di Margherita Vetrano – “Di troppa (o poca) famiglia” è il libro di Ameya Gabriella Canovi, edito da Sperling & Kupfer. Psicologa di sostegno e PhD, la dottoressa ha svolto un dottorato di ricerca sullo studio delle emozioni in ambito della psicologia dell’educazione.
“Per sviluppare e condividere le mie ricerche ho scritto una trilogia: Di Troppo Amore, Di Troppa (o poca) Famiglia e Dentro di me c’è un posto bellissimo. Tutti indagano la persona attraverso sentimenti e relazioni”, racconta a B-Hop. “Insieme costruiscono una mappa emotiva per orientarci a partire da noi stessi“.
“Di troppa (o poca) famiglia” è il mio secondo libro. Mi occupo di dipendenza affettiva da oltre vent’anni e per comprenderla occorre zoommare sulla famiglia”, spiega la dottoressa. “Il mio sguardo è sistemico.
Bisogna sempre tener presente l’origine della persona e dove ha imparato la relazione, ovvero primordialmente dalla famiglia, dove assorbiamo i copioni che andiamo a replicare”.
Per comprendere bene la dipendenza affettiva bisogna capire se ci sono stati una carenza o un eccesso perché entrambi causano la stessa stortura che porterà ad una richiesta di “risarcimento” nella relazione adulta. Ciò non può funzionare poiché l’altro non può essere la medicina per i propri bisogni affettivi.


“La trilogia nasce perché da una storia velenosa ho indagato la famiglia. Poi nel terzo libro ho esplorato da un punto di vista neuroscientifico i nostri funzionamenti”, prosegue: “Attraverso degli esercizi vado a sfatare dei luoghi comuni che intridono la nostra attualità. Impossibile capire quali dei tre libri sia più necessario ma è anche vero che se non capiamo la famiglia, non possiamo evolverci“.
Nella stesura dei testi la psicologa parte dal sé, includendosi, poiché attratta nel profondo dalla realtà che indaga.
“Diffidiamo dai fuffa-guru che infestano il web. Riferiamoci allo studio e alla conoscenza profonda dei temi – esorta -. Online è facile trovare motivatori e sedicenti psicologi senza curriculum“.
La dottoressa Canovi si esprime anche a proposito della bellezza che considera un insieme di note armoniche. Non ha nulla a che fare coi canoni imposti. E’ abitarsi ed essere autentici ed esserlo è possibile solo se in ascolto di chi siamo veramente, nella dimensione dell’essere e non nelle sovrastrutture dei modelli imposti.
Praticare autenticità è possibile ma con coraggio. L’autenticità ha un prezzo da pagare ma è impagabile la dimensione che si raggiunge.
Limpido, chiaro e diretto, “Di troppa (o poca) famiglia” è un volume di 200 pagine circa, che indaga il mandato e gli schemi che ereditiamo dalla famiglia.


E’ suddiviso in quattro parti avvinte tra loro: la parte discorsiva, le storie dei testimoni, i quadri e il #pensiamoci.
La parte discorsiva è il collante tra le altre parti che aiuta a spiegare e riflettere sugli enunciati e sui contenuti delle storie narrate. Aiuta a capire le caratteristiche tipiche dei movimenti familiari che influenzano il nostro avvenire attraverso mandati che ci vengono assegnati.
Le storie dei testimoni sono quelle dei singoli che diventano specchio dell’umanità e che assomiglieranno un po’ anche al lettore che si riconoscerà in alcune di esse.
I quadri sono i ricordi personali della scrittrice che affiorano e si mescolano al dipanarsi del testo.
Il pensiamoci è il leitmotiv del libro. Sono soste riflessive di apertura al dialogo, a seguito di racconti e spiegazioni in esso contenuti. E’ la chiave interattiva di lettura che la psicologa propone al lettore.
Un libro, un racconto, una riflessione che diventano terapia durante la lettura.
Una riflessione su cosa del nostro vissuto ci ha portati ad essere chi siamo oggi e cosa dobbiamo abbandonare o trasformare per essere davvero liberi.
Per capire è importante conoscere e farlo partendo dall’origine: il mito familiare.
Ogni nucleo ha il proprio, riguardo a come la famiglia è o dovrebbe essere, secondo delle linee guida che si sono consolidate nel corso delle generazioni.
Il mito si consolida in frattali, figure geometriche sempre uguali che si ripetono nel tempo, difficilmente scardinabili. Esso ha una duplice funzione: protegge il sistema come strumento di difesa e lo consolida impedendo innovazione.
A meno che nella famiglia non subentri un elemento di cambiamento, la cosiddetta “pecora nera”.
Colui o colei che modifica le credenze, introducendo una variante che va a scardinare il mito e quindi la famiglia.


