di Valerio Carbone – L’essere umano è un animale sociale, diceva Aristotele. L’essere umano è diventato un “animale social” penseremmo noi.
Il bisogno di essere connessi è di per sé una sana tendenza naturale, che ci spinge a confrontare le nostre vite con le vite degli altri. Comunicare significa “mettere in comunione” e dunque “condividere”.
Tutti questi termini, però, sembrano aver perso ormai il significato che avevano per i nostri primi antenati: gli stessi che si sedevano attorno a un fuoco tutti insieme per discutere, intrattenere conversazioni, scambiarsi punti di vista e informazioni. E guardarsi negli occhi.
Oggi il connettersi corrisponde a uno sguardo orientato a uno schermo.
Di per sé niente di male, se non fosse per la nascita di nuove dipendenze digitali, come quelle da social network (social media addiction) o da doomscrolling (la ricerca ossessiva di cattive notizie online), visibili soprattutto tra gli adolescenti.


Un recente studio condotto dall’Ordine degli Psicologi della Toscana sottolinea il peso di alcuni antecedenti, che di fatto predispongono a queste nuove dipendenze: l’ansia, la bassa autostima e, soprattutto, le problematiche familiari e relazionali. I numeri del report (9 gennaio 2025) parlano chiaro: il 71% degli adolescenti che seguono un percorso psicoterapico o di supporto psicologico presentano comportamenti problematici legati all’uso di internet; il 63% hanno comportamenti problematici legati all’uso di videogiochi; il 10% hanno comportamenti problematici legati al gioco d’azzardo online.
È una situazione già nata prima del Covid, ma fortemente accentuata dalla pandemia, la cui coda si fa ancora molto sentire. Il report evidenzia come siano i più giovani (adolescenti ma anche i bambini) i soggetti maggiormente colpiti.


L’utilizzo dei social network gioca un ruolo chiave. Conosciamo infatti il potere straordinario di questi media: ricongiungersi con gli affetti lontani, aiutare a diffondere messaggi positivi e solidali, informare in modo responsabile, condividere le belle notizie (come facciamo noi di B-hop). Le implicazioni negative sono molteplici però, anche in chiave psicopatologica.
La dipendenza da social viene definita come “una preoccupazione eccessiva legata all’utilizzo del mezzo, una motivazione e uno sforzo in termini di tempo e d’impegno verso internet che comportano alla lunga la compromissione di altre attività sociali, di studio e interpersonali” (Andreassen e Pallesen, 2015).
Lo sforzo, la motivazione e la preoccupazione sono legati all’impegno volto ad accrescere la propria rete sociale al fine di ottenere l’attenzione di più utenti per il maggior tempo possibile.
Purtroppo, la responsabilità di chi gestisce le grandi piattaforme risulta in questo evidente: le inserzioni e le pubblicità sono pensate per modificare il comportamento delle persone e indurle a utilizzare i contesti digitali in modo sempre crescente (non è un caso che le bacheche e le interfacce si aggiornino costantemente grazie a un semplice movimento del dito, mostrando sempre qualcosa di nuovo).
Social e slot machine condividono lo stesso sistema di ricompensa: l’effetto immediato dovuto al rilascio nel sistema nervoso della dopamina.
In questo senso, la dipendenza digitale non presenta nulla di diverso rispetto alle altre dipendenze (alcol, cocaina, shopping e via discorrendo).


I social offrono una gratificazione immediata attraverso le condivisioni, le notifiche, i like, i feed, i commenti, il meccanismo dei reel, eccetera. È un benessere istantaneo (ma non durevole) che diventa il terreno fertile per la ricerca costante di questa forma di approvazione e attenzione da parte degli altri.
Questa iperconnessione virtuale, che può fungere da meccanismo di evasione dalla realtà e fuga dai problemi, può allontanarci da una connessione di gran lunga più benefica (in cui la gratificazione non è spesso immediata, e gli effetti salutari non sono sempre istantanei malgrado siano durevoli): la connessione con noi stessi, con i nostri bisogni, i nostri desideri e le nostre emozioni.
La psicoterapia mantiene un ruolo fondamentale nel comprendere le radici della dipendenza: soprattutto riesce a comprendere i meccanismi che ci portano ad allontanarci dalle nostre emozioni più autentiche, dai nostri bisogni e dai nostri desideri.
Un professionista può intervenire per individuare le cause sottostanti ai comportamenti dipendenti e sviluppare strategie e risorse per affrontarli e superarli. Nel frattempo, è bene conoscere delle tecniche (come il grounding, il journaling o la mindfulness di cui parleremo prossimamente all’interno di questa rubrica) che possiamo utilizzare per
tornare progressivamente a “connetterci con noi stessi e con gli altri”, condividere e comunicare.
Se hai necessità di un aiuto o di un supporto psicologico professionale, non esitare a contattarmi.
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