di Concetta Gelardi – Roma, tardo pomeriggio. In mezzo al traffico e al via vai incessante della città, una voce flebile rompe la routine: “Soffro di crisi epilettiche”, sussurra un uomo a una passante. Lei si ferma. È con il compagno e il cane, ma non esita: lo aiutano a sdraiarsi su una panchina e chiamano il 118.
Attorno a lui si forma subito un piccolo gruppo. Tre, poi quattro persone. Nessuno si conosce, ma tutti restano. Si chiama Julio. Sembra tranquillo, poi perde conoscenza. Non parla, non reagisce. Una donna si avvicina, lo rassicura: «L’ambulanza sta arrivando». Julio le stringe la mano. Una soccorritrice la mette in guardia:
“Stai attenta, se ha una crisi potrebbe stringerla troppo”. E la crisi arriva.
Il corpo si agita, il rischio che cada è reale. Qualcuno tiene ferma la testa, altri lo circondano per evitare che si faccia male. Nessuno si tira indietro. C’è rispetto, premura. Il tempo sembra fermarsi. I passanti rallentano, osservano. Nessuno ha fretta. Maledicono il traffico di Roma, l’ambulanza che non si vede, i vicoli che la intrappolano.
Julio non riprende i sensi, respira a fatica. Un cane abbaia, nervoso. Qualcuno si spinge più avanti, cerca i soccorsi. Venti minuti interminabili. Poi, finalmente, l’ambulanza arriva.
I presenti aiutano a sistemarlo sulla barella. “Si chiama Julio”, ripete una signora come un mantra, per essere certa che non venga dimenticato nemmeno il suo nome.
L’infermiera controlla l’ossigeno, Julio apre gli occhi ma non parla. Lo portano via. Intorno a lui, mani sconosciute raccolgono le sue cose. Lui ringrazia con uno sguardo, mentre i sanitari prendono in carico la sua storia. “Grazie, potete andare”, dicono. “Ora pensiamo noi a lui”.
Ci si saluta come amici, con un sorriso che nasce dalla tensione sciolta.
Per venti minuti, Julio non è stato un estraneo. È stato il centro di un’umanità che ancora esiste.
Nessuno sapeva chi fosse, eppure ognuno ha fatto la sua parte. Qualcuno ha rinunciato a un appuntamento, a un parcheggio, al negozio che stava per chiudere.
In un mondo che spesso predica l’individualismo – “pensa a te”, “fatti i fatti tuoi” – quella mezz’ora è sembrata una parentesi rara. Silenziosa, concreta. Senza eroi, senza proclami. Solo persone che si sono messe nei panni di un altro.
Julio forse non ricorderà nulla. Forse qualche voce, uno sguardo, un gesto. Non saprà mai di aver provocato lacrime sincere. E nemmeno che, grazie a lui, un piccolo gruppo di sconosciuti ha dato vita a una scena semplice, ma straordinaria: quella di un’umanità che, per un attimo, ha vinto sull’indifferenza.
Una sirena che si allontana. Due occhi neri che ringraziano. E la sensazione, potente, di aver condiviso qualcosa di vero. Anche solo per venti minuti. (di Concetta Gelardi)
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