di Valerio Carbone – Il termine “nomofobia” è un acronimo mutuato dall’espressione inglese NO Mobile Phone Phobia.
Coniato per la prima volta in Inghilterra nel 2008, durante uno studio commissionato dal governo britannico volto a investigare la correlazione tra lo sviluppo di disturbi dello spettro ansioso e l’abuso di dispositivi mobili cellulari, il termine sta entrando ormai anche nel nostro linguaggio comune, purtroppo per descrivere una vera e propria condizione di sofferenza psicologica generalizzata che si manifesta tramite l’ansia e la paura di rimanere “sconnessi” dalla realtà e “scollegati” dal mondo qualora non si abbia accesso al proprio smartphone.


La nomofobia viene riconosciuta come una condizione di malessere caratterizzata da nervosismo e crescente stress. Lo studio del 2008 ci dice che nel peggiore dei casi (rari a dire il vero) questi sentimenti possono essere associati addirittura alla comparsa di ideazione e/o comportamenti suicidari (ma qui entrano in campo peculiarità e criticità individuali, specifiche variabili psicologiche e/o dimensioni personologiche che non possono essere trascurate).
Dallo studio in questione è emerso che il 53% del campione osservato presentava elevati livelli di ansia qualora perdeva il proprio cellulare, se lo smartphone si scaricava o si spegneva improvvisamente, oppure quando rimaneva senza credito o senza accesso a internet.
La preoccupazione più frequentemente lamentata è di perdere di vista l’arrivo di qualche importante notifica.
Un comportamento centrale che rinforza problematicamente il distress nomofobico è propriamente il monitoraggio costante dello schermo del telefono: per vedere se sono stati ricevuti messaggi o chiamate, oppure per controllare lo stato della batteria.


Da un importante studio curato dal centro americano della California Kleiner Perkins Caufield & Byers (2013) si è stimato che, mediamente, in presenza di un atteggiamento non ancora patologico nei riguardi dello smartphone, sarebbe usuale controllare il proprio telefono almeno 150 volte al giorno. (Escludendo le otto ore che, di media, si passano dormendo, il telefono viene quindi controllato ogni 6 minuti al giorno).
Una ricerca di mercato assai più recente (condotta da Censuwide lo scorso febbraio e resa nota il 7 marzo 2025 in occasione della Giornata Mondiale della Disconnessione) spiega come l’arrivo di una notifica venga automaticamente interpretato dal nostro cervello come qualcosa che richiede un’immediata attenzione e attivazione. Questo comportamento – chiarisce il neuroscienziato Mark Williams – porterebbe a uno stato costante di allerta.
A ogni notifica del cellulare corrispondono, inoltre, almeno 90 secondi necessari per riuscire a rifocalizzarsi nuovamente sul compito quotidiano che si stava svolgendo in precedenza.
È un meccanismo che evidentemente affatica molto il nostro funzionamento cognitivo e fisiologico,
compromettendo alla lunga la nostra salute psicofisica (oltre che la nostra capacità di attenzione).
Nei comportamenti ormai riconosciuti come nomofobici, sussiste l’importante aggravante comportamentale per la quale, anche in assenza di notifica, si tende a controllare il proprio cellulare nella speranza di trovarvi un nuovo messaggio. Nei casi più esasperati la “controllatina” avviene anche 80 volte ogni ora!
L’emergenza della problematica ha assunto negli anni proporzioni allarmanti e con numeri sempre crescenti, soprattutto tra gli adolescenti (che rimangono molto più spesso in contatto con lo smartphone rispetto agli adulti).
La presenza di specifiche fragilità psicologiche, quali la fobia sociale, i disturbi d’ansia e il disturbo da attacchi di panico risultano essere fattori precipitanti (anche se è oggi è difficile differenziare tra un soggetto che diventa nomofobico a seguito di una dipendenza da smartphone da un soggetto che sviluppa nomofobia come conseguenza della compresenza di un disturbo d’ansia).


La ricerca condotta da Censuwide ci riporta altri dati preoccupanti: sono infatti 349 i minuti trascorsi quotidianamente davanti alla nostra appendice digitale.
Per i soggetti affetti o sofferenti di nomofobia, sarebbe quindi fondamentale ristabilire un contatto regolare con il mondo reale
(piuttosto che con il mondo digitale) e ristabilire interazioni interpersonali nella vita reale. È altresì importante la connessione con la natura, praticare sport (meglio se all’aria aperta), trascorrere il tempo in attività artistiche o con i propri animali domestici, preferire relazioni umane face-to-face rispetto a quelle mediate da schermo.
Oltre all’informazione sui rischi, è quindi importante implementare abilità di gestione del tempo di schermo e promuovere veri e propri periodi di digital detox in cui si evita deliberatamente l’uso di dispositivi elettronici.


Le pratiche di mindfulness e gli esercizi di meditazione e consapevolezza, che aiutano a focalizzare l’attenzione sul qui e ora, riducendo la necessità di cercare costantemente stimoli esterni tramite dispositivi tecnologici, rimangono degli importanti strumenti non ancora del tutto sdoganati, sebbene utilissimi per riprendersi il proprio tempo e migliorare il proprio benessere e la propria salute.
Ho già affrontato molti di questi temi in un mio precedente articolo, dando maggiori spunti per superare la dipendenza tecnologica e rimanere “connessi a se stessi”.
Se hai necessità di un aiuto o di un supporto psicologico professionale, non esitare a contattarmi.
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato sulle nostre belle notizie ti invitiamo a seguirci sui nostri social o a iscriverti alla newsletter mensile cliccando qui





















