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Home Se ne parla

Gaza, quali strade per la pace?

Nonostante segnali molto aggressivi da parte di Israele, che ha deciso di occupare Gaza, questo potrebbe essere il mese della svolta?

di Amato Orecchini
11 Agosto 2025
in Se ne parla
Tempo di Lettura: 5 mins read
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di Amato Orecchini – Riconoscere lo stato della Palestina e sconfessare Hamas metterà fine al terribile massacro di esseri umani, darà il definitivo impulso al raggiungimento di una soluzione giusta e pacificata a Gaza e in Cisgiordania, rilancerà la prospettiva della convivenza pacifica dei due popoli e due stati, quello palestinese e quello israeliano (1967), scongiurando il disegno del terrorismo islamico e della destra israeliana della Grande Israele?

Oppure queste rimangono solo proposte non costruttive, al cospetto dell’imminente occupazione di Gaza da parte dell’esercito israeliano?

Queste domande che ci accompagnano insieme alla sensazione di impotenza e alla frustrazione provata continuamente davanti allo scellerato attacco del 7 ottobre 2023 ad opera di Hamas, e alle continue e incessanti barbarie perpetrate dall’esercito israeliano nella striscia di Gaza e in Cisgiordania in questi 600 giorni di conflitto, ci inducono, nel pieno dello sgomento, ad attivarci, a fare qualcosa per il disperato popolo palestinese intrappolato nel futuro della loro storia a Gaza e per i disperati ostaggi israeliani ancora in vita.

L’ultima notizia è l’attacco dell’esercito israeliano alla tenda che ha ucciso sei tra giornalisti e operatori di Al Jazeera. È la guerra più mortale per gli operatori della comunicazione: oltre 270 sono stati uccisi.

Il Primo ministro spagnolo, Sanchez, ha dichiarato: “Riteniamo che la Palestina sia esistita, esista ed esisterà”; lo stesso giorno anche la Norvegia e l’Irlanda hanno riconosciuto formalmente lo Stato di Palestina andandosi ad unire alla Svezia e ad altri paesi dell’Ue.

Tuttavia l’Europa, soprattutto quella del blocco fondante dell’Unione, ha continuato a procedere in modo asimmetrico, almeno fino a quando il Presidente francese Macron ha per la prima volta parlato di un riconoscimento francese dello Stato palestinese.

A cui è seguita un’analoga presa di posizione del Premier inglese Starmer e dal Cancelliere tedesco Mertz, disponibile ad “iniziare un percorso verso il riconoscimento”. Anche l’Australia ha espresso la stessa posizione.

L’Italia, a detta del Ministro Tajani a Radio anch’io, ha ribadito che è “disponibile al riconoscimento”, “ma prima ci deve essere uno Stato da riconoscere”, facendo riferimento al diritto internazionale ed alle tre caratteristiche che consentono di valutare come tale uno Stato: il popolo, il territorio ed il potere di governo; la Palestina ne ha solo una, la popolazione.

Intanto a Gaza la situazione è inesprimibile, con 61.000 vittime civili, con la popolazione ridotta alla fame e alla morte in modo atroce da Israele, creando una immensa crisi umanitaria. Hamas detiene ancora 20 ostaggi vivi, trattati in modo spietato e crudele.

Dalla fine del secondo cessate il fuoco, ogni giorno vengono uccisi centinaia di palestinesi, colpevoli solo di essere in fila per un pezzo di pane, per cercare cibo per sfamarsi, per mantenere accesa la speranza per la propria vita: la distribuzione dei beni alimentari da parte della Gaza Umanitarian Fondation di fatto finisce sempre nel sangue.

Adnan Abu Hasna portavoce dell’Agenzia delle Nazioni (UNRWA) ha comunicato, qualche giorno fa, che per risolvere la crisi umanitaria di Gaza dovrebbero entrare centinaia di camion di aiuti ogni giorno. 

In attesa della proposta Usa, che si propone di sostituire l’attuale sistema di distribuzione degli aiuti alimentari, la strategia europea e di altri paesi arabi, mira ad organizzare e coordinare, con il consenso politico israeliano messo alle strette proprio dagli Usa, il lancio degli aiuti dal cielo, agendo con immediatezza per superare la crisi umanitaria, ma i risultati non sembrano essere soddisfacenti.