Passaggi non indolori che vanno contro i copioni familiari, regole, aspettative o prescrizioni familiari alle quali gli elementi della famiglia obbediscono.
Il copione è un insieme di regole che può diventare una gabbia, un loop da cui non si riesce ad uscire.
E chi lo minaccia, viene visto come elemento di disturbo. Quindi, anziché vedere l’innovazione come rinascita, ci si arrocca in uno schema-rifugio.
“Tutto ciò che giudichiamo ci rende simili a ciò che abbiamo giudicato. Lo giudichiamo perché dentro abbiamo le stesse sembianze che non ci piacciono”, si legge nel libro. In psicologia si chiama proiezione.
Per amore si resta legati a dinamiche passate e invece di redimere qualcuno che amiamo, ci seppelliamo.
L’idealizzazione è sempre una difesa e non permette di vedere la persona per ciò che è. Tra i vari meccanismi di difesa compare anche l‘identificazione, cioè l’assunzione di un ruolo che non ci scolliamo più di dosso.
Si tratta di meccanismi che si attivano per non stare nel dolore o in ciò che Sigmund Freud definisce angoscia.
“Uno dei passaggi più difficili, nei percorsi coi miei pazienti – dichiara la dottoressa – è comprendere con loro queste dinamiche”.
Spesso nelle famiglie alberga un amore miope ed è esso stesso a diventare fardello.
Poiché ogni nucleo familiare è un insieme di usi e credenze che vengono tramandate, ragionare sulle radici aiuta a capire chi siamo.
E’ possibile capire come siamo stati forgiati e come è stata generata l’idea che abbiamo di noi stessi che nasce dal valore che abbiamo percepito avere o meno nella famiglia. La nostra autostima nasce da lì.
E’ da questo nodo essenziale che si dipana il testo.
Si affronta il tema del corpo abitato ma anche teatro da cui gridare il dolore o nasconderlo.
Si parla di prossemica e quindi di confini e di rispetto del sé ma soprattutto del consenso, in relazione all’approccio agli altri e a sé stessi.
“Nessuno si salva da solo ma ognuno può salvare solo sé stesso” è un detto paradossale ma che innesca consapevolezza nel ruolo di scoperta del sé, anche attraverso l’aiuto di un terapeuta.
“Insomma, la famiglia protegge, avvolge ma arrotola e stritola anche”, afferma.
Ed è qui il ruolo della “pecora nera” che se da un lato destabilizza, serve anche a creare un nuovo modello e a riorganizzarla. “Più c’è amore, più forte sarà lo strappo” ed è un punto molto tipico del passaggio adolescenziale tra genitori e figli.
In questi momenti il ruolo dei genitori è fondamentale; più si amano i figli, meno si cede autonomia, peggiore sarà il passaggio. I ragazzi dovranno distruggere il rapporto infantile per garantirsi un’autonomia adulta, nonostante e proprio a causa del grande amore ricevuto.
Quando nelle famiglie l’amore lascia il posto al dolore, elaborare l’autonomia è ugualmente difficile.
Chi ha il coraggio di ripercorrere il proprio albero può comprendere a fondo e scegliere di generarsi di nuovo prima di procedere nella vita, rivolgendo a sé quelle cure mancate che hanno causato tanto dolore.
Non sempre si è consapevoli delle proprie ferite che emergono quando si incontra l’innesco che le riporta alla luce.
L’importanza dell’empatia è fondamentale in questo percorso. Empatizzare vuol dire comprendere cosa sente l’altro e capire di cosa ha bisogno.
A volte l’altro siamo noi stessi ed è su di noi che dobbiamo riflettere per capire come agire. Il dolore va accolto e trasformato. Lo stesso accade se nella nostra storia abbiamo raccolto valori positivi.


Riportare ordine nel sistema è possibile, riconoscendo i difetti e rientrando ognuno nel proprio ruolo, senza prevaricare né manovrando gli altri elementi della famiglia.
Si diventa individui attraverso un “taglio emotivo” con la famiglia. Un nodo irrisolto sciolto senza rabbia, accettando l’imperfezione e l’umanità dei genitori che hanno fatto ciò che potevano con gli strumenti che avevano.
Il libro sottolinea l’importanza dell’elaborazione del sé per riuscire a perdonare il troppo dolore o il troppo amore ed andare avanti.
Ricreeremo e ricercheremo sempre le stesse forme di amore intorno a noi, anche se malate, finché non riusciremo a scardinare i nostri snodi, imparando un nuovo modo di amare.
Questo sarà possibile grazie al rispetto verso gli altri. Figli e genitori che come noi appartengono alla catena familiare che ci ha generati e dalla quale torniamo da adulti per portare il nostro contributo.
Archiviare le persone della nostra storia familiare per il valore che hanno avuto nella nostra crescita, è importante per sentirsi liberi e svincolati da sensi di colpa o doveri.
Sarà possibile tenere con noi gli insegnamenti e guardare al futuro pensandoci individui derivanti da una famiglia con storie e tradizioni ma liberi di reinventarci per ciò in cui crediamo.
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