di Erika Mattio – Cosa sta succedendo a Cuba oggi? Dov’è finita quella cubanía fatta di musica, resistenza, sorrisi e dignità? E soprattutto:
perché un’isola così piccola continua a essere così importante per il mondo, eppure sempre più invisibile?
Dopo le crisi in Groenlandia, Venezuela e Iran, gli Stati Uniti mantengono su Cuba una linea ambigua: timide aperture su viaggi e rimesse convivono con un impianto sanzionatorio ancora pesante. Le politiche rafforzate durante la presidenza Trump non sono state smantellate, producendo uno stallo che incide sulla vita quotidiana dei cubani.
Un’isola contesa: perché Cuba continua a essere centrale
Arrivare a Cuba oggi significa entrare in un paradosso. Da un lato, tutto sembra immutato: le facciate coloniali, le auto d’epoca, il ritmo lento che da sempre caratterizza l’isola. Dall’altro, basta poco per capire che qualcosa si è rotto.
Non è solo una crisi economica: è una frattura più profonda, che riguarda la quotidianità, le aspettative, perfino il modo in cui le persone guardano al futuro. La pandemia ha segnato un punto di non ritorno. A questo si sono sommati gli effetti di un embargo che dura da oltre sessant’anni e una progressiva disattenzione internazionale. Il risultato è un paese che resiste, ma con sempre meno strumenti. E una popolazione che, pur abituata a reinventarsi, oggi fatica a riconoscersi. Per capire la crisi attuale, bisogna partire da una domanda fondamentale: perché Cuba è così importante?
La risposta è geopolitica, storica e simbolica insieme. A pochi chilometri dagli Stati Uniti, l’isola ha sempre rappresentato un punto strategico nel controllo dei Caraibi e delle rotte commerciali.
Dopo la rivoluzione del 1959, Cuba è diventata il simbolo di un’alternativa possibile, entrando nel cuore delle tensioni tra blocchi contrapposti. L’embargo imposto dagli Stati Uniti negli anni Sessanta non è mai stato solo una misura economica: è stato uno strumento politico, che ha contribuito a definire il destino dell’isola. Nel tempo, però, le sue conseguenze si sono trasformate. Se inizialmente aveva una funzione strategica chiara, oggi appare sempre più come un vincolo che incide soprattutto sulla popolazione civile.
E mentre gli Stati Uniti continuano a occupare uno spazio centrale nel dibattito su Cuba, l’Europa sembra essersi progressivamente defilata. I rapporti commerciali si sono ridotti, gli investimenti rallentati, l’attenzione politica diminuita.
L’isola è rimasta così sospesa, stretta tra una pressione storica e un vuoto contemporaneo. Questo isolamento ha effetti concreti: difficoltà nell’accesso ai mercati, carenza di beni essenziali, infrastrutture sempre più fragili. Ma ha anche un impatto simbolico, forse ancora più forte: la sensazione diffusa di essere stati dimenticati.


La cubanía che resiste tra crisi quotidiana, turismo e diaspora
Nel breve periodo non si prevedono svolte: tra tensioni interne, migrazioni e peso della comunità cubano-americana, Cuba resta un tema sensibile. È più probabile la continuazione di questa “zona grigia”, fatta di piccoli aggiustamenti senza cambiamenti radicali. Tuttavia, l’aumento della diaspora verso gli Stati Uniti sta riaprendo il dibattito, trasformando Cuba da questione ideologica a emergenza concreta. È nella vita quotidiana che la crisi si rende più evidente. Yusimara, guida turistica, racconta a B-Hop dalla capitala L’Avana un cambiamento profondo:
“Io sono fortunata, ho studiato italiano, e porto i turisti in viaggio. Il mio paese è meraviglioso, anche se adesso non riconosco più i sorrisi di un tempo.
C’è povertà e voglia di scappare. Fino a qualche anno fa non era così.”
Il turismo, per anni una delle principali fonti di reddito, è crollato dopo il Covid e non ha più recuperato i livelli precedenti. Questo ha avuto un impatto diretto sull’economia locale, soprattutto nelle città e nelle aree più legate ai flussi internazionali.
“Noi cubani siamo resilienti, ma ora sembra che si siano dimenticati di noi. Dopo il Covid c’è stato un tracollo. Nessuno vuole essere ricco, ma non vogliamo morire per un’influenza.”
La crisi sanitaria è uno degli aspetti più drammatici. La mancanza di farmaci, di elettricità e di servizi di base ha trasformato la quotidianità in una sfida continua.
“Mancano farmaci, benzina, la luce va e viene. Siamo sempre stati abituati a vivere con cali di tensione, ma ora anche negli ospedali è impossibile. Immaginate di non poter avere cure, di vivere senza informazioni e di dover pensare a come cambiare i pannolini ai bambini senza luce e senza pannolini.
La situazione non è più umana”.


