di Marianna Mandato – Sembra che quasi nessuno riesca a capire che cosa sta patendo. Basterebbe un po’ di empatia e nel mondo si eviterebbe tantissima violenza.
Eccoci di nuovo qui. A far parlare di sé una nuova parola. Meglio, a cercare di capire che cosa vuole comunicare quando la usiamo.
Ascolta “Siamo ancora capaci di provare empatia?” su Spreaker.
A che proposito parliamo di empatia? E come mai proprio in questo momento storico si ha l’impressione che manchi in ogni angolo?
Empatia sembra una parolina semplice. Ma non è semplicissimo darne una definizione e parlarne. Specialmente se non la si è mai sperimentata nella realtà. Tra l’altro, la si utilizza con sempre minore frequenza. Specialmente fra i più giovani.
Per quale ragione?
E soprattutto, perché per capire questa parola occorre “sperimentarla”? Che cosa vuole dire?
Cerchiamo di indagare.
Di cosa riempiremmo il palloncino empatia per capire come si comporta nella realtà?
Sicuramente, e semplicemente,
immedesimazione, capacità di mettersi nei panni dell’altro.
Continuiamo a non capire bene. Come si fa a “mettersi nei panni dell’altro”?


Procediamo e andiamo come sempre alla ricerca dei genitori e dei parenti di questa parola. Sperando ci aiutino a fare chiarezza.
Empatia deriva da una parola greca molto simile alla nostra, empatheia, che è composta dalla radice en, che significa “in” o “dentro” e patheia che vuol dire “sofferenza”.
Il ben noto pathos non soltanto indica una certa dose di sofferenza ma ingloba anche e soprattutto un simpatico concetto emotivo. Anzi, di forte emozione e sentimento.
Lo abbiamo già sottolineato in passato a proposito della parola passione. La passione, insomma, entra in gioco anche nel caso dell’empatia. Anzi, l’empatia la contiene.
Sembrerebbe proprio che alla base dell’empatia ci siano la sofferenza e la forte emozione personale. Quella trascinata dai sentimenti e non dalla ragione.
Ma andiamo avanti.
Facciamoci la solita domanda: può dalla parola empatia derivare un verbo? Certamente, empatizzare. Ma si può anche dire “essere empatici” o ”provare empatia”.
Significa che per realizzare l’empatia, per fare in modo che la parola empatia abbia un corrispondente concreto nella realtà, in qualche maniera dobbiamo muoverci.
Serve la nostra azione sia per costruire ed esprimere un noi stessi empatico sia per smuovere qualcosa che ci portiamo dentro e che permetta di considerare chi abbiamo di fronte sotto altra luce sia, infine, per avvicinarci a qualcuno o qualcosa in modo tale da “indossare i suoi panni”.
E come si fa?
Se l’empatia affonda le sue radici nel pathos, vuole dire che per realizzarsi deve passare dalla sofferenza e dai sentimenti.
La capacità di saper empatizzare è direttamente proporzionale alla capacità di sapere cosa vuol dire soffrire e sentire.


Quel “sapere” non indica un concetto. Non significa che abbiamo studiato e appreso che cosa vuol dire soffrire o provare dei sentimenti. Significa ricordare che cosa provavamo o proviamo soffrendo e sentendo. Consapevoli che simili sentimenti appartengono a tutti.
Vuol dire essere in grado di sentire la sofferenza di chi soffre come fosse la nostra. A livello fisico oltre che mentale. E i nostri sentimenti vissuti e quelli vissuti da altri in un unico sentire.
E come si diventa in grado di applicare il nostro vissuto ad altri?
Dobbiamo aver “imparato” che certe cose procurano sofferenza e quale tipo di sofferenza. Che certi atteggiamenti procurano una reazione emotiva e quale.
Così si entra nella passione altrui. Nell’altrui pathos. L’empatia diviene comprensione della passione, ciò che infuoca i sensi e il sentire.
“Imparare” a sentire vuol dire che mi sono educato o sono stato educato a sentire. Proprio nel senso etimologico della parola. Il sentire si educe, si trae fuori da se stessi. In qualche maniera ci si allena a sentire, a riconoscere sentimenti. Senza allenamento il sentire si atrofizza. Proprio come un muscolo.
Il sentire non è mai sganciato dai sensi. Insomma, sentire e avvertire il sentire altrui, compresa la sofferenza (il suo pathos), ha bisogno di un sano sostrato reale. Quello nel quale i sensi vivono.
L’empatia ha una caratteristica. È reale.
Per indossare i panni dell’altro, occorre metterseli addosso.
Così, essere empatici, immedesimarsi, vuole dire che si fa propria la condizione psicologica e /o fisica dell’altro. Il sentire reale.


L’immaginazione non sopperisce alla realtà.
Più ci si allontana dalla realtà, quella che si vive anche coi sensi, più diventa difficile che si sviluppino capacità empatiche verso qualcuno, che l’empatia possa essere compresa o possa esistere, che se ne possa addirittura parlare e conoscere il significato.
Più ci si allontana dalla realtà più si perderà contatto con ciò che definiamo pathos, passione, sentimento e sofferenza.
Di più, la comprensione del patire altrui, della sofferenza, diventa essenziale ad allontanare il male. Ne è il presupposto. Per evitare il male occorre conoscere le sue conseguenze.
Meno si capisce la sofferenza altrui, meno la si fa propria, sulla propria pelle, più è semplice far del male.
Così, più si vive di realtà virtuali e false realtà, come ad esempio i social, meno possibilità ci sono che si riesca ad essere realmente empatici e più possibilità ci sono che il livello di violenza reale aumenti.


Non capire e sentire la sofferenza altrui come fosse propria tende a nullificarla o banalizzarla.
È probabile che il proliferare di fenomeni come il bullismo fra i giovani sia direttamente proporzionale con la diminuzione della capacità empatica generale.
E il male diviene spettacolo da mostrare. E magari riderne.


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