di Vincenzo Sorrentino – Leonard Cohen è stato un grande cantautore canadese che ha pubblicato, tra il 1967 ed il 2016, 14 album più uno uscito postumo nel 2019: contengono alcune perle musicali che sono tra le massime espressioni mai raggiunte dalla canzone d’autore a livello mondiale. Con uno stile musicale asciutto e la sua inconfondibile voce, roca e baritonale, ci ha lasciato delle melodie indimenticabili che hanno fatto da colonna sonora a più di una generazione.
Ma prima, e oltre ad essere un cantautore, Leonard Cohen è stato un poeta e scrittore che ha pubblicato ben 6 libri di poesie e due romanzi, più – anche in questo caso – un’opera postuma.
Tutta la ricca produzione letteraria e musicale di Leonard Cohen è stata descritta ed analizzata in un libro di Silvia Albertazzi dal titolo: “Leonard Cohen: Manuale per vivere nella sconfitta”, una frase tratta da una sua canzone che sintetizza anche la sua filosofia di vita in cui, essendo destinati alla morte, siamo tutti inevitabilmente destinati a subire una sconfitta.


Silvia Albertazzi è docente emerita di Letteratura Inglese all’Università di Bologna ed ha studiato ed approfondito tutti i lavori letterari e musicali di Leonard Cohen.
Il suo libro non è una classica biografia bensì un’analisi profonda ed esegetica di tutta la produzione artistica di Leonard Cohen.
“Leonard Cohen – racconta Silvia Albertazzi a B-Hop – è stato un artista a 360 gradi che però ha sempre amato definirsi uno scrittore. La definizione di cantautore risulta, pertanto, riduttiva. In realtà è sbagliato dividere la sua carriera in blocchi in quanto nella sua produzione, poesia, romanzo e musica sono sempre fortemente intrecciati. E’ vero che il grande successo popolare è arrivato quando ha deciso di dedicarsi alla musica, ma già a poco più di vent’anni aveva pubblicato le sue prime raccolte di poesie che hanno avuto un grande successo e l’hanno subito portato ad affermarsi come l’enfant prodige della letteratura canadese”.
E fin da subito la poesia è stata direttamente associata alla musica, come documentato dai reading di poesia cui ha partecipato e che sembravano quasi dei concerti rock.


Nel 1963 ha pubblicato il suo primo romanzo, “The favourite game“ con un evidente contenuto autobiografico ma anche con uno stile decisamente innovativo ed originale. Tre anni dopo ha pubblicato “The beautiful losers” il suo libro più complesso che all’epoca fece molto scalpore per alcuni contenuti molto spinti, al limite della pornografia.
“The beautiful losers” è anche un libro pieno di flussi di coscienza ricchi e profondi che portarono un giornale canadese a scrivere: “James Joyce non è morto, vive a Montreal e si fa chiamare Leonard Cohen”, una frase che da sola basta a rimarcare l’imponenza e la qualità dell’opera.
“Nel 1967, a 33 anni – continua ancora Silvia Albertazzi – Leonard Cohen decise di darsi alla musica con l’obiettivo, dichiarato, di fare soldi. Ovviamente questa scelta non fu ben vista negli ambienti letterari, soprattutto canadesi, in quanto fu considerata una sorta di passo indietro e di resa da parte del grande scrittore. Il successo, comunque, fu immediato e tutti i primi album, pubblicati tra il 1967 ed il 1974, hanno avuto un grande riscontro di pubblico e di critica”.


La produzione musicale è proseguita fino al 2016, anno della morte in cui è uscito l’ultimo disco “You want it darker” a cui ha fatto seguito un disco uscito postumo nel 2019 “Thanks for the dance” curato in particolare dal figlio.
“Anche se leggenda vuole che si sia dedicato alla musica dopo aver sentito Bob Dylan – prosegue l’autrice del libro – e che inizialmente è stato lanciato proprio dal produttore di Bob Dylan, che restò incantato dalla sua voce e dalle sue melodie di pochi accordi, come cantautore Leonard Cohen è stato più vicino ai grandi cantautori francesi, in particolare George Brassens, che ai cantautori americani caratterizzati da timbri folk e country. Lui era originario di Montreal, la zona francofona del Canada, in cui ci sono infinite influenze della cultura francese”.
Il cantautore italiano che più è stato influenzato da Leonard Cohen è stato sicuramente Fabrizio de Andrè che ha tradotto, peraltro in modo molto fedele, tre suoi brani: “Suzanne”, “Nancy” e “Giovanna d’Arco” ed ha curato la traduzione di un altro brano “La famosa volpe azzurra” che è stato poi inciso da Ornella Vanoni.
Nell’analizzare il rapporto tra musica e parole, tra canzoni e poesia, Silvia Albertazzi ci tiene a sottolineare “che sono due mondi separati, che la canzone è una cosa diversa rispetto alla poesia; è un mondo a parte in cui non è possibile separare musica e parole, ma in cui musica e parole debbono necessariamente essere considerate un tutt’uno”. Ci tiene, anche, però a ricordare che
“le prime poesie sono nate proprio come espressione musicali, che i primi poeti sono stati, di fatto, gli Aedi che si accompagnavano con la lira e che la stessa Odissea è nata sotto forma di canto”.
Silvia Albertazzi ci ha raccontato del primo ascolto di Cohen “a casa di un amico di Bologna che mise sul piatto un disco di questo nuovo cantautore. Ne rimasi folgorata”. E della complicata ricerca della tomba di Leonard Cohen, nel cimitero ebraico di Montreal – episodio presente anche nel libro – conclusasi positivamente grazie ad una serie di circostanza fortuite. “Quando finalmente l’abbiamo trovata ho visto che molte persone avevano lasciato sulla tomba un ricordo o un oggetto, in molti casi legato ad una sua canzone. Volevo, pertanto, lasciare anche io un mio ricordo ma non avevo niente che rispondesse allo scopo per cui, dopo averci pensato, ho deciso di lasciare sulla tomba di Leonard Cohen la mia penna, a rimarcare il comune interesse per la scrittura e per il mondo delle parole”.
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