di Margherita Vetrano – Il dottor Francesco Clemente, medico angiologo, è appassionato del suo lavoro che alterna all’attività teatrale di attore comico perché sostiene: “Il teatro è terapia“.
“Ho sempre desiderato essere medico e come dico sempre, da bambino giocavo a fare il dottore. Da grande continuo a giocare e mi pagano anche!”
Riservato, silenzioso e taciturno, il dottore parla a pause lente, condividendo con B-Hop la sua missione di medico: “Ci si appassiona alla storia dei pazienti, si soffre con loro e questo è stato sempre il motore principale della mia professione.”
Nato prematuro di 2 mesi, con soli 820 gr di peso, 72 anni fa, il dottore identifica già nel suo affaccio alla vita il primo traguardo importante che lo ha spinto sulla via della medicina.
La passione per il teatro invece, è nata per puro caso.
“Mia sorella collaborava con una compagnia amatoriale”, ricorda: “Cercavano un nuovo elemento e mi hanno chiamato. Per me, timido da sempre,
salire sul palcoscenico non era il massimo ma consapevole che esibirsi insegna tante cose, mi sono buttato”.
Per vincere l’emozione di pubblico e palcoscenico si inventa un personaggio balbuziente e pieno di tic. In questo modo avrebbe avuto il tempo di raccogliere le idee in caso di necessità, senza farsene accorgere. E fu successo.
L’esordio di grande divertimento reciproco, ha fatto nascere in lui la passione ed ha proseguito, perché il teatro è vivo.
Il dottore confessa un’emozione costante, anche dopo 27 anni di teatro ma stare in scena e sentire il pubblico che si diverte, lo ripaga completamente.
“Recitare è un divertimento e lo è ancor di più se capisco che coinvolgo il pubblico.
Sentire che ci divertiamo insieme è l’unica cosa che conta”.
“Il pubblico che risponde, ride ad una battuta, il clima dietro le quinte o coi compagni sulla scena, sono la magia che fa vivere di onde magnetiche lo scambio tra le parti”, osserva Clemente e la scelta del tema non è casuale.
“Interpreto la commedia perché penso abbia un potere terapeutico per noi tutti, anche nella professione”.
Il teatro lo ha aiutato nell’approccio con i pazienti; mettersi in cattedra non facilita l’empatia. Il teatro invece lo porta sullo stesso piano del paziente.
Alcuni gradiscono il distacco ma affinare una sensibilità aiuta a comunicare e a trovare prima una via di guarigione comune.
Nella spiegazione della diagnosi come nell’applicazione delle cure.
“Sono un medico molto formale, non sono un burlone – riflette – ma riuscire a capire l’emozione del paziente mi aiuta a rispondere con azioni e parole alle sue esigenze in modo efficace”.


Stare sul palcoscenico è per lui molto più semplice che essere medico perché ha un copione. Sa cosa dire e cosa fare. Anche se qualche volta qualcuno salta una battuta e si deve improvvisare, in genere è tutto prestabilito e raramente si improvvisa.
Col paziente è tutto diverso. Non esistono copioni, salvo “casi scuola”, soprattutto al tavolo operatorio. Riuscire a controllarsi sia in teatro che nella professione è una richiesta che si compensa, per lui.
“Le due realtà possono coesistere, non sono l’unico medico che fa teatro. E’ un trend liberatorio e catartico“, sostiene.
“Aiuta anche ad esorcizzare il momento della diagnosi infausta o dell’insuccesso sul paziente”.
Per lui il teatro può essere un’autoterapia; un modo per scaricare tensione professionale sul palcoscenico.
Per il dottore la bellezza è nel riuscire a coinvolgere il pubblico ed esserne coinvolto. E’ lì che sente l’unione d’intenti: divertirsi e divertire.
In questo tandem tra professione e teatro, tra vita vera, a volte drammatica e finzione, il dottor Clemente individua i momenti peggiori nella sfera professionale, mai nel teatro.
In palcoscenico o dietro le quinte c’è un gruppo che funziona e nel momento in cui si è in difficoltà c’è sempre qualcuno in grado di riportare alla scena e nel ruolo.
Nella professione si parla di malattie e persone a cui comunicare una diagnosi ed essere “attore” conta poco. La realtà pungente va comunicata. La finzione non si può trasporre, si è soli davanti al paziente e bisogna fronteggiare con lui la difficoltà.
“C’è un aneddoto della mia professione che mi ha coinvolto in modo profondo – ricorda -. Ho curato una donna in pronto soccorso con un taglio che le attraversava il viso e che ho dovuto ricucire, sperando di fare il miglior lavoro possibile. Ho operato a lungo ed ho continuato a pensare a lei dopo la dimissione, sperando che avesse avuto fortuna nella vita. Qualche tempo dopo è tornata a trovarmi dicendo che nessun chirurgo plastico era più intervenuto su di lei perché il lavoro era stato eseguito perfettamente.”
Il dottore collega a lei il suo peggior momento di sconforto e la sua solitudine di fronte all’evento in cui poteva solo agire sperando di fare il meglio. Riflette che
nella vita come nella professione ci sono momenti di sconforto che poi hanno inaspettati riscontri positivi.
“Da questo episodio ho imparato che avere un approccio sempre positivo e di speranza è la cosa che ripaga di più nella vita, in ogni campo. Mi sento un motivatore perché ci sono persone che a volte minimizzano e compromettono la loro salute. Cerco di dar loro speranza e aiutarli ad andare avanti.”
Clemente è consapevole che riceve questa carica dalla sua attività teatrale perché gli permette di avere una maschera che altrimenti non riuscirebbe ad avere.
Anche facendo il medico ha un pubblico davanti che ascolta ciò che dice. Da qui ne deriva un atteggiamento di plasmazione rispetto all’interlocutore, cercando sempre di indirizzare alla positività.
“Fate teatro perché insegna tante cose, soprattutto a conoscersi”,
è il suo appello. “Se ricordo il Francesco di cinquant’anni fa, vergognoso e timido, non mi riconosco più. Devo ringraziare il teatro che mi ha insegnato a non esserlo. Non c’è motivo di provare vergogna; né a proporsi né ad aiutare il prossimo”.


La sua compagnia teatrale “I scoordinati“, si riorganizza periodicamente ed occasionalmente collabora con altre compagnie come “Darwin 95“. E’ capitato di devolvere in beneficenza parte del ricavato degli spettacoli ma il vero contributo sociale è per lui l’uso del suo talento recitativo per approfondire l’animo umano e riuscire a meglio comprendere chi ha di fronte. Paziente o spettatore.
Il dottor Clemente è in pensione dal Servizio Sanitario Nazionale ma esercita ancora privatamente.
“Nonostante una vita ancora così piena, alla mia età non riesco a stare senza il palcoscenico. Almeno 15 giorni prima di andare in scena mi tiene sveglio dall’emozione. Le emozioni sono emozioni e, in quanto positive, vanno coltivate”, ammette sorridente.
Il prossimo spettacolo con la compagnia “I scoordinati” sarà a Roma a maggio con “Il cappello di carta” di Gianni Clementi.
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