di Marianna Mandato – La loro passione era come il fuoco, nessuno poteva arginarla. Ma è stata una vera passione ogni momento, ogni giorno della loro vita.
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Ed eccoci di nuovo qui. Che cosa dedurreste leggendo le prime due righe? Si parla di passione, ve ne sarete accorti. E che bellezza la passione. Eppure, sapreste spiegare senza tentennare che cosa ci comunica la parola passione? Già, perché leggendo, parrebbe proprio che la parola si contraddica o, quantomeno, che possegga significati alquanto diversi fra loro.


Dobbiamo per forza indagare.
Quali sono i genitori della parola passione?
Ormai lo sapete. Anche senza cercare troppo, i Latini e i Greci la fanno di nuovo da padrone.
Reggetevi forte, però.
Passione viene dal participio passato del verbo latino patire che, lo avrete già notato, non è per niente diverso dal nostro verbo “patire”. E tutti sappiamo che patire significa soffrire.
Tanto che nessuno avrebbe alcun problema, per esempio, ad affermare che in alcune situazioni si devono patire le pene dell’inferno.
Poi c’è il ben noto pathos di origine greca e che non soltanto indica una certa dose di sofferenza ma ingloba in più anche un simpatico concetto di emozione. Anzi, di forte emozione e sentimento.
Attenzione: quel pas di passione è lo stesso pas di passivo e che, guarda caso, ha la stessa radice di passione e vuol dire niente meno che subire, essere soggiogato. Insomma, passivo e passione sono collegati dalla stessa radice. Dunque la passione in qualche maniera si subisce.
Qualcosa non torna. Se diciamo a qualcuno che è molto passionale, non abbiamo in mente di dirgli che è qualcuno che tende a soffrire molto o a subire passivamente una situazione. Per lo meno, non in apparenza.
Andiamo più a fondo della questione.
Come riempiremmo la parola passione per darle una forma? Di quale sostanza, cioè, riempiremmo un “palloncino passione” per vedere come si comporta nella realtà? Da ricordare che quella “sostanza” deve essere uguale per tutti, altrimenti non si capisce più che cosa comunica la parola.
Le “sostanze” delle parole sono sociali, culturali e devono essere condivisibili per tutti nello stesso modo, altrimenti la Babele della comunicazione ci aspetta dietro l’angolo.
Insomma, sicuramente
forte ardore, impulso irrefrenabile, sofferenza fisica o dell’animo, sacrificio, tormento ma anche gioia ed emozione intensissima, spinta non razionale verso qualcuno o qualcosa, inclinazione fortissima, fuoco erotico, profonda eccitazione per qualcuno o qualcosa, interesse o desiderio smodato, trasporto impulsivo, incontenibile e non ragionato.
Come è possibile che un termine che indica sofferenza finisca per indicare anche il desiderio erotico o una spinta, un’inclinazione non ragionata fortissima verso qualcuno o qualcosa?
Evidentemente perché le due cose non sono poi tanto distanti fra loro come sembra.
Continuiamo.
Facciamoci la solita domanda: può dalla passione derivare un verbo? No. Passionare non esiste. Ma possiamo dire “avere passione” oppure “essere passionali”. Significa che possiamo possedere una forte propensione emotiva verso qualcosa o qualcuno e contemporaneamente esistere o esprimerci come esseri passionali. Sprizziamo emozioni. Senza per questo dover agire.
Sì, noi, con la nostra passione, esprimiamo un qualche tipo di essenza che ci caratterizza e deve venir fuori anche senza che decidiamo di agire perché succeda.
Mettiamo insieme i pezzi e ragioniamo ancora.
Una semplice parolina come passione, che ci inebria al solo pronunciarla, ci fa provare qualcosa di unico pur non essendo sicuramente univoca. È come se fosse invece un amalgama di qualcosa che smuove nel profondo sentimenti ed emozioni e che, soprattutto, non dipende dalla nostra ragione e dalle nostre intenzioni per esprimersi. Lo conferma il fatto che passione e passivo abbiano la stessa radice.
Una specie di torrente emotivo che scorre nel corpo e che continua a scorrere con o senza il nostro consenso razionale.


Insomma, la passione non indica o non racconta una cosa sola ma un insieme di emozioni.
Quel che la parola ci dice, quel che indica è talmente, ma talmente forte, che dentro ci dobbiamo spingere un fermento interiore che può essere paragonabile soltanto ad una sofferenza ingestibile, ad un desiderio irrefrenabile, a un’espressione che vuole venir fuori, che vuole bruciare, scoppiare all’esterno.
Qualcuno direbbe che una passione è come una pulsione che deve trovare sfogo.
Così, ogni passione, possiede le caratteristiche del positivo e del negativo contemporaneamente.
E può esprimersi trovando sfogo in una delle due direzioni oppure in entrambe parallelamente.
Non è raro sentir dire, ad esempio, “è schiavo delle sue passioni”. Gioia fortissima per l’impulso positivo unito a sofferenza deleteria per l’impulso negativo senza poterne fare a meno.
Soffrire allo stremo, esprimere al massimo, gioendo, le nostre propensioni, evidentemente hanno qualcosa in comune.
La passione di Cristo fu così negativa, dolorosa e scarsamente tollerabile (non solo a livello fisico) che Cristo stesso non riuscì a gestirla, la subì. Tanto che appena Crocifisso disse “perché mi hai abbandonato?”. Smuoveva ogni emozione in profondità.


La passione amorosa, smuove del pari in profondità forti emozioni che paiono manifestarsi al di fuori del corpo e della mente. Quello che si prova è una specie di “tormento” del quale non si può fare a meno. Quando c’è passione fra due persone, dentro quella cosa, si mescolano parecchie emozioni. Che poi bruciano in un unico falò.


In pratica, siamo soliti separare la gioia dalla sofferenza ma in fondo quello che succede in noi ha radici simili.
Non resta che dare a tutti un unico consiglio: diamo fuoco alle nostre passioni.


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