cosiddette trade beads, o perle del commercio, hanno attraversato gli oceani. Le si ritrova anche nei rituali afro-brasiliani a Salvador de Bahia: nelle danze di Boa Morte, nei culti del Candomblé. Abiti cerimoniali ricamati di perle veneziane testimoniano un ponte invisibile tra Venezia e l’Africa, che continua ancora oggi.
A Kumasi, in Ghana, l’antropologo Kwabena Agyeman osserva: “Le perle di Murano parlano di globalizzazione ben prima della globalizzazione. Non sono oggetti europei. Sono anche africani, perché sono stati accolti nelle nostre culture”.
Oggi, maestri artigiani senegalesi fondono vetro riciclato per creare nuove perle, ispirandosi proprio a Murano. Il valore non sta solo nel materiale, ma nel gesto, nella trasmissione del sapere. Oppure, artisti come il senegalese Douada Gueye, sono diventati maestri vetrai a Venezia, creando un effetto volano della tradizione.


Murano oggi: l’arte come resistenza
A Murano, Muriel sorride quando ascolta queste storie africane. “È incredibile sapere che le mie perle seguono lo stesso cammino delle loro antenate. È come se esistesse una mappa invisibile che le unisce tutte”. Nel suo laboratorio, ogni perla nasce come un atto di resistenza alla fretta, alla produzione industriale.
“Non faccio mai due perle uguali – dice – perché ogni giorno è diverso, ogni emozione nuova. Il vetro ti obbliga a essere sincera”.
Accanto a lei, su un tavolo, alcune antiche perle di Murano. Le osserva come si guarda un’antenata. “Mi ispirano. Mi parlano. E ogni volta che ne creo una nuova, è come se le salutassi.”
L’artigianato femminile come affermazione
Nel mondo contemporaneo, dove tutto corre e si consuma in fretta, il lavoro di Muriel e Marina assume un valore politico ed esistenziale. Ogni gesto artigianale è una dichiarazione: che il tempo ha valore, che la lentezza può essere una forma di resistenza, che la memoria non è nostalgia ma linfa viva.
“Quando insegno a lavorare il vetro – spiega Muriel – cerco sempre di trasmettere il rispetto per il materiale, per il fuoco, per la storia.
È come una linea di sangue. Non si può improvvisare: bisogna ascoltare. E anche amare”.


Il filo che non si spezza
Oggi, le perle di Murano continuano a viaggiare. Da Venezia a Gibuti, da Dakar a Salvador de Bahia. Ogni perla racchiude un mondo: una forma, un colore, una storia. E in questo viaggio, a tenere tutto insieme, ci sono le mani delle donne. Mani che creano, ricordano, tramandano.
Come ha detto una donna anziana a Lomé, in Togo:
“Quando indosso le mie perle, sento che tutte le donne prima di me sono ancora qui. Come se mi proteggessero.”
E ogni volta che Muriel Balensi crea una nuova perla nel suo laboratorio di Murano e ogni volta in cui Marina Scarpa intreccia nuove creazioni, quel filo invisibile continua a scorrere. Tenace. Luminoso. Vivo.
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