di Roberta Tito – A Roma, se sei disabile al 100%, esistono tutele. Se invece sei disabile temporaneamente, come può accadere dopo una frattura o un intervento, rischi di diventare invisibile. L’ho scoperto sulla mia pelle: mesi bloccata, senza parenti vicini, con una gamba rotta e zero risposte dal Comune. Niente supporto pubblico dedicato, nessun servizio garantito, solo l’affidamento al “mercato solidale” delle associazioni, dove sotto la parola aiuto si nasconde spesso una giungla di contributi richiesti, tariffe opache e promesse non sempre mantenute.
Roma è una città grande, con risorse enormi ma anche con falle silenziose. I bandi comunali – come quello codificato con la sigla INF43039 parlano chiaro: si rivolgono a persone con disabilità riconosciute, invalidità permanenti, non a chi vive una condizione temporanea di fragilità. Tutto giusto. Eppure
basta una caduta, un’operazione, una malattia improvvisa, per trasformare la vita quotidiana in una sfida logistica, fisica ed emotiva.
Il Comune di Roma offre sì servizi domiciliari, sportelli sociali, accompagnamenti per anziani e disabili gravi. Ma se sei “in mezzo”, fuori dai parametri clinici o legali dell’invalidità certificata, ti arrangi. O paghi.
Nella mia esperienza, trovare aiuto concreto è stato più complicato della riabilitazione: richieste vaghe di “contributi volontari”, offerte di accompagnamento a pagamento sotto l’etichetta di solidarietà, e un senso continuo di dipendenza.
Si è disabili anche per tre mesi, non solo per una vita intera. E in quei tre mesi si può perdere tutto: il lavoro, l’autonomia, la fiducia.
Secondo i dati regionali, oltre 330.000 persone nel Lazio vivono in condizioni di disabilità, ma non ci sono statistiche aggiornate su chi affronta una limitazione temporanea. Eppure parliamo di migliaia di persone ogni anno solo nella Capitale. La Sala Operativa Sociale di Roma intercetta circa 2.500 casi al mese di fragilità, ma resta difficile capire quanti siano dovuti a infortuni, traumi o situazioni transitorie. Il Comune affida spesso la gestione dei servizi a cooperative o enti del terzo settore, ma senza un sistema chiaro di accreditamento o monitoraggio, il rischio di abusi – anche solo economici – è reale.
Quello che manca è un riconoscimento formale.
Servirebbero bandi che includano esplicitamente la disabilità temporanea come condizione da tutelare. Servizi domiciliari rapidi, voucher per chi è solo e senza supporti, sportelli informativi accessibili anche online.
E soprattutto, regole chiare per chi opera nel campo della solidarietà: se un’associazione aiuta in cambio di soldi, non può farlo senza trasparenza, senza garanzie, senza controllo pubblico.
Da qui un appello diretto al sindaco di Roma Roberto Gualtieri: in una città che parla spesso di inclusione, c’è ancora troppa distanza tra le buone intenzioni e la realtà vissuta da chi, anche solo per un periodo, perde autonomia.
Roma non è ancora una città per tutti. Non finché continuerà a ignorare chi ha bisogno, ma non ha un certificato in mano.
E allora, parafrasando Italo Calvino, forse oggi serve “una città che non escluda nessuno, nemmeno per un momento”.
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