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Home Si può fare

Barbara Olivi, l’italiana che porta il cambiamento nella più grande favela di Rio de Janeiro

Rocinha è la più grande favela del Brasile. Costruita sulle colline che sovrastano Rio de Janeiro. Tra vicoli colorati, progetti educativi e reti di solidarietà, Barbara Olivi racconta un altro Brasile, fatto di dignità, cultura e cambiamento sociale.

di Erika Mattio
13 Novembre 2025
in Si può fare
Tempo di Lettura: 4 mins read
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In viaggio a Rocinha con Barbara e Julione. Foto Erika Mattio

In viaggio a Rocinha con Barbara e Julione. Foto Erika Mattio

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di Erika Mattio – Nel cuore di Rio de Janeiro, l’impegno quotidiano di Barbara Olivi e della sua associazione “Il sorriso dei miei bimbi” trasforma la vita di ragazze e ragazzi. Un esempio di resistenza e speranza.

Favela di Rocinha, un mondo dentro il mondo

Con oltre 100.000 abitanti, Rocinha è la più grande favela del Brasile. Costruita sulle colline che sovrastano Rio de Janeiro, questa città nella città è spesso descritta con immagini di degrado o violenza. Ma chi vi entra con rispetto scopre un mondo diverso: una comunità viva, complessa, attraversata da energia creativa, resilienza e desiderio di futuro.

I vicoli – i “becos” e “vielas” – brulicano di attività: mercati, laboratori artigianali, murales, scuole comunitarie. È qui che da anni opera Barbara Olivi, educatrice e fondatrice di una delle più attive associazioni di educazione della zona.

Barbara Olivi e il potere dell’educazione condivisa

Barbara è un punto di riferimento nella Rocinha. La sua associazione, volutamente priva di un nome altisonante, lavora ogni giorno con decine di ragazzi e ragazze offrendo spazi sicuri, corsi di danza, teatro, scrittura, educazione ambientale ed emotiva. L’obiettivo non è “salvare”, ma accompagnare.

“Non salviamo nessuno. Ma stiamo accanto. E questo, in un mondo che ti abbandona appena nasci, è già rivoluzionario – afferma Barbara Olivi – Credo nella forza delle reti e nell’educazione. Nel trasformare la fatica in possibilità.”

Le attività nascono dai bisogni concreti dei giovani: orientamento scolastico, supporto psicologico, creatività. Il metodo è quello dell’educazione popolare, erede della pedagogia di Paulo Freire: si parte dalla realtà vissuta, si costruiscono conoscenze insieme, si valorizzano le voci di chi spesso viene ignorato.

Il nuovo centro culturale di Rocinha: il futuro della comunidades di Rio. Foto Erika Mattio
Il nuovo centro culturale di Rocinha: il futuro della comunidades di Rio. Foto Erika Mattio

Vita nelle favelas brasiliane: oltre gli stereotipi

Le favelas brasiliane o, per meglio dire, delle comunidades, sono spesso vittime di una narrazione binaria: da un lato, estetizzate in chiave romantica; dall’altro, stigmatizzate come zone pericolose. Ma chi vive anche solo per qualche giorno nella Rocinha scopre che la realtà è molto più sfumata.

Qui la solidarietà si esprime nei pasti condivisi, nelle scuole informali, nei mercatini autogestiti. L’assenza dello Stato è spesso supplita dall’iniziativa comunitaria. La cultura è un motore potente: musica, danza, graffiti e teatro diventano strumenti di autodeterminazione.

Un giorno con Barbara tra i vicoli della Rocinha

Camminare con Barbara e suo marito Julione, nato proprio a Rocinha, significa entrare in contatto con una rete fittissima di relazioni. Durante una delle sue giornate-tipo, saluta bambini che le mostrano disegni, ascolta madri preoccupate, incoraggia adolescenti e scherza con gli anziani.

“La nostra presenza è una forma di cura collettiva. Chi vive qui ha subito troppe volte interventi dall’alto, spesso violenti o calati senza ascolto. Noi crediamo nella costruzione dal basso.”

Il progetto lavora anche su temi tabù come la sessualità, le relazioni affettive, il diritto alla bellezza e alla scelta. I ragazzi e i bambini non sono utenti, ma protagonisti.

La Rocinha si raggiunge con le moto taxi: il turismo che aiuta le comunità locali. Foto Erika Mattio
La Rocinha si raggiunge con le moto taxi: il turismo che aiuta le comunità locali. Foto Erika Mattio

L’altra Rio: invisibile, ma potente

Il Brasile raccontato dai media è spesso quello delle spiagge e dei grandi eventi, oppure quello delle emergenze e della cronaca nera. Ma esiste un’altra Rio, che raramente conquista le prime pagine: quella delle donne che educano, resistono e costruiscono futuro.

Le comunidades producono anche cultura innovativa, educazione alternativa e modelli di organizzazione sociale replicabili. L’approccio pedagogico di Barbara Olivi è un esempio per altri centri in Brasile e può diventare un modello da seguire anche in altri paesi.

Il sogno di Barbara per i ragazzi di Rocinha: un futuro di scelte libere

Quando si chiede a Barbara cosa sogna per i ragazzi con cui lavora, la risposta è semplice e potente:

“Che abbiano una scelta. Solo questo. Che possano decidere chi essere, dove vivere, cosa amare. La libertà è una questione di opportunità.”

La comunidade di Rocinha non è solo un luogo da comprendere: è uno specchio. Mostra quanto potere abbiano l’ascolto, l’educazione e la fiducia. In un mondo che tende a semplificare, questa favela ricorda che la complessità può essere una risorsa. Rocinha si è aperta ad un timido turismo: per raggiungerla si posso utilizzare le moto taxi che danno lavoro alle comunità locali e, guidati da abitanti come Barbara e Julione, si possono conoscere le realtà di questo luogo incredibile.

La trasformazione quotidiana avviene attraverso la cultura

In un contesto segnato da disuguaglianze e sfide globali, la Rocinha racconta un’altra possibile traiettoria: non quella del riscatto calato dall’alto, ma quella della trasformazione quotidiana, fatta di piccole scelte, comunità vive e relazioni autentiche. Il processo è lento, le sfide sono tante, ma animi pazienti come quello di Barbara e Julione portano ad un vero cambiamento. Il nostro compito è quello di raccontare e incontrare i protagonisti di queste realtà, per portare il segno del cambiamento in contesti simili.

Rocinha, con le sue contraddizioni e i suoi slanci, è anche un laboratorio di futuro. E grazie a figure come Barbara Olivi, molti giovani hanno la possibilità di immaginare, e costruire, una vita libera e dignitosa.


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Erika Mattio

Erika Mattio

Antropologa, archeologa e scrittrice. Nata nel 1989 nelle vallate cuneesi, mi sono trasferita per lavoro nella laguna veneziana, dove, fra moeche e barche a remi mi occupo di scavi archeologici e giornalismo. Ho studiato in Iran e mi sono dottorata a Madrid. La scrittura è il mezzo per unire ciò che la geografia separa. Raccolgo storie e suoni da porti, deserti, discariche e città invisibili. Mi muovo tra scavi archeologici e rotte contemporanee, inseguendo le tracce dell’umano tra passato e presente. Il mio sguardo è etnografico, il mio passo lento, il mio taccuino sempre aperto. Scrivo su B-Hop perché credo in un giornalismo che scava, ascolta e restituisce complessità con cura.

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