“Vado di fretta, vado di fretta”, era il loro tipico modo di salutare chiunque incontrassero.
“Scusami, scusami tanto, ma che vuoi fare, è una vita sempre di corsa. Non si riesce a rallentare”. Rincaravano la dose.
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Eh sì, moltissimi esemplari di un bellissimo mondo alla periferia dell’universo erano soliti vivere così. Di fretta. Con l’urgenza continua stampata nelle loro teste. E soprattutto nei loro movimenti. Tanto che, a vederli dall’alto, sembravano puntini impazziti come tante formichine laboriose.


La scelta di vivere così sembrava non fosse dipendente dalla loro volontà. Meglio, sembravano non esserne pienamente consapevoli. La consapevolezza implicava la calma per pensare e loro per pensare con calma non ne avevano proprio il tempo.
D’altra parte, se non era una loro reale scelta doveva per forza essere il frutto di ovvie esigenze del pianeta in cui vivevano.
E quali erano queste esigenze?
Prima che la velocità fosse una comune esigenza di quel mondo, il tempo scorreva lento e lentamente veniva occupato.


Tutto fluiva lisciamente lento finché alcuni abitanti di quello stesso mondo non raggiunsero due ferme certezze.
Proprio così, si erano messi a pensare con calma e avevano capito ben due cose:
che la vita su quel mondo era corta e che avrebbero voluto fosse più lunga.
Insomma, gli abitanti stavano al mondo per un po’ e poi sparivano nel nulla senza alcun apparente nesso logico o utilità. Ma il loro mondo era bellissimo e avevano in mente troppe cose da fare, vedere e sperimentare prima di sparire.


In sostanza, bisognava fare in modo di allungare la percezione di quel “po’” per riempire di senso il tempo a disposizione.
Come avrebbero potuto riuscirci?
Pensarono che se avessero impiegato tutto il loro tempo per produrre le risorse materiali necessarie a vivere, non avrebbero potuto fare le cose che avrebbero dato senso alla loro corta vita.


Così, trovarono una soluzione congeniale.
Le cose che toglievano il tempo di vivere come volevano loro le avrebbero fatte fare agli altri.
In pratica, gli altri gli avrebbero procurato le risorse affinché loro potessero fare altre cose. In modo tale da riempire il più possibile la vita corta che così sarebbe sembrata più lunga.
Avrebbero potuto godersela. Viverla alla grande e in grande.
L’ideale sarebbe stato se gli altri stessi si fossero offerti di loro spontanea volontà di produrre al posto loro. D’altra parte, l’idea l’avevano avuta loro.
E come avrebbero fatto a convincerli?
Pensa e ripensa, trovarono la soluzione.
Giacché il loro mondo era parecchio affollato, occorreva per prima cosa concentrarsi sulla folla e non sui singoli abitanti. Magari i singoli avrebbero trovato da ridire, abituati com’erano alla lentezza.
Bisognava puntare sulla maggioranza, insomma, non confrontarsi con uno alla volta.
E così fu.
Misero a punto dei luoghi dove poter produrre ogni giorno sempre la stessa cosa. Poco importava che fosse cibo, vestiti o oggetti di qualsivoglia genere persino inesistenti. L’importante era far credere che ce ne fosse un costante bisogno da parte dell’intera comunità.
Era la produzione stessa a dare senso alla vita. A dare identità agli abitanti.
Producendo, si innescava un circuito che faceva sembrare raggiunti i traguardi che in realtà non si raggiungevano mai.
In cambio del tentativo di raggiungimento del traguardo le persone ottenevano un compenso.
Mentre i guadagni più cospicui della produzione spettavano a coloro che avevano ideato quei luoghi. E che così accumulavano fondi a sufficienza per fare altro.
Per non destare sospetti, e fare in modo che nessuno si sentisse stanco mentalmente di produrre senza produrre, velocizzarono i processi.
Per attutire la stanchezza fisica, poi, crearono idee e spazi temporali di svago parziale in alcuni momenti dell’anno. Durante i quali si poteva smettere di produrre a turno.


La velocità aveva il pregio di frenare qualsiasi tipo di pensiero o insoddisfazione ma, per ovviare ad eventuali malcontenti e stanchezze personali,
associarono l’idea di velocità a quella di capacità, bravura, abilità e intelligenza, nonché vita vissuta appieno. Quella di lentezza a deplorevole incapacità, pigrizia, problematicità, vita mai vissuta veramente.
Mai fare in modo si potesse arrivare alla consapevolezza della limitatezza della propria esistenza perché avrebbe rischiato di forgiare esseri lascivi e poco produttivi.
E fu così che si cominciò ad andare sempre di fretta.
Correre dava un senso al tempo, faceva sentire gagliardi e ricercati, apprezzati e graditi, fruttuosi, ambìti e anche un po’ invidiati per le proprie capacità.
Certo, senza reale previsione, ci furono purtroppo una serie di subdoli contraccolpi nei rapporti tra gli abitanti veloci.
Le urgenze continue, vietavano gli incontri lenti, l’approfondimento delle conoscenze, annullavano i momenti liberi veri, impedivano di fissare gli occhi degli altri per il tempo necessario ad accendere qualche scintilla e, soprattutto, aumentavano a dismisura l’esigenza di parlare sempre di se stessi per condividere la propria unica bravura nel portare a termine compiti di ogni genere alla velocità della luce.
Il guaio era che tutti parlavano e nessuno aveva più il tempo di ascoltare.


In ogni caso, la fretta dilatò di parecchio il tempo a disposizione delle vite corte degli ideatori della fretta. Che riuscirono a riempirlo a profusione di tutto ciò che bramavano.
Fu dunque una vittoria.
Ciò nonostante, in quel mondo dove ancora oggi tutti vanno di fretta, ogni tanto qualcuno si ferma, si guarda attorno stanco di correre e pensa “eppure qualcosa non va”.
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