di Marianna Mandato – Non ero innamorato. Era solo un’infatuazione, nulla di più. Viene quasi da sospirare. Peccato, ci verrebbe da dire.
Ma che cosa vuol dire infatuazione? E, soprattutto, come ci siamo accorti che non era “nulla di più”?
Che cos’è, poi, quel “di più” che non entra in gioco nell’infatuazione e nell’innamoramento parrebbe invece di sì?
L’enigma si cela e si mostra come sempre nelle parole che usiamo. Spesso senza esserne veramente consapevoli.
Abbiamo imparato ad associare certe parole a certi stati o realtà ma, nella maggior parte dei casi, senza conoscerne esattamente le ragioni. Proprio come fanno i bambini quando iniziano a parlare.


Alzi la mano, ad esempio, chi saprebbe spiegare brevemente che cosa anima o caratterizza una persona infatuata per qualcosa o qualcuno e qual è la differenza con una innamorata.
Senza entrare in strani circoli viziosi, cerchiamo subito di capire meglio di che cosa si tratta, di che cosa stiamo parlando.
Per prima cosa, di quali altre parole che conosciamo riempiremmo la parola infatuazione per darle consistenza, per riempirla come fosse un palloncino?
Sicuramente,
estremo entusiasmo, passione improvvisa e travolgente, sbandata, cotta, crush nel gergo tutto nuovo giovanile, tormento mentale, fervore, impeto emotivo, un sentirsi trascinati verso qualcosa o qualcuno in modo irrazionale.
Non ricorda qualcosa tutto questo? Eh, già, proprio quel che capiterebbe nel caso dell’innamoramento.
Ma andiamo avanti e mettiamoci a cercare i genitori di questa parola.
Poco sorpresi dal risultato della ricerca, anche stavolta li individuiamo tra i preziosi latini.
L’infatuazione infatti, deriverebbe dal tardo latino infatuatio, derivato del verbo infatuare, composto da in e fatuus, che significa proprio fatuo, dissennato, frivolo.
Insomma l’infatuazione coincide con l’entrare in una specie di follia. Vuol dire diventare un po’ pazzi, un po’ frivoli, un po’ sbalestrati e storditi.
Oh caspita, e per quanto tempo?


Procediamo con cura e facciamoci la solita domanda: può da “infatuazione” derivare un verbo? Certo. Anzi, alla base dell’infatuazione c’è proprio il verbo latino infatuare, che è quello in grado di “stordire” le persone, di renderle fatue. E di qui, i nostri essere infatuato e infatuare.
Nonostante paiano degli scioglilingua, vuol dire che l’infatuazione per essere reale deve passare attraverso di noi. Quell’essere sta a significare che l’infatuazione diviene una modalità di espressione di noi stessi. Un’azione che parte da dentro e si manifesta nella realtà.
Ciò che ci viene “da dentro” è un moto dell’anima, dunque un sentire e un sentirsi che avrà delle conseguenze nel nostro ambiente circostante.
Un sentire è un sentimento. E l’infatuazione perciò del pari, un sentimento. È un qualcosa che ha a che fare, insomma, con le emozioni.


Ma allora cosa distingue un infatuato da un innamorato e perché abbiamo due parole distinte per indicare questi stati così simili? Che tipo di emozioni sono?
L’infatuazione esclude forse l’amore?
Nonostante gli sforzi dei vocabolari di dare un’adeguata definizione ai due stati, in realtà mentre si vivono, l’infatuazione e l’innamoramento non si distinguono.
“Era soltanto un’infatuazione” si può affermare solamente a posteriori.
Non si distingue una persona infatuata da una innamorata.
Si capisce che si trattava di un fuoco di paglia soltanto se la passione travolgente ha avuto la durata di una fiammata che si è portata via ogni trasporto sentimentale nell’arco di un tempo molto piccolo.


Ma se quel trasporto resta e si conferma, se il desiderio di continuare a frequentare qualcuno rimane inalterato, allora possiamo affermare che si ha a che fare con l’amore.
Attenzione, però. Se smettendo di provare quella follia si afferma “non lo amo più” o “non lo amo veramente”, è sfuggito qualcosa di fondamentale: l’amore vive solo se vive il suo corrispondente verbale amare. Mentre l’infatuazione e l’innamoramento sono uno stato, o una follia priva di ragionevolezza che dir si voglia.
Paradossalmente, si potrebbe affermare senza contraddirsi in alcun modo “sono innamorato di te ma non ti amo”. Già, perché in questo caso si resta in uno stato di stordimento sentimentale e basta, senza agire in alcun modo. Magari potremmo ripeterlo senza sosta parlando al telefono, seduti o sdraiati sul divano, ad esempio.


In pratica, non si ama. Se non con le parole, certo.
Del pari, si potrebbe affermare “ti amo ma non sono più innamorato di te”, perché da quello stato illogico che è l’innamoramento si è passati all’amare, si è “entrati” nell’amore amando ma senza più l’illogicità iniziale. L’agire diventa qualcosa di concreto che ha effetti nella realtà.
L’innamoramento, in breve, si può considerare il primo importante passo che scuote mente e corpo all’unisono per convincerci che proprio quella è la persona che noi vorremmo amare.
Una volta convinti, quello stato cede il posto all’azione vera. L’amore esiste proprio perché suffragato da azioni volte a realizzarlo.
Se l’amore è privo dell’azione dell’amare, resta una parola vuota di senso.
Da quanto detto finora, insomma, sembrerebbe che tra i tre stati ci sia una specie di consequenzialità non voluta: l’infatuazione assume dignità di innamoramento quando questo sentire catapulta nell’amore.
E questo è quel “di più” di cui si parlava all’inizio.
Ma l’innamoramento resta infatuazione se non ha come scopo amare ma semplicemente sfogare una passione o pulsione passeggera. Purtroppo, non possiamo capirlo in anticipo.
Amare non è un sentire. Ma la capacità di impalcare costantemente quel sentire che è l’amore. È un’azione senza sosta. Se si smette di impalcare l’amore con azioni reali, l’amore finisce. Meglio, non esiste.
Il quid è tutto nell’azione.
Se non siamo disposti ad agire l’infatuazione fa per noi. Resta essenziale che i due elementi della coppia siano della stessa opinione.


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