di Emanuela Arabito – Mircea mi ha fatto conoscere il George Orwell di “Senza un soldo a Parigi e a Londra”. E il Gor’kji dei “Bassifondi o l’albergo dei poveri” e “Gli ex uomini”. Mircea ha 61 anni, è rumeno e almeno da 20 anni vive in Italia. Si chiama Decun, Mircea Decun. È quello che in burocratese si chiama un PSD, ovvero una persona senza dimora. Un homeless, insomma, o – come lo chiama ancora qualcuno – un “barbone”.


In Romania lavorava come giornalista in un settimanale “piccolo piccolo”, dice. Poi è arrivato in Italia per rendersi “invisibile” agli occhi altrui. E forse anche un po’ ai suoi. Fra i suoi successi, ammette, l’aver mandato in bancarotta due matrimoni e una piccola impresa. Per non parlare, poi, di una serie di relazioni occasionali. E senza farsi mancare neppure una dipendenza dall’alcool.
Mircea ama leggere e far leggere. Ma ama anche scrivere. Racconti vissuti in prima persona o ricevuti di prima mano, in omaggio a quegli uomini e donne che la società dimentica o non vuole vedere.

Chi è normale, si chiede nel suo libro, che si intitola proprio così: “Who is normal?” Non quelli, scrive, che si ostinano a definire lo stato di normalità, perché a causa di questa normalità contraffatta:
“non si può fare alcuna distinzione fra denaro e ricchezza, successo e felicità, e così via. L’elenco di queste confusioni è più lungo di una giornata di digiuno”.
Digiuno, fame, precarietà e degrado. Una vita allo sbando. Mircea è caduto molte volte, ma ha saputo sempre rialzarsi da situazioni difficili.
Come Galin, di cui Mircea ci racconta la storia. È un ragazzino rumeno che “la rivoluzione del dicembre 1989 trovò che stava ripetendo la terza elementare alla Casa dei bambini di Gavojdia. Era un inquilino dell’istituto da circa sette anni e i ricordi della sua nativa Prahova, pochi e confusi, non lo turbavano quasi più. Gli sembrava di essere nato lì. Sua ‘madre’ era Ileana la cuoca, suo ‘padre’ il direttore Damian. Era amato da tutto il personale. Fu rimandato non perché fosse più cattivo o meno istruito degli altri, ma perché agli insegnanti dispiaceva distaccarsene”.

Galin decide di andare verso l’Eldorado, la terra promessa, come fecero tanti altri nel suo paese. E allora:
“Con un’ultima occhiata, abbracciò tutto. D’altronde, non aveva davvero nessuno cui dare un ultimo addio. Solo i suoi passi lo portavano avanti, verso altri orizzonti.”
Scelse “il paese dei vichinghi”. E in modo avventuroso, da clandestino, legandosi sotto ad un pullman di un’organizzazione umanitaria e aggrappandosi a una porta in lamiera, galoppa sereno verso la Danimarca, “un paese così bello che sembrava stesse aspettando solo lui“.
Una volta scoperto, viene rispedito a casa. Ma non lo aspetta nessuno. Galin allora ci riprova di nuovo, ma la polizia non tarderà a riapparire. E alla fine si ritrova su un aereo x Bucarest.

Mircea racconta della Romania agonizzante di fine regime, della fattoria dove si allevava il bestiame che serviva a foraggiare, invece della mensa per bambini, i pezzi da novanta del partito che andavano in visita, e di un centro per malati di mente… “..inventato ai tempi di Ceausescu: l’erede del regime, ovvero Iliescu, non aveva cambiato molto al riguardo. C’erano poco più’ di quattrocento scartati, uomini scordati in quel posto chissà da quando. Molti non sempre si alzavano dal letto per defecare. Il direttore ci disse che nello staff mancavano almeno 30 persone. Lo stipendio miserabile e l’atmosfera deprimente rendevano quasi impossibile trovare qualcuno. E mi vergognai di fingere di essere un giornalista”.
Mircea non ha indulgenza, nemmeno per sé.
“Convivere con me stesso in quanto principale colpevole del fallimento della mia vita, è dannatamente difficile.
Un’anticamera dell’inferno…Quando la mia prima moglie mi ha lasciato, ero disposto a suicidarmi. Quando anche la seconda mi ha lasciato, ho festeggiato per più di una settimana. Ora mi rendo conto di essere stato stupido in entrambi i casi”
Resta il suo sogno: “Da bambino, volevo diventare un autista di autobus. Portare una persona da un punto di partenza alla sua meta, mi sembrava il lavoro più nobile che potesse fare un uomo. Poi ho capito che spostarsi da qui a lì non significa avanzare verso la felicità, tantomeno per un autista di autobus”,
Mircea non è più un uomo invisibile. Dopo “ottantasettemila litri” di vino e di birra, ha seguito un corso di recupero a Villa Maraini, fondazione romana a disposizione di quelle persone con dipendenze che sono riuscite a rendersi conto di essere malate o d’aver bisogno di aiuto.
Se la terapia ha successo o no, è un’altra questione. Ma almeno, ora, Mircea è un ex “ex-uomo”, ospitato in una casa-famiglia. E non pensa più che “felicità e strada si equivalgono”, come quell’autista di autobus che sognava da piccolo.

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