di Daniele Poto – Prima di ritirarsi dalle scene, Ivano Fossati aveva lasciato una lunga scia di hit iconiche della musica italiana. Per il suo significato profondo e magmatico, più delle altre ricordiamo La canzone popolare, brano che innesca il quesito su che cosa sia oggi il popolo, tra derive populiste e ambiguità semantiche.
Da Antonio Gramsci in avanti il termine è stato stravolto, a destra come a sinistra, fino a diventare oggetto di una vecchia diatriba tra il presidente Rai Manca e Pippo Baudo, indignato propugnatore di una “tv nazional-popolare”. Absit iniuria verbis, neanche fosse un’offesa. Perché popolare è bello.
E nella musica popolare italiana contemporanea il suo diffusore più efficace è senza dubbio Ambrogio Sparagna, maestro concertatore, già protagonista della baraonda tarantata di Melendugno, virtuoso di organetto, fisarmonica e zampogna: strumenti tanto più fedeli alla tradizione quanto più dimenticati.
Nativo di Formia, a cavallo tra Lazio e Campania, l’etnomusicologo Ambrogio Sparagna ha attraversato oltre 40 anni di musica senza negarsi ad alcuna collaborazione. Dalle incisioni con Francesco De Gregori, al lato meno politico della parabola di Giovanna Marini, fino all’incontro con i ricercatori di suoni antichi e tradizioni popolari disseminati sul territorio.
Sulle tracce delle tradizioni quasi “inventate” da Diego Carpitella e Roberto Leydi, non è estraneo neppure Roberto De Simone con la sua Gatta Cenerentola, che festeggia cinquant’anni di vita, puntualmente riesumata da Sparagna proprio nell’attualità.
Nel dopoguerra si trattava di andare con il vecchio magnetofono a registrare i canti sacri e profani di artisti di chiesa e di strada che non conoscevano la musica e quindi non potevano trascriverla. Un lavoro di documentazione sonora e rielaborazione, pensato come testimonianza e come materiale musicale per un pubblico più ampio.
L’ultimo exploit di Sparagna è andato in scena sul palcoscenico dell’Auditorium Parco della Musica con la Chiarastella, un appuntamento quasi ventennale che, in chiave religiosa e in chiusura dell’Epifania, ha rivisitato canzoni liturgiche e profane provenienti da Sicilia, Veneto, Sardegna e dalle comunità Arbëreshë.
Se è vero che un uomo si giudica dai suoi amici, bisogna riconoscere a Sparagna un fiuto straordinario nel riconoscere talento e disponibilità. Un curriculum che, per quantità e qualità, si fa quasi infinito.
Nell’ultima performance i suoi compagni di viaggio erano le voci di Raffaello Simeoni, orgoglio della Sabina, Mario Incudine, Eleonora Bordonaro e, per assimilazione, il poeta Davide Rondoni.
In passato le collaborazioni includono Lucio Dalla, Claudio Lolli, Simone Cristicchi, Teresa De Sio, Carmen Consoli, il proto-punk Giovanni Lindo Ferretti, Luca Barbarossa: il gotha del cantautorato italiano.
Cantanti e artisti che non sentirete mai a Sanremo, ma che sono innamorati della canzone popolare, senza essere necessariamente credenti o religiosi. Un tempo sarebbe stato definito folk singer, se l’espressione non fosse stata archiviata con troppa fretta.
Il suo repertorio spazia da Tu scendi dalle stelle a sperimentazioni di free jazz. C’è il suo zampino nell’opera La Via dei Romei, nella creazione del supergruppo Bosio Big Band, nella capacità di orchestrare cento organetti insieme.
Ha composto oratori, opere, sacre rappresentazioni: uno spirito laico prestato alla religione.
Tornerà a febbraio all’Auditorium per il Carnevale e a maggio per Ballo, con la sua compagnia stravagante, a cui manca – con un velo di mestizia – l’arrangiatore Erasmo Treglia, colpito da malattia.
Così l’interprete, il creativo, l’assemblatore di iniziative si unisce al divulgatore e al maestro di didattica, tracciando un solco, piantando un seme.
Particolare non trascurabile: i concerti di Ambrogio Sparagna all’Auditorium sono tra i più economici della gestione Ranucci. Con un biglietto ridotto a 12 euro si assiste, dalla platea, a due ore di esibizione memorabile.
Con il contributo di un coro popolare di 90 persone, diretto dalla consorte Anna Rita Colaianni, che collaborano gratuitamente sottoponendosi a prove severe. Perché ci sono dilettanti per passione che si impegnano quanto – e più – dei professionisti.
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