di Alessia Liga* – La cultura contemporanea ha fatto del dolore un tabù, relegandolo a esperienza da anestetizzare. Non c’è posto per il dolore in una vita che deve essere performante, ricca di stimoli e di piaceri, facile. La sofferenza non deve intralciare e quindi deve essere rimossa, silenziata o, al più, medicalizzata: la ferita deve guarire in fretta, il disagio deve essere subito placato da qualche forma di sollievo.
Nella società senza dolore, di cui parla il filosofo Byung-Chul Han, si rischia però di perdere contatto con il complesso della ricchezza emotiva.
Anestetizzare un’emozione infatti significa, abbassare inevitabilmente il volume anche di tutte le altre.
Imparare a includere nella propria vita il dolore non ha nulla a che fare con la rassegnazione, ma piuttosto con l’accettazione e con la possibilità di trovare un modo più profondo e realistico di stare nel mondo.
Il Dalai Lama Tenzin Gyatso insegna che È nella mente che convertiamo il dolore in sofferenza. Questo significa che
se il dolore è un’esperienza inevitabile, la sofferenza invece è una costruzione mentale tutt’altro che inevitabile.


Parliamo delle difficoltà che fanno parte della vita e delle prove più grandi che toccano ogni essere umano, quali vecchiaia, malattia, perdita e morte.
Ignorarle può offrire un sollievo temporaneo, ma è
imparare ad accoglierle, anziché respingerle, che può prepararci ad affrontarle.
In una società che esalta il benessere immediato, abbiamo imparato a fuggire da ogni disagio. Ma ciò che non ascoltiamo spesso ritorna ed il dolore ignorato, come una malattia non curata, non svanisce e tende a radicarsi più in profondità.
Finché concepiamo il dolore come un’anomalia o un fallimento, resteremo suoi prigionieri.
Mentre riconoscendolo come parte naturale dell’esistenza, esso smetterà di apparirci un nemico ostile, perdendo gran parte del suo potere.
Certo, il fatto che gli esseri umani abbiano sempre cercato di evitarlo con ogni mezzo, mostra quanto accettare il dolore non sia per nulla semplice e che i tempi necessari per elaborarlo appartengono ad una dimensione soggettiva e intima. Tuttavia accoglierlo non significa negarlo o minimizzarlo, ma evitare di alimentarlo con pensieri di colpa o di ingiustizia.


Le difficoltà infatti non generano automaticamente sofferenza. E’ la nostra mente che lo fa, quando vi aggiunge giudizi e paure. Quando viviamo le esperienze con uno sguardo vittimista, sentendoci al centro di una spirale di torti subiti o di sacrifici insopportabili finiamo inevitabilmente per alimentare sofferenza, rabbia e risentimento.
Attribuire colpe, tanto agli altri quanto a noi stessi, non fa che mantenere aperta la ferita. Al contrario, lasciare andare il giudizio e accogliere il dolore apre lo spazio interiore necessario alla guarigione.
E se è vero che non possiamo controllare tutti gli eventi che ci accadono, è altrettanto vero che possiamo scegliere come reagirvi.
Accettare il dolore come parte naturale dell’esistenza non ci rende solo più tolleranti alle avversità e resilienti, ma anche più compassionevoli. La consapevolezza dell’ineluttabilità del dolore, nostro e altrui, può divenire valore che unisce, così come
la sofferenza, se accolta e compresa, diviene ponte tra le diverse sensibilità.
In quest’ottica l’accettazione del dolore diviene un esercizio di libertà, la quale si esercita nel provare a stare con le proprie emozioni senza esserne travolti e nell’essere capaci di trasformare la ferita in conoscenza e la vulnerabilità in umanità.
Di fronte all’inevitabilità del dolore, mi chiedo e vi chiedo: siamo pronti ad esercitare la nostra libertà per concederci di trovare senso alla sofferenza?
* Specializzanda in Psicologia della Salute.
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