di Valerio Carbone – Il qui e ora è l’unica cosa che abbiamo. Adesso, a portata di mano. C’è una celebre massima della saggezza popolare cinese resa famosa dal personaggio del maestro Oogway nel film d’animazione statunitense Kung Fu Panda (2008): “Ieri è storia, domani è un mistero, ma oggi è un dono, per questo si chiama presente”.
La frase ci ricorda l’importanza di vivere il momento attuale, libero dai rimpianti del passato come dalle ansie legate al futuro: possiamo imparare dal passato, farne esperienza, eppure non possiamo più riviverlo; allo stesso tempo possiamo sperare nel futuro, ma non possiamo avere la certezza che ve ne sarà realmente uno e che, soprattutto, sarà come oggi pensiamo.


La maggior parte di noi, tuttavia, non vive, se non di rado, il qui e ora del presente. I nostri pensieri (e le emozioni a essi correlati) sono evidenti: pertanto tendiamo a preoccuparci troppo per il futuro o a rimuginare su cose passate.
Durante ogni giornata, l’attività della nostra mente è sempre intensa, incessante. La mente vaga e ci trascina in luoghi molto lontani dal presente. Inoltre tende a giudicare la realtà che incontra, e così il giudizio ci sposta dalla sensazione del momento alla rimuginazione continua rispetto alle cose passate: riviviamo storie che riguardano noi stessi, gli altri, il mondo, i nostri ricordi, i nostri valori, le aspettative per il futuro, le categorie apprese attraverso le quali osserviamo il mondo attorno a noi. La maggior parte del nostro tempo lo viviamo col “pilota automatico”: il nostro corpo è presente ma la mente scissa, sperduta in chissà quale anfratto.
Il risultato è che, ovunque siamo, è come se non ci fossimo mai del tutto.
I ritmi di vita sempre più frenetici non ci aiutano, le nuove tecnologie ci portano a sviluppare stati sottili di dipendenza, così come l’iperconnessione, che non ci permette di staccare mai realmente la spina e di vivere così, pienamente, il momento presente.


Il tanto osannato multitasking, così richiesto dalle aziende e tra le competenze lavorative oggi più apprezzate, è la modalità definitiva che rischia di farci perdere il contatto con la realtà che ci accade attorno. Lavorare in questa modalità causa infatti stress, spossatezza e stanchezza cronica, ed è un’attitudine fortemente correlata con la tendenza all’ansia e alla depressione.
Il ritmo di vita e il numero di cose da fare sono la principale causa di stress, infelicità. Entro il 2030 la depressione potrebbe essere la malattia più diffusa (OMS – Organizzazione mondiale della Sanità)
Trascorrere gran parte della nostra quotidianità in uno stato di non consapevolezza e iperconnettività ci porta a perdere informazioni importanti, come anche le esperienze e le occasioni che possono capitarci; non ci aiuta neppure a sfruttare a fondo il nostro potenziale e ci costringe a comunicare in modo più superficiale, rischiando maggiori incomprensioni nei rapporti con gli altri.
Vivere distrattamente ci espone a maggiori rischi di infortuni e di incidenti, oltre che alla spiacevole – e spesso spaventosa sensazione – di potere sprecare la nostra vita e il nostro tempo.
Il multitasking è un’abitudine pericolosa poiché comporta un maggiore e un più rapido esaurimento del glucosio ossigenato, la sostanza che ci consente di rimanere concentrati.
Oltre a non essere, paradossalmente, neppure una peculiarità particolarmente produttiva in ambito lavorativo (poiché è stato dimostrata una riduzione della produttività, a lungo termine, fino al 40% e un significativo calo dell’attenzione per le mansioni più importanti), il multitasking ci rende quindi più esposti allo stress e ai problemi psicologici, con tutte le conseguenze fisiche e mentali negative che possono derivare.


Secondo una ricerca del 2014 dell’University of London, dedicarsi a più attività contemporaneamente riduce il quoziente intellettivo del nostro cervello, molto più dell’uso costante di marijuana.
Un’altra ricerca britannica dell’University of Sussex ha dimostrato come i danni al cervello per chi vive quotidianamente in modalità multitasking siano inoltre permanenti: gli studiosi hanno condotto esami sul cervello delle persone che passano il tempo usando diversi strumenti digitali (inviando, ad esempio, messaggi con il cellulare o stando su internet mentre guardano la tv) e i risultati sono stati sorprendenti. Il rapido passaggio da un’azione a un’altra (context switch) comporta un notevole sollecito cognitivo e provoca un incremento significativo della produzione di cortisolo, l’ormone che regola lo stress, e dell’adrenalina, che ci occorre invece per mantenerci in allerta.
L’aumento del cortisolo, soprattutto, può indurci a essere sensibilmente più aggressivi, verso noi stessi e verso gli altri.
Poter fare e poter fare bene più cose in contemporanea è un’illusione mediata dalla produzione di dopamina, il neurotrasmettitore che ci restituisce la momentanea sensazione di soddisfazione ma che ci induce poi a produrre un’ulteriore “dose” grazie a una nuova serie di compiti svolti in rapida successione.


Esistono molte pratiche che possono aiutarci a coltivare la consapevolezza del presente e a ridurre i nostri momenti di multitasking: la meditazione, la respirazione consapevole, la pratica formale e informale della mindfulness.
Sono attività che aiutano ad allenare la nostra mente a focalizzarsi sul qui e ora, a riconoscere e a lasciare andare i pensieri distrattivi (del prima e del poi)
e a coltivare una maggiore consapevolezza di noi stessi e del mondo che ci circonda.
“Metti a frutto ogni minuto; sarai meno schiavo del futuro, se ti impadronirai del presente. Tra un rinvio e l’altro la vita se ne va.” (Seneca, Lettere a Lucilio)
Vivere nel qui e ora è un invito a cogliere l’attimo, l’unica opportunità che abbiamo di godere appieno la nostra vita, per creare significato e valore nel momento presente. È un’abilità che non va trascurata bensì allenata nella quotidianità, ma che ci saprà infine restituire gioia, serenità e gratitudine.
Se hai necessità di un aiuto o di un supporto psicologico per il tuo benessere, non esitare a contattarmi.
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