Infatti, secondo Emergency, sempre in prima linea durante le crisi  umanitarie,

“è una strategia fallimentare: non garantisce l’accesso al cibo ed ai beni essenziali per la sopravvivenza”.
credits: Pexels

In questo contesto, per la prima volta paesi della Lega Araba hanno approvato una dichiarazione congiunta con la quale chiedono un immediato cessate il fuoco, sostengono la soluzione dei due Stati, attraverso un piano in fasi per il suo raggiungimento, condannano per la prima volta l’attacco del 7 ottobre e chiedono ad Hamas di deporre le armi.

Il Presidente Usa Trump, sulla sua piattaforma “Truth Social” ha riportato che: “la crisi umanitaria si potrà risolvere solo sconfiggendo Hamas”. Ma considerando le atrocità in essere non possiamo rimanere osservatori passivi della distruzione e devastazione della Palestina, bensì agire, come ben delineato dai 58 ex ambasciatori dell’Ue nella lettera inviata ai vertici Ue:  con la quale si individuano delle pesanti responsabilità israeliane in termini di “crimini di guerra” e “passi calcolati verso una pulizia etnica”.

Si può oggettivamente pensare ad un processo sistematico da parte del criminale governo israeliano, capace di usare la fame della popolazione come arma per costringere gli abitanti di Gaza a vivere morendo, o ad abbandonare quei territori.

Si, anche perché il loro spazio vitale si riduce sempre di più: i civili vivono ammassati nel 12% del territorio di Gaza.

In questo ambito, era stata ventilata la speranza che si potesse arrivare ad un cessate il fuoco di 60 giorni. Ma con lo stallo dei colloqui, non si intravede alcuna volontà negoziale di Hamas, tanto meno quella di deporre le armi e rilasciare gli ostaggi.

credits: pexels

Questa impasse, e la diffusione da parte di Hamas e della Jihad islamica di due degli ostaggi ancora in vita, presentati al mondo completamente emaciati, in modo atroce e disumano, ha fatto prendere al Primo ministro israeliano la decisione dell’occupazione di tutta la striscia di Gaza.

Contemporaneamente fa da forte contrasto la protesta interna del popolo israeliano contrario al proseguimento della guerra, e tra le voci di questa moltitudine umana che chiede le dimissioni del Premier Netanyhau è importante segnalare quella di circa 600 ex capi e funzionari israeliani dei servizi di sicurezza e forze armate, con la quale, si sostiene che i terroristi non costituiscono più una reale minaccia per lo stato israeliano e pertanto si appellano alla possibile intercessione di Donald Trump per la fine della guerra.

La possibile strada da percorrere per una soluzione, come è stato riportato anche dal Prof. Parsi su La7, è mettere in atto da parte di tutti i governi democratici una continua pressione internazionale su Israele, come fu fatto con successo con il Sudafrica ai tempi nefasti dell’apartheid, sconfiggendolo.

Se poi davvero ci sarà una totale occupazione, la situazione per i gazawi sarà ancora più catastrofica. Pertanto per cercare di convincere questo governo israeliano a cambiare passo, a risolvere in modo definitivo la crisi umanitaria e la guerra con i terroristi islamici, ci auguriamo che ci sia finalmente una svolta visto le posizioni dei paesi arabi finalmente contrari alla presenza di Hamas nella Striscia e alla grande pressione internazionale su Israele: dobbiamo porre fine alla crisi umanitaria, liberarci dai terroristi di Hamas, dare Gaza ai palestinesi, fermare le occupazioni dei territori e poi, con la pace, arriverà anche la sicurezza di Israele.


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Amato Orecchini

Amato Orecchini

Mi sono sempre occupato di attività molto tecniche, proprie del mondo aeronautico; poi mi sono laureato in Scienze politiche, indirizzo sicurezza e comunicazione pubblica, e ciò ha contribuito ad aprirmi ad altre visioni. Appassionato di tennis, della lettura e della geopolitica, ho sempre improntato la mia essenza secondo un pensiero positivo e costruttivo. In questo momento della mia vita, di passaggio dal lavoro attivo alla pensione, questo mi consente di cogliere l'opportunità di contribuire a raccontare le belle notizie, quelle che possono farci superare con slancio ogni difficoltà. In B-Hop perché consapevole che la “bellezza salverà il mondo”.

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