In questo contesto, cresce un altro fenomeno: la diaspora. Negli ultimi anni, centinaia di migliaia di cubani hanno lasciato l’isola, in quello che è uno dei più grandi flussi migratori della sua storia recente. Molti scelgono gli Stati Uniti, altri si dirigono verso Europa e America Latina. Non si tratta solo di una fuga economica, ma di una ricerca di stabilità, accesso ai servizi, possibilità di costruire un futuro.
La diaspora diventa così una componente centrale della realtà cubana contemporanea: un ponte tra dentro e fuori, ma anche un segnale evidente della crisi. Ogni partenza è una perdita, ma anche una strategia di sopravvivenza per le famiglie rimaste.
Politica, sopravvivenza e futuro: la voce di chi resta
Le dinamiche internazionali continuano a influenzare profondamente la vita sull’isola. Le politiche statunitensi, incluse quelle sostenute negli ultimi anni da Donald Trump, hanno contribuito a rafforzare le restrizioni economiche, limitando ulteriormente le possibilità di apertura.
Ma al di là delle strategie geopolitiche, la realtà si misura nelle scelte individuali. Raul, ingegnere, racconta la necessità di reinventarsi:
“Sono ingegnere, amo il mio lavoro, ma ho iniziato a fare il driver per dare più supporto alla mia famiglia.
Ora non c’è benzina. Questo toglie la possibilità a tutti noi di fare cose semplici, come andare al lavoro”.
La crisi energetica e la mancanza di risorse rendono difficile anche la gestione della vita quotidiana.
“Cuba non più l’isola del Che, è un luogo fatto di ragazze e ragazzi che studiano, di turismo, di infrastrutture, ma sembra che il mondo ci stia dimenticando.


Non c’è più turismo. Come possiamo vivere? Stare sotto il controllo degli Stati Uniti non è una soluzione, ma se porta ad avere cibo e dignità, allora va bene. Quello che chiediamo è vivere come persone, senza dover abbandonare le nostre terre. Abbiamo ottime università, ragazzi educati e prepararti, ma per poter lavorare bisogna scappare”.
È una richiesta semplice, ma profondamente politica: vivere con dignità. Cuba oggi è un paese che non ha perso la sua identità, ma che si trova in una fase di forte vulnerabilità. La cubanía esiste ancora, ma è messa alla prova ogni giorno.
La speranza, però, non è scomparsa. Sta nelle persone che restano, che resistono, che continuano a costruire una quotidianità anche nelle condizioni più difficili. E forse sta anche nella possibilità che il mondo torni a guardare Cuba non come un simbolo del passato, ma come una realtà viva, che ha ancora molto da dire. Perché Cuba non è solo storia. È presente. Ed è, ancora, una questione aperta.


La vera domanda, quindi, non è solo cosa faranno gli Stati Uniti nei prossimi giorni, ma se decideranno finalmente di cambiare prospettiva: da politica di pressione a politica di responsabilità. Perché oggi più che mai, le decisioni prese a Washington non restano confinate nei palazzi del potere, ma entrano nelle case, negli ospedali e nelle vite delle persone.
Cuba non chiede ricchezza. Chiede normalità. E il futuro dell’isola, ancora una volta, dipende anche da chi la guarda — o sceglie di non guardarla più.
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